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Il leader dell’iniziativa civica SDP, voce dei comuni kosovari a maggioranza serba spesso critica nei confronti di Vucic, è stato freddato davanti al suo ufficio: una tragedia che complica il difficile dialogo tra Belgrado e Pristina

L’UOMO DEL DIALOGO FREDDATO DA SEI COLPI DI PISTOLA

Era soprannominato “l’uomo del Ponte”, Oliver Ivanovic, con riferimento all’infrastruttura simbolo della città divisa di Kosovska Mitrovica, dove il leader di SPD (“Libertà, Democrazia e Giustizia”, lista civica serbo-kosovara da lui fondata) viveva e lavorava e dove, la mattina del 16 gennaio scorso, è stato brutalmente ucciso da una raffica di colpi sparati da un automobile in corsa.
Ex Ministro per il Kosovo tra il 2008 e il 2012 nella Serbia di Boris Tadic, Ivanovic era considerato dalla comunità internazionale una delle voci più autorevoli ed affidabili in materia di dialogo e pacificazione tra le due popolazioni. Circostanza che di converso lo aveva reso, a livello regionale, una delle personalità maggiormente invise alle diverse classi dirigenti. In occasione delle elezioni locali in Kosovo dello scorso autunno aveva tentato di opporsi politicamente alla Lista Serba, la coalizione partitica uscita poi vincitrice in tutte le municipalità dopo che pochi mesi prima aveva conquistati 9 dei 10 seggi riservati ai serbi nel Parlamento di Pristina, grazie soprattutto all’endorsement del Presidente serbo Aleksandar Vucic e del Partito Progressista Serbo (SNS) di cui  è leader.
Dall’altro versante, le sue vicissitudini giudiziarie, tutt’altro che lineari, lo rendevano ad ogni modo un personaggio non propriamente amato dai kosovari: nel 2014 era stato arrestato con l’accusa di crimini di guerra commessi negli anni ‘90 e condannato a nove anni per l’uccisione di dieci cittadini di etnia albanese, salvo poi, nel febbraio del 2017, tornare a piede libero per l’annullamento della sentenza da parte della Corte d’Appello kosovara e poter così partecipare alle competizioni elettorali precedentemente citate.

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Fig. 1 – La sede di SDP all’indomani dell’omicidio di Ivanovic, Kosovska Mitrovica, gennaio 2018

SOSPESI I NEGOZIATI A BRUXELLES

L’omicidio di Ivanovic, dopo alcuni giorni, resta ancora avvolto nel mistero: le autorità hanno ritrovato l’auto utilizzata dagli assassini, bruciata e priva di targhe, deducendo come l’azione sia stata premeditata e pianificata nei dettagli, ma non hanno reso noto alcun sospetto concernente mandanti ed esecutore.
Ciò che è certo è che proprio il 16 gennaio, a Bruxelles, sotto l’egida delle istituzioni europee, sarebbero dovuti riprendere i colloqui Belgrado-Pristina volti ad implementare un ventaglio di questioni tecniche rimaste in sospeso: la morte di Ivanovic ha causato l’immediata reazione di Belgrado, che ha fatto subitaneamente rientrare alla base la delegazione guidata da Marko Djuric, direttore dell’Ufficio governativo Serbo per le questioni del Kosovo.
Aleksandar Vucic ha giustificato tale decisione sostenendo di aver temuto l’innescarsi di un’escalation di violenze incontrollabile: il giorno prima dell’assassinio, infatti, il Presidente dell’Assemblea legislativa del Kosovo Kadri Veseli, parlando pubblicamente della ricorrenza del massacro di Racak del 1999, aveva minacciato di reagire ad eventuali provocazioni balenando l’ipotesi, aggressiva ma assolutamente inverosimile, di un’offensiva volta ad occupare il sud della Serbia e la città di Nis in particolare.

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Fig. 2 – Ramush Haradinaj e Hashim Thaci rendono omaggio alle vittime del massacro di Racak, gennaio 2o18

RALLENTAMENTO, MA NON FRENATA

Tuttavia, nonostante Marko Djuric abbia proclamato la sospensione a tempo indeterminato del dialogo con Pristina, lo stesso Vucic ha scongiurato i rischi di una chiusura totale, mantenendo le comunicazioni con l’omologo kosovaro Hashim Thaci, presumibilmente tramite la mediazione delle Istituzioni europee: il portavoce per gli affari esteri e di sicurezza dell’UE Maja Kocijancic ha, infatti, confermato l’impegno dei due Presidenti nel voler proseguire nello sforzo di normalizzazione, con lo scopo di addivenire alla pacificazione della regione e di evitare tensioni nei rapporti euro-atlantici.
Il ruolo dell’Unione Europea, che si profila di capitale importanza anche nella necessità contingente di poter rendere effettiva la volontà di coordinamento espressa da ambedue le parti circa le investigazioni sull’omicidio: il Primo Ministro kosovaro Ramush Haradinaj ha condannato a caldo l’accaduto affermando la piena disponibilità da parte di Pristina di utilizzare tutti i mezzi necessari per assicurare i colpevoli alla giustizia e per impedire che la morte di Ivanovic possa venire strumentalizzata per fini politici e utilizzata per ostacolare il progresso delle relazioni con Belgrado.

