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Le elezioni del 1 luglio 2018, che rinnoveranno,  fra i numerosi organi, la Presidenza della Repubblica, vedono schierarsi candidati trascinanti e l’influenza di potenti attori internazionali: ecco un quadro della posta in gioco. E Obrador è il favorito

LE PROIEZIONI DI VOTO, OBRADOR IN VANTAGGIO

Se per il presidente uscente Peña  Nieto, su cui pesa la poca trasparenza che ha caratterizzato la sua amministrazione – una delle ragioni del suo basso livello di gradimento fra la popolazione – l’opinione pubblica nutre un giudizio sostanzialmente negativo, non si può dire lo stesso del candidato che più di ogni altro incarna la nuova tendenza della politica messicana: Andres Manuel Lopez Obrador (detto AMLO).

Ex governatore di Città del Messico, è sostenuto dal Partido de la Revolución Democrática – socialdemocratico – e già il 19 dicembre era dato in vantaggio di 11 punti percentuale31% delle preferenze – rispetto agli altri candidati. Il secondo candidato per successo è l’ex ministro delle Finanze Jose Antonio Meade, per il Partido Revoluciónario Institucional, quotato al 20%.

La proposta di Governo di Lopez Obrador si basa sulla lotta alle disuguaglianze e alla corruzione, considerate le priorità su cui concentrare gli sforzi anche a seguito dell’esperienza delle amministrazioni precedenti. Secondo Transparency International, infatti, il Messico sarebbe classificato al 123esimo posto su 176 Paesi per corruzione percepita (dati aggiornati al 2016).

Lopez Obrador non è nuovo alla corsa presidenziale: egli, infatti, è stato candidato nelle elezioni presidenziali del 2006 per la Coalición Por el Bien de Todos, formata dal Partido de la Revolución Democrática (PRD), Partido del Trabajo (PT) e Convergencia. Il blocco di sinistra, presentatosi con i 50 compromisos básicos ante el pueblo de México, venne tuttavia dichiarato sconfitto e Felipe Calderón Hinojosa, della coalizione di centro-destra, venne dichiarato presidente a seguito della sentenza del Tribunal Electoral del Poder Judicial de la Federacion, il quale era stato chiamato a pronunciarsi sull’esito della tornata dai partiti che avevano presentato ricorso nei confronti del primo conteggio – che non aveva stabilito nessun vincitore chiaro, come affermato dal presidente dell’Instituto Federal Electoral, Luis Carlos Ugalde il 2 luglio 2006 -. Il 2012 vide Obrador candidato per la seconda volta per il Frente Amplio Progresista – PRD, PT e Movimiento Ciudadano -, risultato ancora una volta sconfitto.

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Fig. 1 – Il candidato Obrador in un comizio a Tijuana.

LA QUESTIONE DELL’ENERGIA

Come evidenziato da Reuters, un timore diffuso fra gli investitori internazionali è che Lopez Obrador possa liquidare parte della politica energetica del Governo precedente relativa agli anni 2013 e 2014.

Sul tema energetico, in particolare sull’assetto societario della compagnia petrolifera di bandiera Pemex, Lopez Obrador aveva dato battaglia nel 2008, quando il presidente Calderón Hinojosa avviò la sua riforma. AMLO iniziò una campagna contro quella che definiva una possibile privatizzazione di Pemex il 13 aprile 2008. A fronte delle accuse, Calderón presentò un piano che evitava di proposito questioni come il rapporto con le imprese private nella fase di esplorazione e sfruttamento delle risorse nelle acque profonde.

Inoltre, il 27 luglio, il PRD chiamò i cittadini messicani a prendere parte ad una consultazione all’interno di cui erano formulati 2 quesiti:

  1. Attualmente lo sfruttamento, il trasposto, la distribuzione, l’immagazzinamento e la raffinazione degli idrocarburi sono attività escluse del Governo. Siete d’accordo o non siete d’accordo che in queste attività ora possano partecipare imprese private?
  2. In generale, siete d’accordo o non siete d’accordo con il fatto che si approvino le iniziative relative alla riforma energetica che si discutono attualmente nel Congresso dell’Unione?

