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In 3 sorsi – Il 1° gennaio scorso il Parlamento israeliano ha approvato il disegno di legge “Gerusalemme unita”, a modifica della Legge costituzionale del 1980 sullo status della contesa Città Santa. Presentato dal leader del partito della Casa Ebraica e Ministro dell’Educazione, Naftali Bennet, la legge rafforza il controllo israeliano su Gerusalemme e scatena la dura reazione palestinese

1. LO UNITED JERUSALEM BILL

Nella notte di lunedì 1° gennaio scorso, la Knesset ha approvato in seconda e terza lettura il disegno di legge “Gerusalemme unita”, a modifica della Basic Law del 1980 sullo status della contesa Città Santa, riconosciuta dal Paese capitale indivisa di Israele. Presentato dal leader del partito della Casa Ebraica e Ministro dell’Educazione, Naftali Bennet, e sottoscritto dal parlamentare Shuli Moalem-Rafaeli (Casa Ebraica), il disegno di legge rafforza l’indivisibilità di Gerusalemme, stabilendo una maggioranza di due terzi (80 su 120 membri della Knesset, contro i 61 originariamente previsti) per l’autorizzazione a qualunque trasferimento di sovranità sui territori della città, soprattutto nel quadro di un eventuale futuro accordo diplomatico con l’Autorità Nazionale Palestinese. Il nuovo requisito si è aggiunto alla legislazione referendaria che già prevedeva l’indizione di un referendum per la cessione di qualunque territorio israeliano, inclusa Gerusalemme, e ha cancellato l’articolo 6 della Legge costituzionale, che proibiva la modifica dei confini municipali della città. In questo modo, è stata ammessa la possibilità di trasformare i quartieri palestinesi in una nuova municipalità e quindi essere ceduti all’ANP, sebbene anche in questo caso l’eventuale trasferimento di territori debba essere sottoposto all’approvazione dei due terzi del Parlamento e al voto referendario. 64 membri del Parlamento hanno votato a favore della nuova legge, mentre 51 sono stati i voti contrari. Con soddisfazione i suoi promotori e sostenitori hanno accolto l’esito della votazione: “Mi congratulo con la Knesset per l’approvazione a larga maggioranza dell’emendamento alla Basic Law: Gerusalemme, che rafforza il muro difensivo contro quanti, a sinistra, potrebbero cercare di minacciare la sovranità di Israele su una Gerusalemme unita nel futuro”, ha scritto su Twitter il ministro degli Affari Esteri Elkin (Likud), mentre su Facebook il ministro Bennet ha sostenuto l’importanza della nuova legge come ulteriore strumento per garantire che Gerusalemme rimanga unita per sempre: “Il Monte degli Ulivi, la Città Antica, il Monte del Tempio e la Città di David rimarranno nelle nostre mani per sempre. Non ci saranno più manovre politiche che consentiranno di demolire la nostra Capitale. Questa è anche una risposta di Israele al vergognoso voto delle Nazioni Unite contro Gerusalemme”.

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Fig. 1 – Naftali Bennet, Ministro dell’Educazione e degli Affari della Diaspora.

2. IL CONTESTO

Il voto di inizio gennaio arriva in un momento quanto mai delicato per la città di Gerusalemme, il cui status e la cui divisione sono sempre stati tra gli aspetti cruciali del processo di pace. Dello scorso dicembre è l’annuncio del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump di riconoscere di fatto Gerusalemme capitale di Israele e di volervi spostare, da Tel Aviv, la sede dell’ambasciata americana. Una mossa simbolica, certo, che nulla aggiunge alla posizione statunitense che da più di vent’anni riconosce la Città Santa capitale dello Stato ebraico, ma che rompe l’altrettanto longeva prassi dei Presidenti americani di prorogare ogni sei mesi l’attuazione della Legge del Congresso del 1995 che impone il trasferimento della sede diplomatica. E, simbolico o no, il gesto di Trump ha scatenato reazioni, dal plauso di Netanyahu alla condanna della gran parte della comunità internazionale fino alla rabbia palestinese. Gerusalemme è uno dei nodi più delicati in corrispondenza dei quali il processo di pace si ferma, è la città di tutti, che dovrebbe essere di nessuno, ma che di fatto Israele controlla militarmente. Gerusalemme Est, rivendicata capitale dello Stato della Palestina, è infatti ancora sottoposta all’occupazione di Israele che l’ha annessa unilateralmente nel 1967 dopo la guerra dei sei giorni ed il suo ritorno al popolo palestinese, insieme allo stop alla costruzione di nuovi insediamenti, è condizione imprescindibile per la ripresa dei negoziati di pace.

