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A due anni e mezzo dall’esplosione dei moti di protesta che hanno cambiato il volto politico e sociale del Nord Africa, proviamo a trarre un bilancio della situazione economica. Instabilità e mancanza di sicurezza hanno provocato un crollo degli investimenti che sta avendo ripercussioni negative per lo sviluppo dell’intera regione

 

RIVOLUZIONE… MA A CHE PREZZO? – Tra cambiamenti epocali ed elementi di continuità, il Nordafrica ha conosciuto nel corso degli ultimi anni trasformazioni che stanno incidendo fortemente su equilibri stabiliti durante decenni. A distanza di due anni e mezzo dall’esplosione dei moti che hanno mutato la conformazione dell’intera regione, è possibile trarre un primo bilancio del percorso intrapreso dalle istituzioni statali nei Paesi del Nordafrica per rispondere alla richiesta di cambiamento. Sia le strutture degli Stati che sono riusciti a contenere le pressioni della piazza (Algeria e Marocco), sia quelle che hanno subito profonde trasformazioni (Libia, Tunisia ed Egitto) si trovano oggi a fare i conti con gli effetti di una serie combinata di fattori: le due grandi crisi economiche, il calo degli investimenti sia interni che stranieri, il crollo della produttività nel periodo delle rivoluzioni, le ripercussioni di politiche economiche in vigore dagli anni della dittatura.

«Le rivoluzioni e le conseguenti transizioni hanno messo alla luce una serie di sfide socio-economiche […] che devono essere affrontate per portare a compimento le speranze generate»: questa frase è estratta dall’introduzione all’Arab Competitiveness Report 2013, il documento pubblicato a maggio dal World Economic Forum che analizza i dati strutturali delle economie del mondo arabo, cercando di cogliere quali siano i loro punti di forza e quali le zavorre da eliminare per garantire una ripresa. Andiamo a riassumere, Stato per Stato, le indicazioni del WEF, consapevoli di quanto oggi più che mai sia cruciale comprendere la sostenibilità e il dinamismo dei singoli sistemi economici nazionali per prevedere la tenuta dei nuovi assetti nazionali.

 

ALGERIA – L’economia algerina dipende fortemente dall’enorme disponibilità di metano e petrolio presente nel suo sottosuolo: se da un lato tale fortuna ha permesso al Paese di mantenersi in piedi e di sostenere un altissimo livello di spesa pubblica, dall’altro ha sempre scoraggiato il Governo a effettuare le riforme necessarie per costruire un’economia competitiva. Il risultato è il crescente livello della sottoccupazione nel Paese e un bilancio statale pesantemente esposto alle oscillazione dei prezzi dell’energia. Importanti piani di sviluppo varati dal Governo con alti livelli di investimento dovranno risolvere gli squilibri delle istituzioni: tra i più gravi c’è lo scarso livello di sviluppo del settore finanziario (terzultimo tra i 144 paesi analizzati dal WEF), un sistema burocratico pesante e inefficiente e un altissimo livello di corruzione.

 

EGITTO – Al di là delle tensioni di questi giorni, chiunque stia seguendo le vicende legate al difficile accordo tra Egitto e FMI per il finanziamento da 4,8 miliardi di dollari, saprà quale sia il livello del dissesto economico egiziano. Con un altissimo livello di disoccupazione, casse statali in progressivo svuotamento, un sistema di sussidi statali ormai insostenibile, l’investimento crollato e instabilità ai massimi livelli, l’Egitto è spesso annoverato tra i potenziali failed states. Tale dissesto è rispecchiato dal report del WEF, che mette l’Egitto al 107mo posto su 144 paesi in termini di competitività (13 posizioni in meno rispetto all’anno precedente). Principali handicap del Paese sono l’altissimo deficit di bilancio, la mancanza di flessibilità e trasparenza nel mercato del lavoro, il livello di corruzione e le pesanti carenze infrastrutturali.

 

World Economic Forum and MENA
Un recente incontro del WEF su Medio Oriente e Nord Africa

LIBIA – Così come quella algerina, l’economia libica poggia su un’enorme disponibilità energetica che le ha garantito una rapida ripresa in seguito al blocco del 2011. Il problema principale della Libia di oggi è però la situazione precaria della sicurezza interna, che rende complesso pianificare un riavvio dell’investimento straniero e indebolisce le istituzioni statali. Una volta ottenuto un maggior controllo su tali problemi, la Libia potrà lavorare al suo completo rilancio. Ecco le misure proposte dal WEF: la costruzione di un valido mercato finanziario, la diversificazione dell’economia attraverso l’investimento nell’industria e il lancio di un mercato del lavoro efficiente.

 

MAROCCO – Il Marocco è uno degli Stati che meglio è riuscito ad assorbire e contenere le pressioni per il cambiamento, garantendo la tenuta statale attraverso un’efficace riforma costituzionale. Il risultato è una posizione economica più solida di quella dei vicini nella regione. Secondo il WEF, il Marocco è riuscito ad aprire il proprio sistema economico all’Investimento Estero Diretto e ad alleggerire il sistema di dazi doganali, riuscendo a valorizzare la propria posizione geografica di «confluenza tra Europa, Mondo arabo e Africa». In due settori gli indici rivelano un livello di forte arretratezza cui il Paese dovrebbe rimediare in maniera tale da ottimizzare il proprio sviluppo: il livello di educazione e il grado di efficienza del mercato del lavoro.

 

TUNISIA – La difficile situazione interna e lo stallo politico stanno colpendo duramente l’economia tunisina, che non riesce a ripartire e a tornare ai livelli pre-rivoluzionari. La crescita del livello di disoccupazione, l’impoverimento del Sud e del Centro del Paese, l’asfissia dell’industria e il declino del turismo – importante fonte di introito negli ultimi decenni – hanno privato il Paese del dinamismo dei tempi di Ben Ali, quando i vantaggi di un’economia competitiva erano affossati dall’altissimo livello di corruzione diffusa e dall’impostazione familistica dello Stato. Il recente accordo con il FMI per un prestito da 1,75 miliardi di dollari fa presagire riforme economiche dal forte impatto, ma resta da vedere quale effetto queste potranno avere nel breve termine su una popolazione impoverita e su una classe media non più vitale.

 

Andrea Ranelletti

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