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Il colpo di Stato in Zimbabwe contro Mugabe ha colto di sorpresa l’opinione pubblica internazionale, ma le diplomazie erano al corrente di che cosa stesse accadendo: al Sudafrica è toccato il compito di mediare per garantire una transizione pacifica

IL GOLPE IN ZIMBABWE

Il 21 novembre 2017 è terminata l’epoca di Robert Mugabe, alla guida dello Zimbabwe dal 1980. Le truppe del generale Constantino Chiwenga si erano mosse il 14 novembre in modo incruento, creando un cordone di sicurezza intorno al leader 93enne e favorendo l’ascesa di Emmerson Mnangagwa, fino a pochi giorni prima vicepresidente in carica. L’azione è stata pianificata e condotta all’interno della forza di governo, lo ZANU-PF, come reazione all’eventualità che a succedere a Mugabe fosse la moglie Grace. Da tempo infatti i vertici del partito erano impegnati in una dura contesa tra la vecchia classe dirigente del cosiddetto Lacoste Group e i più giovani esponenti della Generation 40, schierati con Grace. La dinamica del golpe in Zimbabwe è quindi analoga a quella di molti Stati a partito unico – o quasi – sorti da un’esperienza di lotta per l’indipendenza, nei quali il principio della concentrazione del potere nelle mani del primo establishment combattente si scontra con le istanze delle nuove leve.

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Fig. 1 – Un’immagine dalla cerimonia di giuramento del presidente Mnangagwa, il 24 novembre 2017

IL RUOLO DEL SUDAFRICA

Jacob Zuma ha seguito la crisi nella duplice veste di Presidente del Sudafrica e della Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale (SADC), tenendo un filo diretto con Mugabe e inviando una delegazione composta dalla ministra della Difesa Nosiviwe Mapisa-Nqakula e dal ministro della Sicurezza Bongani Thomas Bonga. La titolare degli Esteri, Maite Nkoana-Mashabane, era invece impegnata nel vertice straordinario della SADC a Gaborone, in Botswana. La linea di Zuma è stata coerente con la storia delle relazioni tra i due Paesi: una mediazione apparentemente neutra, mirata a evitare l’esplosione della situazione e a garantire gli interessi sudafricani. Mnangagwa aveva il supporto della Cina – attore sempre più centrale in Zimbabwe – ed era chiaro che ormai l’unico esito possibile fosse la deposizione di Mugabe: il Sudafrica ha lavorato affinché fosse raggiunta una soluzione non traumatica, senza un ampliamento dell’instabilità a livello regionale. È più che probabile, comunque, che le diplomazie fossero state allertate. Mnangagwa era stato allontano da Mugabe il 6 novembre con l’accusa di complotto e si era rifugiato in Sudafrica, mentre tra l’8 e il 10 novembre il generale Chiwenga si era recato in visita a Pechino. Per quanto abbia formalmente smentito un proprio coinvolgimento, anche la Cina era a conoscenza dei piani e non è da escludere che abbia deciso di appoggiare Mnangagwa una volta avuta la certezza dell’accordo tra esercito e Lacoste Group – in un primo momento, infatti, la Repubblica popolare si era dimostrata non ostile verso Grace.

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Fig. 2 – Tre dei protagonisti del golpe in Zimbabwe: Xi Jinping, Zuma e Mugabe durante il Forum per la cooperazione Africa-Cina del 2015

L’operazione contro Mugabe è stata avviata pertanto solo dopo che i suoi promotori avessero fornito le dovute assicurazioni ai partner internazionali: né Pechino, né Pretoria avrebbero mai accettato un cambio di regime senza la garanzia che a gestire la transizione fosse lo ZANU-PF.
È verosimile, inoltre, affermare che gli eventi abbiano subito un’accelerazione in seguito all’allontanamento di Mnangagwa, che ormai da tempo si era accreditato a livello internazionale come l’unico capace di rimuovere il potere dalle mani di Mugabe e di mantenerlo senza che altri si intromettessero in modo indesiderato. A riguardo, Zuma sarebbe dovuto andare ad Harare con l’angolano João Lourenço il 22 novembre, per definire alcuni dettagli sulla transizione, ma il viaggio è stato annullato dopo un incontro con Mnangagwa. Il messaggio è stato chiaro: la fase critica in Zimbabwe era da considerarsi risolta all’insegna della continuità politica.