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Fig. 3 – Il Presidente serbo Aleksandar Vucic in visita al Monastero di Bansjka, situato nei dintorni di Kosovska Mitrovica, gennaio 2018

Da parte serba, invece, il Consiglio per la Sicurezza Nazionale, organo di raccordo tra Governo e vertici di forze armate e servizi segreti presieduto dallo stesso Vucic, ha inviato una richiesta formale ad EULEX e UNMIK domandando di poter avere giurisdizione diretta nelle indagini sul territorio del Kosovo in condominio con gli organi di Pristina.
Si può immaginare che a Belgrado non ci si aspetti l’accoglimento di una simile richiesta né tantomeno un’apertura in merito da parte del Governo kosovaro: cionondimeno, si può ipotizzare come l’iniziativa sia stata presa con l’intento di forzare la mano agli interlocutori per ottenere chiarimenti circa il riconoscimento formale degli interessi della Serbia nella sua ex provincia autonoma ed in particolare nell’area settentrionale della medesima.

VUCIC NEL KOSOVO DEL NORD: “PRISTINA HA GIURISDIZIONE QUI”

Questa lettura, questa può ritenersi coerente con le finalità del viaggio effettuato dal Presidente Vucic nel nord del Kosovo nella giornata di sabato 20 gennaio. Un tour di 13 ore circa, durante le quali l’ex Primo Ministro serbo ha visitato Kosovska Mitrovica ed alcuni dei principali monasteri ortodossi del territorio, come Gracanica, Banjska e Laplje Selo.
Sebbene non siano mancate le polemiche da parte kosovaro-albanese circa l’opportunità del viaggio e le reali intenzioni di pacificazione, Vucic ha incluso nella visita una conferenza stampa nella quale ha spiegato l’importanza del dialogo tra le due etnie riconoscendo pubblicamente come anche nelle aree a maggioranza serba la giurisdizione politico-amministrativa appartenga effettivamente a Pristina e che, in proposito dell’omicidio di Ivanovic non sia importante la nazionalità del killer, bensì la ricerca congiunta della verità, raggiungibile a suo dire solo tramite un sereno e proficuo scambio di informazioni tra le intelligence di Serbia e Kosovo.

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Fig. 4 – La folla commemora Ivanovic a Belgrado, nel giorno dei suoi funerali, gennaio 2018

Oltre ad aver incontrato i principali politici serbo-kosovari, tanto facenti parte della maggioranza quanto delle opposizioni, Aleksandar Vucic ha voluto dare una forte carica simbolica alla sua visita, soffermandosi a parlare con comuni cittadini serbo-kosovari e riportandone umori e sensazioni nelle proprie dichiarazioni pubbliche che costituirebbero, di fatto, una sorta di indirizzo programmatico per il futuro delle relazioni con Pristina e con gli organi di mediazione preposti. Il leader del Partito Progressista ha riassunto tali scambi in tre concetti di base: l’eccessivo disparità di benessere socio-economico nella società del nord del Kosovo, la necessità di alleviare tale condizioni tramite uno sforzo politico comune e, infine, il desiderio dei serbi di anteporre il riconoscimento ed il rispetto della propria identità al di sopra di qualsiasi forma di vendetta.
In attesa di ristabilire i canali negoziali ufficiali tra Belgrado e Pristina, la sfida più urgente per l’Unione Europea è quella di tradurre in forma concreta i propositi di collaborazione espressi da ambedue le parti circa la risoluzione dell’omicidio Ivanovic, tutelando il processo di normalizzazione delle Istituzioni kosovare impedendo ingerenze nel loro funzionamento ma anche, nel contempo, valorizzando la presenza della popolazione di lingua e cultura serba, minoranza storicamente parte del territorio e indissolubilmente legata alla Serbia.


Riccardo Monaco

Un chicco in più 

Nonostante fosse originario della municipalità di Decani, situata nella parte occidentale del Kosovo e non lontana dai confini con Albania e Montenegro, il funerale di Oliver Ivanovic è stato celebrato a Belgrado, alla presenza di una nutrita schiera di esponenti del Governo e dell’opposizione serba.
La funzione è stata celebrata dal Vescovo ortodosso Teodosije, che lo ha ricordato come uomo di pace rispettato anche da molti kosovaro-albanesi.
L’ex leader della lista SPD è stato sepolto nel cimitero della Capitale serba, nell’area dedicata ai Cittadini degni d’onore, in cui è sepolto anche l’ex Primo Ministro Zoran Djindjic, oppositore del regime di Milosevic e ucciso da un cecchino nel 2003.

Foto di copertina di Clay Gilliland Licenza: Attribution-ShareAlike License

Riccardo Monaco

Nato e cresciuto a Roma, ho conseguito la laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso La Sapienza. Dopo un periodo trascorso a Belgrado, ho iniziato un dottorato in Storia dell’Europa, con un progetto di ricerca dedicato alla politica estera della Jugoslavia dagli anni ’70 alla morte di Tito. Inoltre, ho conseguito un diploma in Sviluppo e Cooperazione Internazionale presso la Summer School dell’ISPI e un Master di specializzazione dedicato alla progettazione europea e all’internazionalizzazione d’impresa presso la SIOI.

A distanza di diversi anni dagli studi, rimango ancora convinto del ruolo centrale delle scienze politiche per la comprensione delle dinamiche attuali, ragion per cui sono tutt’ora un appassionato di geografia politica e di storia delle relazioni internazionali, con particolare riguardo per il periodo della guerra fredda e per un’area nevralgica quale quella dei Balcani occidentali.