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Il 20 gennaio 2017 Donald Trump si insediava alla Casa Bianca e diventava ufficialmente il 45° Presidente degli Stati Uniti d’America, sollevando timori sul futuro delle relazioni transatlantiche. Dopo un anno proviamo a comprendere l’impatto, tra retorica e fatti, dell’Amministrazione Trump sui rapporti tra Europa e USA

L’AMBIENTE E GLI ACCORDI DI PARIGI

Una delle fratture più profonde tra le due sponde dell’Atlantico si è verificata all’inizio di giugno del 2017, quando Trump ha annunciato la sua intenzione di far uscire gli Stati Uniti da COP21, l’accordo raggiunto a Parigi nel dicembre del 2015 per limitare il riscaldamento globale (uscita che comunque richiederà ancora più di due anni per essere effettuata). I Paesi europei hanno criticato le decisioni dell’Amministrazione Trump e hanno confermato la propria convinta adesione all’intesa. Il Presidente USA vede l’accordo come un fardello per l’economia USA, un ostacolo creato proprio da quell’amministrazione Obama nei cui confronti il tycoon è ansioso di marcare discontinuità. Trump asserisce di volere liberare tutto il potenziale dell’economia USA e, per farlo, intende liberarsi di quelli che considera, nella propria visione nazionalista, accordi creati dai suoi deboli predecessori per accontentare i rivali dell’America e azzoppare la crescita degli Stati Uniti. L’Unione Europea invece vede in COP21 (e, più in generale, nella lotta al riscaldamento globale) uno dei pilastri della politica internazionale del XXI secolo. Lo scontro sull’ambiente è stato quindi praticamente inevitabile. Non è certo un fatto inedito, visto che anche sul Protocollo di Kyoto (mai ratificato da Washington) vi furono forti dissapori tra le due sponde dell’Atlantico, ma in questa occasione il contrasto sembra più profondo e radicale.

ECONOMIA: PROTEZIONISMO E RIFORMA FISCALE

Trump è asceso alla Casa Bianca con una visione maggiormente protezionistica dell’economia rispetto al predecessore. L’enfasi posta sugli squilibri nella bilancia commerciale ha messo in allarme numerosi Paesi, specialmente quelli che hanno importanti surplus commerciali nei confronti degli Stati Uniti: Cina, Germania, Messico. Inoltre, il Presidente statunitense ha più volte criticato chi prova a commerciare in modo poco corretto per guadagnare posizioni sul mercato oppure chi ruba la proprietà intellettuale altrui per svilupparsi. Le proteste europee verso il protezionismo che sembra provenire da oltre oceano, però sembrano risultare poco coerenti con quanto l’Unione Europea stessa sta mettendo in pratica. Dal 2009, infatti, le misure considerate protezionistiche adottate dall’UE ammontano a circa 5657; nello stesso lasso di tempo, si sono avute 1297 misure simili da parte degli Stati Uniti. Anche il TTIP, il trattato in discussione tra Stati Uniti e Unione Europea, si è arenato, per l’opposizione di alcuni Paesi del vecchio continente – Francia in primis – alle condizioni in negoziazione richieste da Washington e per il generale scetticismo di Trump nei confronti degli accordi commerciali. Il protezionismo, inoltre, sembra in crescita in tutto il mondo. Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito, poi, hanno inviato una lettera di protesta destinata gli Stati Uniti per la riforma fiscale varata a dicembre. Rimane ancora da valutare a cosa porteranno le intenzioni di Trump di istituire nuovi dazi all’importazione di acciaio e alluminio, che potrebbero suscitare reazioni in UE e una escalation che potrebbe investire nuovi settori, come quello dell’automobile. La preoccupazione principale, non dichiarata, è di vedere uno spostamento di aziende e investimenti sull’altro lato dell’Atlantico, essendo l’Europa, per ragioni politico-economiche, attualmente incapace o poco incline a seguire l’esempio trumpiano. Se la ricetta fiscale statunitense funzionerà, il vecchio continente potrebbe trovarsi penalizzato in termini di attrattività per gli investimenti e crescita (anche se rimangono da valutare gli effetti di medio-lungo periodo della riforma fiscale sul deficit USA). 