SUDAFRICA E ZIMBABWE: QUESTIONE DI EQUILIBRIO

Negli ultimi venti anni il Sudafrica, la maggiore potenza dell’area, ha sempre agito più o meno attivamente per il mantenimento dello status quo in Zimbabwe, a tutela dei propri interessi e dell’equilibrio regionale. Questa linea fu particolarmente evidente durante la presidenza di Thabo Mbeki (1999-2008), accusato in patria e all’estero di un’eccessiva condiscendenza nei confronti di Mugabe. Nel 2008 Mbeki guidò le trattative che portarono al Governo di unità nazionale tra Mugabe e il leader dell’opposizione Morgan Tsvangirai (morto pochi giorni fa, il 14 febbraio), un accordo nell’àmbito della SADC che consentì di stabilizzare l’economia, ma che non previde reali strumenti di salvaguardia democratica. D’altronde il Presidente sudafricano aveva sempre sostenuto che i problemi di Harare fossero risolvibili soltanto all’interno dello ZANU-PF, senza le ingerenze di attori extra-africani.
L’arrivo di Zuma nel 2009 ha portato invece a un parziale disimpegno dallo Zimbabwe, un vuoto che è stato colmato dalla penetrazione di Pechino. Lo ZANU-PF ha ridotto i rapporti con l’African National Congress (che risalivano all’epoca dell’apartheid) e ha avviato un dialogo con il Partito comunista cinese, ritenuto più solido e ideologicamente più affine.
Ad ogni modo il Sudafrica ha sempre rifiutato le pressioni internazionali per un colpo di mano in Zimbabwe, nonostante in varie occasioni abbia proposto a Mugabe di cedere il passo. La cautela era imposta dagli intensi legami storici ed economici tra i due Paesi – un paio di dati su tutti: 5 miliardi di dollari in interscambio commerciale e oltre 4 milioni di zimbabwani in territorio sudafricano. Non è un caso se il primo viaggio all’estero di Mnangagwa, il 21 dicembre, sia stato proprio nella Rainbow Nation. Quanto al nuovo presidente Cyril Ramaphosa (in carica dal 15 febbraio), è ancora presto per comprendere come si svilupperà la politica nei confronti dello Zimbabwe. Durante il colpo di Stato, Ramaphosa, allora vice di Zuma, ha sostenuto la linea ufficiale del Governo, ma in occasione del decesso di Tsvangirai ha espresso pubblicamente il proprio cordoglio nei confronti dell’avversario di Mugabe, ricordandone il «profondo ruolo».
I cambi al vertice nei due Paesi hanno diversi aspetti in comune, primi fra tutti la richiesta di contrastare la corruzione diffusa e risanare l’economia. È interessante, comunque, che l’Africa stia osservando con molta attenzione i mutamenti nell’area meridionale, che hanno interessato attori storicamente di riferimento. Questo è proprio uno dei punti che potrebbero caratterizzare le relazioni tra Zimbabwe e Sudafrica, o, meglio, tra Mnangagwa e Ramaphosa: l’immagine condivisa di leader intenzionati a migliorare i rapporti tra cittadini e Istituzioni, operando per una maggiore trasparenza.

Beniamino Franceschini

Un chicco in più

Nei giorni dell’intervento militare la capitale dello Zimbabwe è stata attraversata da numerose proteste, che però hanno inciso poco su una vicenda svoltasi sostanzialmente all’interno dello ZANU-PF. Le stesse aspettative circa un coinvolgimento delle forze di opposizione nella gestione del nuovo corso sono state subito ridimensionate. Lo Zimbabwe continuerà a essere governato dallo stesso establishment – una circostanza ben gradita a Cina e Sudafrica, – nonostante il presidente Mnangagwa si sia dichiarato disponibile a moderate aperture agli altri partiti in vista delle elezioni del 2018, nonché a una revisione delle politiche economiche del vecchio leader, comprese quelle contro i possidenti terrieri bianchi. L’eredità di Mugabe, insomma, resisterà a lungo.

Foto di copertina di GovernmentZA Licenza: Attribution-NoDerivs License

 

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