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In 3 sorsiIl 20 dicembre scorso la Commissione Europea ha deciso di deferire la Polonia alla Corte di giustizia dell’Unione Europea, accusandola di aver attuato riforme nell’ambito del sistema giudiziario contrarie ai valori dell’UE. Per la prima volta nella storia dell’Unione, la Commissione Europea ha deciso di applicare l’art.7 del Trattato sull’Unione Europea (TUE)

1. LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA IN POLONIA

Nel 2015 Beata Szydlo, esponente del partito di destra “Diritto e Giustizia” (PiS), viene scelta dal presidente del partito, Jarosław Kaczyński, per guidare il governo in seguito alla vittoria elettorale. Dopo il suo insediamento, il governo ha approvato alcune misure per diminuire l’indipendenza del potere giudiziario, fino ad arrivare alle disposizioni dello scorso luglio che quasi cancellano l’autonomia dei magistrati. In particolare, è stata approvata una legge che permette al governo di mandare a riposo tutti gli 83 giudici della Corte Suprema del paese, a prescindere dalla loro età, e di sceglierne i sostituti. Le manifestazioni di protesta non sono mancate: l’estate scorsa in cento città del Paese i manifestanti hanno fatto sentire la loro voce, contro un governo che, secondo loro, stava violando la Costituzione polacca. Dopo queste dimostrazioni e sotto la pressione dei richiami dell’Unione europea, il capo dello Stato Andrzej Duda (esponente del PiS) ha deciso di non firmare le leggi in questione, rimandandole al Parlamento. La decisione del presidente ha provocato la reazione critica di Szydlo. Il Presidente della Repubblica Duda, nell’annunciare il suo veto sulla riforma della giustizia, ha fatto appello alla pace sociale e, rivolgendosi sia alle forze di governo sia all’opposizione, ha richiamato alla responsabilità e alla saggezza. Duda ha poi offerto un compromesso, che non ha soddisfatto l’Unione europea: alla fine ha solo rinviato la soluzione del problema ad un momento più favorevole. Il 7 dicembre scorso Szydlo ha rassegnato le sue dimissioni al consiglio del partito, che le ha accettate. Al suo posto è subentrato il vicepremier, il ministro delle Finanze e dello sviluppo Mateusz Morawiecki, fedelissimo del leader del partito, Jarosław Kaczyński.

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Fig.1 – Il Presidente del partito Diritto e Giustizia (PiS),Jarosław Kaczyński e il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki

2. LA REAZIONE DELL’UNIONE EUROPEA

Il 20 dicembre La Commissione europea ha annunciato di avere iniziato le procedure per l’applicazione dell’articolo 7 del Trattato sull’Unione Europea, che prevede un meccanismo per garantire il rispetto dei valori fondamentali dell’Unione Europea quando questi sono minacciati. Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione europea, ha affermato che negli ultimi due anni il governo polacco ha adottato 13 leggi che hanno messo a rischio la democrazia in Polonia, l’indipendenza del potere giudiziario e il principio della separazione dei poteri, condizionando in maniera rilevante il lavoro del Tribunale Costituzionale, della Corte Suprema e dei tribunali ordinari polacchi. Nello stesso giorno il presidente della Repubblica Duda ha firmato una legge che pone la Corte Suprema e gli altri organi giudiziari sotto il controllo del governo e che differisce solo in minima parte dalle proposte precedenti. L’articolo 7, paragrafo 1 del Trattato sull’Unione Europea prevede che il Consiglio, deliberando a maggioranza dei quattro quinti dei suoi membri, può constatare che esiste un chiaro rischio di violazione grave da parte di uno Stato membro dei valori comuni di cui all’articolo 2 (il quale sancisce che lo stato di diritto è uno dei valori comuni su cui si fonda l’Unione europea). 
La reazione del primo ministro polacco Morawiecki non si è fatta attendere. Il premier ha dichiarato che “la Polonia rispetta lo Stato di diritto tanto quanto l’Unione Europea” e che la riforma del sistema giudiziario promossa dal suo governo è necessaria. La Polonia ha a disposizione tre mesi di tempo per adeguare il proprio sistema agli standard richiesti dall’Unione Europea, modificando o ritirando la riforma del potere giudiziario adottata di recente. Il prossimo 20 marzo il Consiglio dell’Unione Europea valuterà la situazione: almeno 22 dei 28 Stati membri dovranno votare a favore della proposta della Commissione affinché si possa inviare un avvertimento formale alla Polonia e si possa andare avanti nel processo. Le sanzioni più dure per la Polonia sono la sospensione del diritto di voto nelle istituzioni europee e la sospensione dei finanziamenti europei. Per poter approvare queste due misure, tuttavia, è necessario un voto successivo favorevole di tutti i paesi membri, scenario che al momento sembra poco probabile poiché l’Ungheria del primo ministro Viktor Órban ha già indicato di voler sostenere la Polonia.

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Fig. 2 – Il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker

3. SEGNALI DI DISTENSIONE

Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha dichiarato che “non si dovrebbe dare l’impressione ai paesi dell’Europa centrale che l’Europa occidentale guidi da sola l’Unione“, ma ha anche invitato i paesi dell’Europa centrale, compresa la Polonia, a rispettare il principio di solidarietà. L’incontro del 9 gennaio tra il primo ministro polacco Morawiecki e Juncker è stato positivo.
La Polonia è il più grande beneficiario della liquidità dell’Unione Europea. Per questo c’è un crescente malessere di alcuni paesi dell’Europa occidentale circa l’invio di risorse così consistenti a un Paese che viola le norme dell’Unione Europea. La Polonia, grazie anche (se non soprattutto) al mercato unico, è già ora un affermato centro di delocalizzazione per importanti società: Google, spesso sostenitrice dell’innovazione imprenditoriale, nel 2015 ha deciso di ospitare il suo campus di avvio per l’Europa centrale e orientale a Praga; Goldman Sachs (vedi il chicco in più) ha deciso di ampliare la propria sede a Varsavia, che conta oggi 300 dipendenti, di 200 impiegati nei prossimi 3 anni. Dopo l’adesione della Polonia all’Unione Europea nel 2004, i polacchi hanno improvvisamente avuto un accesso relativamente facile a salari più alti e mercati del lavoro più competitivi nei paesi dell’Europa occidentale. Per questo Varsavia non può permettersi di mettere a rischio la propria appartenenza all’UE.

Marzia Notarnicola

[box type=”shadow” align=”” class=”” width=””]Un chicco in più

Goldman Sachs è una holding bancaria, cioè una società che controlla più banche. Oggi, tramite le sue società, Goldman Sachs esercita ogni tipo di attività bancaria, compresa la raccolta dei risparmi dei privati.[/box]

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