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Fig. 1 – Il Presidente USA Donald Trump

NATO E PESCO, TRA REALTÀ E APPARENZA

Dopo l’elezione di Trump, alcuni Paesi europei hanno spinto maggiormente al fine di creare una comunità di difesa europea più solida. La PESCO (“Cooperazione strutturata permanente”), adottata con decisione del Consiglio Europeo l’11 dicembre scorso, è l’esito di questi sforzi. L’obiettivo è avere una maggiore coesione nel campo della difesa, sviluppando progetti comuni a livello europeo e rendendo il settore più efficiente e interconnesso. Tale framework, però, è progettato per funzionare in stretta cooperazione con la NATO, evitando sovrapposizioni o duplicazioni di costi e responsabilità. La prospettiva di una difesa europea comune e slegata dalla NATO, dunque, è ancora ben distante, anche perché, attualmente, molti Paesi vedono nell’Alleanza Atlantica – e, indirettamente, negli Stati Uniti – la loro principale garanzia nel campo della sicurezza. Inoltre, molti Paesi europei sono assai lontani dall’avere una spesa nella difesa in linea con l’obiettivo NATO del 2% PIL. La Germania, ad esempio, si attesta intorno al 1.2%, con la prospettiva di aumentare il budget da 37 miliardi a 39.2 da qui al 2020. Indubbiamente troppo poco per poter pensare all’autonomia nel settore della sicurezza, autonomia che, comunque, richiederebbe una più stretta unione politica che non sembra realizzabile nel breve periodo. Ecco perché la partnership con gli Stati Uniti all’interno dell’Alleanza Atlantica rimarrà essenziale anche nei prossimi anni. Infine, Donald Trump ha ridotto decisamente le sue critiche alla NATO che, come prevedibile, erano più una strategia negoziale per spingere i Paesi europei ad aumentare le loro spese nella difesa piuttosto che indice di una volontà di riduzione o addirittura ritiro della presenza americana nella NATO.

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Fig. 2 – Un momento del summit NATO-UE del dicembre 2017

LE CRISI INTERNAZIONALI: L’IRAN, LA COREA DEL NORD E GERUSALEMME

L’UE e gli USA si sono trovati e si trovano in disaccordo su alcuni importanti dossier di politica internazionale che hanno caratterizzato il 2017. Il rapporto con l’Iran è forse uno dei punti più delicati. L’UE ha svolto un ruolo di primo piano nel negoziare l’accordo sul nucleare (vedi il chicco in più) tra Teheran e le potenze internazionali (JCPOA) e ha osservato con timore l’ascesa di Donald Trump. Il tycoon ha infatti promesso in campagna elettorale di cancellare il JCPOA per poi, in ottobre, affermare che l’intesa non era più nell’interesse dell’America, primo passo per iniziare un ritiro USA dall’accordo. Infine (ma solo per ora), ha rimandato la questione di qualche mese, facendo tuttavia trapelare la sua intenzione, rimanendo così le cose, di porre termine al JCPOA e di reintrodurre anche unilateralmente le sanzioni contro Teheran. Il rinvio presidenziale serve a dare più tempo ai pontieri che cercano di avvicinare le due sponde dell’Atlantico. Non è detto che questa impresa, che al momento sembra titanica, non possa riuscire. Tuttavia, gli Stati europei sono riluttanti a mettere a rischio i propri proficui rapporti economici e politici con Teheran, mentre l’Amministrazione Trump, in discontinuità con la politica di Obama (che aveva però riconosciuto le criticità dell’intesa sul nucleare), percepisce l’Iran come una minaccia alle sue posizioni nella regione. Un’altra marcata divergenza è emersa in occasione del riconoscimento USA di Gerusalemme come capitale di Israele. La grande maggioranza dei Paesi europei (compresi Francia, Germania, Regno Unito e Italia) non hanno esitato a prendere le distanze da Washington. Tuttavia, la diminuita centralità del conflitto israelo-palestinese può giocare un ruolo nel mantenere le divergenze tra USA ed Europa sotto controllo. Nel caso della crisi con la Corea del Nord, invece, la situazione è un po’ più semplice. Non perché Paesi europei e USA siano molto allineati (esistono importanti divergenze), ma perché l’UE e i suoi Stati membri, anche per ragioni geografiche, non sono gli attori più rilevanti dell’Asia nord-orientale. In sostanza, la crisi nella penisola coreana non sarà decisa dallo stato dei rapporti transatlantici, anche se i Paesi europei, pur schierandosi con Washington e sostenendo gli USA nella politica delle sanzioni, hanno sollecitato l’Amministrazione Trump a procedere con cautela.