Alla consultazione parteciparono 967.848 persone, a cui si sommano i partecipanti le consultazioni realizzate precedentemente nella capitale, per un totale di 1. 793.876 votanti. I risultati videro per la prima domanda 901 588 voti contrari e 51 726 favorevoli, con 14 534 voti annullati; per il secondo quesito i voti contrari furono 874 517, mentre i favorevoli erano 69 881 e i voti nulli 14 543.

Il 23 ottobre il senato approvò la riforma petrolifera che apriva Pemex ai capitali privati e promuoveva una politica statale in materia di idrocarburi. Nel 2013, invece, è proseguita la campagna di denazionalizzazione del settore energetico, aprendo per la prima volta il settore dei combustibili fossili e del gas a capitali stranieri, processo implementato fino al 2014. Tale riforma segna ufficialmente la conclusione del monopolio della compagnia di Stato Pemex, durato 75 anni.

IL GIOCO SPORCO

Come ricorda la testata Bloomberg, le elezioni messicane hanno riportato in più occasioni anomalie più o meno gravi, come riconteggi interrotti bruscamente, finanziamenti illeciti, persino omicidi di candidati. Le elezioni che ancora devono vedere l’ufficializzazione dei candidati – prevista per marzo – sono già sotto gli occhi degli osservatori internazionali e secondo Jesus Cantu, scienziato politico del Tecnologico de Monterrey, “Potrebbero essere le peggiori elezioni da quando sono nate le competizioni elettorali”. Il professore, infatti, denota come “Se osserviamo ciò che il Governo federale e i partiti politici hanno già fatto, così come alcune autorità elettorali, non abbiamo motivo di essere ottimisti”.

A rendere le garanzie elettorali, dovute all’interno di una democrazia matura, più inefficaci di quanto sia tollerabile, sono i tagli fatti alle autorità competenti, così come il licenziamento ad ottobre, da parte del presidente uscente Enrique Peña Nieto, del procuratore elettorale che aveva riferito ai media di un’inchiesta in corso sulle precedenti elezioni presidenziali, riducendo anche la capacità degli osservatori internazionali di individuare casi di compravendita di voti.

Oltre all’origine poco trasparente dei finanziamenti privati ai partiti – secondo l’istituto elettorale, durante i ballottaggi locali di giugno un quarto del denaro speso nello Stato del Messico (uno dei governi federati che fanno parte dell’Unione) sia provenuto da fonti non registrate – vi è la questione della copertura mediatica di cui il PRI gode, potendo adoperare i canali televisivi pubblici. D’altro canto, secondo l’ex capo dell’autorità competente per la regolamentazione del voto Luis Carlos Ugalde tutti i partiti starebbero provvedendo all’acquisto di mezzi di comunicazione, a volte anche sotto banco, per quanto il PRI goda indubbiamente di un vantaggio essendo il partito di Governo.

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Fig 2 – Peña Nieto, presidente uscente, in una cerimonia pubblica.

GLI INTERESSI STATUNITENSI

Per l’opinione pubblica degli USA, impegnati quest’anno con le elezioni di metà mandato, potrebbe risultare poco interessante preoccuparsi di chi diverrà il prossimo presidente del Messico. Eppure, nonostante il sostanziale deficit commerciale con lo Stato messicano, si parla sempre del terzo partner commerciale più grande per gli Stati Uniti – arrivando alla cifra di 600 miliardi di dollari nel 2016 -. Inoltre, il Messico è il secondo importatore di beni e servizi provenienti dagli USA, nonché il primo o secondo esportatore in 29 Stati. Tali scambi economici generano un surplus sostanzioso per Washington, in particolare per quanto riguarda il settore manifatturiero all’interno di cui la produzione in Messico riesce a mantenere competitivi i prezzi dei beni prodotti da aziende americane, con ripercussioni importanti anche sul piano dell’occupazione.

Il mantenimento della cooperazione fra i due Paesi, che registra da tempo anche ottimi risultati in tema di immigrazione – non soltanto attualmente vi sono più messicani che tornano in patria dagli USA rispetto a quelli che percorrono la direzione contraria, ma la polizia messicana attualmente intercetta più irregolari all’interno del territorio nazionale messicano di quanti ne vengano fermati dalla polizia statunitense nel proprio – è dunque fondamentale e non può passare inosservato alle alte sfere dell’amministrazione federale.