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Fig. 2 – Manifestanti ad Amman contro l’annuncio di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele.

3. LE RIPERCUSSIONI

Pur ribadendo l’ormai ovvia posizione di Israele ed essendo leggibile, volendo, come un semplice emendamento ad una legge costituzionale che comunque attesta un riconoscimento unilaterale, e non legale, di Gerusalemme come capitale di Israele, l’approvazione dello United Jerusalem Bill ha avuto, indubbiamente, rilevanti ripercussioni. Il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahmud Abbas ha accusato la nuova legge di aver “ucciso il processo di pace” e dato inizio ad “una guerra contro il popolo palestinese”. Dello stesso avviso le organizzazioni islamiche a Gerusalemme, secondo le quali il disegno di legge, “che consente alle autorità israeliane di marcare i confini della Gerusalemme occupata come fosse parte di Israele è legalmente e moralmente nullo e vuoto”. Ma in un contesto in cui il diritto internazionale viene costantemente invocato senza trovare applicazione, i gesti simbolici e i rapporti di forza acquisiscono un peso che muove le parti e sposta gli equilibri. Una legge simile, approvata in un momento storico in cui attori come Turchia, Siria, Iraq, Iran e Arabia Saudita fanno sì che le parole di condanna non siano mai piene e che le dichiarazioni esprimano manovre per la ridefinizione degli equilibri in Medio Oriente, consolida la posizione oggi più che mai di vantaggio di Israele e sferra un altro colpo, simbolico, ma pesante, ai negoziati per la pace. La pianificazione di nuovi insediamenti di coloni nei Territori Occupati continua nonostante le condanne di illegalità, la Striscia di Gaza rimane stretta nella morsa delle drammatiche condizioni umanitarie provocate dal blocco e il controllo israeliano su Gerusalemme si consolida tra le minacce di una nuova Intifada. Tutto ai danni di un popolo che continua a subire la violenza di un’occupazione e la frustrazione di un obiettivo che, per i più, non è poi così prioritario.

Maria di Martino

Un chicco in più

E’ del 1995, durante l’amministrazione Clinton, il Jerusalem Embassy Act, legge con il quale il Congresso americano riconobbe Gerusalemme capitale di Israele e decise il trasferimento della sede diplomatica americana da Tel Aviv. Fin dalla sua approvazione, ogni sei mesi il Presidente degli Stati Uniti in carica ha prorogato l’entrata in vigore della disposizione, giustificandola come necessaria per la difesa degli interessi di sicurezza nazionale americana. Al link il testo della legge.   

Foto di copertina di Eric Borda Licenza: Attribution-NoDerivs License

Maria Di Martino

Classe 1991, coltivo la passione per il mondo arabo fin dagli studi triennali all’Orientale di Napoli, dove lo studio della lingua, della storia e delle istituzioni musulmane mi ha insegnato ad osservare le dinamiche mediorientali con lo sguardo di un vicino consapevole della loro importanza. Laureata magistrale in Relazioni Internazionali alla Sapienza di Roma, con una tesi in diritto internazionale dell’economia e dello sviluppo, all’interesse per l’analisi geopolitica accompagno una personale sensibilità per i diritti umani, sognando un futuro di ricerca e azione per la loro difesa, poiché ancora idealisticamente convinta che parlare di Stati possa significare, prima di tutto, parlare di persone.