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Fig. 3 – Nonostante i timori e gli scossoni, le relazioni transatlantiche nel primo anno di Trump hanno dimostrato di saper reggere

CONCLUSIONI

Nonostante il clamore provocato dall’elezione di Trump, le relazioni transatlantiche sono rimaste stabili a dispetto di alcune previsioni. Al momento, ad esempio, non è avvenuta nessuna rottura della NATO e non si è avverato l’incubo europeo di un’intesa tra Mosca e Washington a spese del vecchio continente. Con il senno del poi, si può dire che le previsioni più catastrofiste sopravvalutavano la retorica di Trump e il ruolo della figura presidenziale nella conduzione della politica estera degli USA. Ovviamente ci sono forti divergenze e numerose difficoltà, anche dovute anche all’immagine di Trump in Europa. Tuttavia, non bisognerebbe dimenticare che i forti screzi nei rapporti transatlantici non sono iniziati con l’attuale inquilino della Casa Bianca. Le relazioni tra USA ed Europa (o almeno con gli Stati del vecchio continente più rilevanti) iniziarono a guastarsi già sotto le Amministrazioni Bush jr, anche se le tensioni non sono mancate nemmeno durante la Guerra Fredda. Gli otto anni di Barack Obama hanno apparentemente migliorato le cose, ma, a un’attenta osservazione, si nota che le divergenze sono rimaste o si sono addirittura ampliate. Gli USA, ormai da tempo, stanno cercando di ricalibrare il proprio impegno globale e la perdita di centralità dello scacchiere europeo non aiuta a incentivare una maggiore presenza di Washington sull’altra sponda dell’Atlantico. La fine della Guerra Fredda, poi, ha reso i legami transatlantici meno indispensabili agli occhi di politici e opinioni pubbliche. Eppure, nonostante gli screzi e le divergenze, rimane difficile negare che Europa e Stati Uniti abbiano bisogno l’una degli altri. E, tutto sommato, gli eventi di quest’anno hanno confermato che, sebbene al prezzo di tensioni e incomprensioni anche forti, prevale – e, allo stato attuale, è bene che prevalga – la volontà di collaborare.

Simone Zuccarelli e Davide Lorenzini

Un chicco in più

Il JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action), noto come accordo sul nucleare iraniano, è un accordo internazionale raggiunto il 14 luglio 2015 tra USA, Russia, Regno Unito, Cina, Francia, Germania, UE e Iran. L’intesa prevede limiti al programma nucleare civile di Teheran, per impedire che venga usato per fini militari, e la corrispondente fine di gran parte delle sanzioni internazionali contro la Repubblica Islamica. 

Foto di copertina di Gage Skidmore Licenza: Attribution-ShareAlike License

Simone Zuccarelli

Classe 1992, sono dottore magistrale in Relazioni Internazionali. Da sempre innamorato di storia e strategia militare, ho coltivato nel tempo un profondo interesse per le scienze politiche – in particolare geopolitica, relazioni internazionali e studi strategici. Tutto ciò mi ha portato a fondare SIR, un’associazione dedita alla promozione e alla diffusione delle suddette discipline.

 

In seguito, la mia passione per le tematiche transatlantiche e la NATO è sfociata nel progetto di YATA Italy, sezione giovanile italiana dell’Atlantic Treaty Association, della quale sono Presidente. Sono, inoltre, Research Trainee presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e Research Associate Fellow del Comitato Atlantico Italiano.

 

Qui al Caffè scrivo e sono vice coordinatore editoriale del desk “Medio Oriente e Nord Africa”. Collaboro o ho collaborato anche con altre riviste tra cui OPI, AffarInternazionali, EastWest e Atlantico Quotidiano. Oltre a questo, amo dibattere, viaggiare e leggere. Il tutto accompagnato da un calice di buon vino… o da un buon caffè, ovviamente!