A rendere le consultazioni messicane più imprevedibili sono i bassi livelli di crescita economia, la violenza dilagante legata al traffico di droga e la sicurezza, che rendono gli elettori più disposti ad accettare idee e personaggi circondati da un alone di novità. Ciò, unito all’inasprimento dei rapporti fra i due Governi per via delle dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, potrebbe spingere i candidati nei prossimi mesi ad accentuare il carattere di contrapposizione fra i due Paesi, con ripercussioni evidenti sull’opinione pubblica di entrambe le parti e con la possibilità di incrinare la collaborazione su questioni come il NAFTA.

LA LONGA MANUS DI PUTIN

La vicinanza del Messico rispetto agli Stati Uniti rende il Paese uno strumento di pressione particolarmente appetibile per chi, come la Russia, ha interesse a minare gli interessi di Washington. Sebbene non vi sia nulla di certo, i sospetti di possibili manovre condotte dal Cremlino all’interno dell’iter verso le elezioni di luglio si fanno di volta in volta più concreti.

Persino AMLO, apparentemente quotato come il candidato vincente, ha dovuto difendersi dalle accuse di essere legato ai russi, definendo i sospetti additati nei suoi confronti come insussistenti. Il caso che ha fatto agitare le prime polemiche è stato l’annuncio di Irma Eréndira Sandoval come membro del Governo che intenderà formare in caso dovesse divenire presidente, con il compito di occuparsi della lotta contro la corruzione all’interno della burocrazia. Il partner di Eréndira Sandoval è John Ackerman, il quale ha ricevuto spazio sul canale televisivo russo RT, di cui è un assiduo collaboratore.

La questione delle elezioni messicane è analizzata anche dalla testata legata al Ministero degli Esteri russo International Affairs, che riportano le accuse del National Security Adviser statunitense Herbet McMaster, rivolte proprio al Cremlino, di interferenza all’interno della campagna elettorale – suscitando la risposta ironica del ministro degli Esteri russo Lavrov, il quale ha dichiarato che l’impegno russo abbia impedito a Mosca di “stringere rapporti culturali” ad esempio con il Giappone, con cui gli Stati Uniti hanno un rapporto sempre più esplicito.

Il consolidamento di un sentimento antiamericano, di cui Obrador potrebbe essere un catalizzatore, spaventa Washington per via delle possibili ripercussioni a livello regionale della vittoria di un candidato che ha dimostrato di non condividere le posizioni di Trump sull’economia, sull’ambiente e sull’immigrazione. Tale contrasto è emerso esplicitamente nel momento in cui Obrador, seguito dagli altri candidati, ha pubblicamente dichiarato che il Messico non pagherà per il muro che il presidente statunitense ha intenzione di costruire. Inoltre, durante la sua visita nel porto di Veracruz, nel Golfo del Messico, Obrador ha ribadito che “metteremo [Trump] al suo posto”. La scelta di Veracruz, scenario dell’occupazione statunitense nel 1914, è un chiaro simbolismo che punta a risvegliare il sentimento nazionale messicano, il quale diventerà una variabile fondamentale all’interno del dibattito politico che si concluderà a luglio.

Riccardo Antonucci

 Un chicco in più 

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Foto di copertina di Celso Flores Licenza: Attribution License

Sono nato a Roma il  29 gennaio 1996. Dopo la maturità classica ho deciso di iscrivermi alla LUISS Guido Carli per studiare Politics, Philosophy and Economics. Scrivo per il giornale universitario Globe Trotter ed assieme a due miei amici (prima ancora che colleghi universitari) svolgo l’attività di speaker per The International Newsroom (programma di approfondimento di geopolitica su RadioLuiss). Alla passione per la geopolitica unisco la mia personale mania per la scrittura (nel 2016 è stato pubblicato il mio primo saggio E – Politics. Riflessioni per una nuova dialettica politica), nonché il desiderio di intraprendere la carriera accademica o comunque legata alla ricerca.