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Il PdL si sfalda sotto i colpi di un inedito dissenso interno e il PD continua a essere impegnato in una tutt’altro che inedita ricerca della propria identità politica e sociale; nel frattempo, la Lega si rafforza e quasi dilaga, Di Pietro e Vendola sono percepiti come le uniche alternative valide al berlusconismo, l’UdC si riconferma ago della bilancia, specialmente a livello locale, e i movimenti a cinque stelle di Beppe Grillo erodono voti fondamentali alla sinistra.

MA IL BIPOLARISMO IN ITALIA STA FUNZIONANDO? – Il tentativo  di trasformare il frastagliato panorama politico/partitico italiano in un sistema bipolare iniziò in tempi ormai remoti, con la fusione tra DS e Margherita e la fondazione del PD, e già in quell’occasione fu pianto e stridor di denti; seguirono poi la scelta veltroniana di “correre da soli” e l’allineamento berlusconiano con la creazione del PdL, anche in questo caso frutto di una fusione non del tutto indolore. Gli auspici e le intenzioni, a onor del vero, erano i migliori: dopo l’ennesimo governo di coalizione caduto prima del tempo (il Prodi bis) si sentiva l’esigenza di plasmare un sistema che permettesse una maggiore governabilità, con il sistema britannico come modello neanche troppo nascosto (indimenticabile il governo-ombra di Veltroni). Ora, come mai questi bei propositi sono naufragati? Cosa ha affossato il progetto più ambizioso della politica italiana degli ultimi quindici anni?

THE ITALIAN WAY – Il problema principale sta proprio nella dinamica, ossia nel modo in cui si è scelto di introdurre nel Bel Paese una consuetudine politica aliena; i sistemi politici e le strutture partitiche, così come le leggi elettorali, non possono essere considerati solo degli schemi, delle tracce, delle regole matematiche che, se applicate nel modo giusto, modificano senza sforzi un ambiente pre-esistente. Sono, invece, il prodotto del contesto politico e sociale; una relazione, se così si può dire, di struttura e sovrastruttura, il cui ordine non si può sovvertire senza rischiare una crisi di rigetto. In Italia le spaccature, o, come dicono i professionisti, i cleavages, attorno a cui si è andata plasmando la competizione politica dal dopoguerra ad oggi, sono tali e tanti che anche solo pensare di semplificarli, di ricomporli, attraverso una rappresentanza partitica di orientamento bipolare, appare un progetto irrealistico, tanto più se tale semplificazione deve avvenire per mezzo di un’imposizione dall’alto, attraverso l’applicazione quasi forzata di un sistema ideato e disegnato da élites politiche evidentemente non in contatto con la base elettorale.

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LE CONSEGUENZE – La tentata introduzione del sistema bipolare in Italia ha causato, dunque, proprio una crisi di rigetto. In un paese come il nostro, i cui abitanti, come diceva Gaber, sono storicamente “troppo appassionati di ogni discussione”, e in cui il campanilismo è spesso assunto a stile di vita, ha portato gli elettori italiani a non sentirsi rappresentati, a non riconoscersi più nel sistema partitico che dovrebbe rappresentarli. La disillusione nei confronti dei singoli partiti, dunque, che in termini pratici si traduce in una costante emorragia di voti (discorso che vale tanto per il PD quanto per il PdL) e in una crescita esponenziale dell’astensione, è in un certo qual modo un effetto della distanza tra la struttura politico-partitica e l’elettorato. I problemi scaturiscono anche dalle declinazioni del concetto di bipolarismo che hanno prodotto i due principali partiti Italiani, che di questo inedito sistema sarebbero dovuti essere i protagonisti assoluti. A destra, la corsa verso il bipolarismo ha prodotto un partito che basa la sua stessa esistenza sul cesarismo mediatico e sul carisma del leader, in cui il dissenso interno, come si è visto, è considerato come una metastasi, come qualcosa da asportare; a sinistra, si è assistito a una fusione che, oltre ad aver lasciato scontenti molti militanti, non ha portato alla creazione di un partito unito, ma alla coabitazione sotto il medesimo tetto tra due anime differenti ed insofferenti, che non sembrano in grado di restare nel solco delle tradizioni a cui fanno capo, quella democratico-cristiana e quella socialista-comunista, specie per quanto riguarda il radicamento nel territorio e l’individuazione di una proposta politica organica e autonoma. Tanto il PdL quanto il PD, inoltre, sono dipendenti da alleati politicamente e numericamente fondamentali (la Lega da una parte e l’IdV dall’altra), che sono in una posizione tale da condizionarne la linea e il comportamento.

IL BUON GOVERNO – Se poi si guarda all’obiettivo principale di questo ambizioso progetto politico, ossia la maggiore governabilità, si deve registrare un altro fallimento: la governabilità, infatti, non si esaurisce nel completare i cinque anni di legislatura senza crisi interne, ma significa soprattutto (cosa ben più complicata) creare un clima stabile perché si faccia politica in maniera seria, realizzando le riforme necessarie e facendo lavorare le Camere, senza che l’attività di governo venga minacciata da crisi, giochi di potere, ed antipatie. Sta accadendo questo, ora, in Italia? Evidentemente no. L’attuale governo Berlusconi è più impegnato a negoziare le riforme con la Lega e, d’ora in poi, a evitare i bastoni tra le ruote dei Finiani, piuttosto che a proporre politiche utili per il Paese. E la situazione, nel caso in cui il PD vincesse le elezioni, non cambierebbe, col partito impegnato a mettere d’accordo le sue mille anime e, allo stesso tempo, a concordare la linea con gli indispensabili alleati dell’IdV ed, eventualmente, dell’UdC.

COSA FARE, DUNQUE? – I militanti, a sinistra soprattutto, ma anche a destra, rumoreggiano contro un sistema partitico in cui non si riconoscono più; gli elettori puniscono i partiti che hanno dato il via a questo tormentato processo attraverso il voto, astenendosi o dando fiducia a partiti e progetti diametralmente opposti alla vocazione maggioritaria del PD e del PdL (basti pensare alle conquiste della Lega al nord, o al successo del “metodo Vendola” in Puglia). All’interno dei partiti stessi le voci dissonanti sono in aumento: Mussi esorta i suoi ex compagni di partito a riconsiderare le loro decisioni dalle colonne dell’Unità, Fini dà il colpo di grazia al PdL rifacendosi alla morale e alle posizioni dell’ormai sepolta Alleanza Nazionale, Vendola vince facendo politica in maniera antitetica rispetto al PD, mentre Prodi da parte sua spinge per un partito a direzione federale. Il rischio, nel caso in cui i partiti continuino ad appiattirsi sul mantra del bipolarismo, è che ci si allontani ancora di più dall’obiettivo originario, quella governabilità oggi minacciata da lotte intestine, astensionismo e derive populiste.

Lorenzo Piras

redazione@ilcaffegeopolitico.it

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