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lunedì 25 Maggio 2020
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    Sudan: i risultati delle urne

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    L’attesa è finita. Lunedì 26 aprile sono stati resi ufficiali i risultati delle elezioni che si sono svolte dall’11 al 15 aprile scorso. Come previsto, Omar El-Bashir ha ottenuto una pesante vittoria, raccogliendo il 68% delle preferenze. Il giudizio sul risultato elettorale rimane al momento sospeso, sebbene l'alta partecipazione popolare rappresenti un elemento di grande importanza.

    Da Khartoum, Sudan

    Oltre alla vittoria netta di El-Bashir (in foto) sono da evidenziare altri risultati rilevanti.

    Anche il leader della regione semi-autonoma del Sud Sudan, Salva Kiir, presidente dal 2005, dopo la scomparsa del carismatico John Garang, è stato riconfermato, grazie ad un consenso ancora più marcato: 93% dei voti. C’è poi da registrare il 22% raccolto alle presidenziali dal Movimento Popolare per la Liberazione del Sudan, nonostante il ritiro a pochi giorni dal voto del candidato Yasir Arman, deciso a boicottare le elezioni a causa di irregolarità.

    Al momento non sono disponibili i risultati riguardanti i governatori dei 25 stati, né quelli delle assemblee parlamentari.

    Luci e ombre. In questi 11 giorni i commenti degli osservatori internazionali si sono rivelati contrastanti: l’ex presidente USA Jimmy Carter, in qualità di rappresentante dell’omonima fondazione, impegnata nella promozione nei diritti umani, aveva in un primo momento valutato positivamente l’andamento delle consultazioni, per poi ricredersi e affermare, congiuntamente alla delegazione di osservatori dell’Unione Europea, che gli standard internazionali non sono stati rispettati.

    Un video, circolato su Youtube e sulla BBC (vedi Un Chicco in più), mostrava un uomo, all’interno di un seggio, impegnato nel riempire frettolosamente alcune schede elettorali, mentre altri le infilavano nelle urne (foto sotto). Questo, e altri episodi, hanno reso le prime elezioni multipartitiche del Sudan un evento non certamente caratterizzato dalla correttezza e dalla trasparenza. Diventa quindi un caso l’impossibilità di accedere, in quasi tutto il territorio sudanese, al sito di Youtube, da più di tre giorni.

    Si è parlato, inoltre, della possibilità di ripetere le elezioni negli stati dove si sono registrati i maggiori disagi: ritardi nell’apertura dei seggi, mancanza di materiale e totale disinformazione. Finora, tali voci non hanno trovato conferme ufficiali.

    Gli undici giorni di attesa, tra la fine delle consultazioni e la dichiarazione dei risultati, sono stati anche teatro di violenze in diverse zone del paese. Appena concluse le elezioni, il partito di governo, il National Congress Party, ha denunciato l’uccisione di 9 dei suoi membri da parte dell’esercito del Sud, mentre sono giunte notizie di gravi scontri avvenuti al confine del paese, tra l’esercito del Sud e le tribù arabe del nord, in cui sono rimaste uccise 58 persone.

    Inoltre, subito dopo la presentazione dei risultati, è cresciuta la tensione nel Sudan meridionale. A Juba, le tribù in conflitto, Mundari e Bari, hanno dato vita a violenti scontri, accusandosi reciprocamente di brogli.

    Il coordinatore degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite ha denunciato il fatto che nella regione montuosa del Jebel Marra, in Darfur, gli atti violenti di questi giorni hanno impedito il normale svolgimento delle operazioni, privando l’accesso alle risorse di prima necessità a circa 100.000 persone.

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    Da valutare in senso positivo la percentuale dei votanti: il 60% degli aventi diritto. Per molti sudanesi si è trattato del primo (e unico) esercizio democratico, in una nazione profondamente divisa, segnata da guerre civili, minacciata costantemente dalle carestie e isolata, per un lungo periodo, dalla comunità internazione.

    Referendum a gennaio per l’autodeterminazione e pace in Darfur: sono stati questi i temi toccati dal presidente El-Bashir, intervistato poco dopo la proclamazione dei risultati. Sembrerebbe un’assunzione di responsabilità importante verso regioni e popoli in aperto contrasto con il potere centrale e islamista rappresentato dal neo-eletto presidente.

    Darfur. L’incontro tra El-Bashir e il presidente del Chad, Idriss Deby, dello scorso febbraio, ha colto di sorpresa gli osservatori politici della regione. I due leader si sono trovati a Khartoum per dimostrare, alla comunità internazionale (e al rispettivo elettorato) la loro intenzione di porre fine alle controverse vicende in Darfur, dove le due parti sostengono le diverse fazioni di ribelli, violando i confini altrui. In questo senso è chiara l’intenzione del governo sudanese di impegnarsi per una reale stabilità nella stessa regione in cui le forze filo-governative sono state accusate di aver ucciso circa 300.000 persone. I recenti accordi di pace di Doha, nonostante le varie difficoltà, confermano questa ipotesi.

    Sud Sudan. Nel Sud si guarda con grande speranza al referendum del gennaio 2011. Non saranno mesi facili, ma caratterizzati, come negli ultimi anni, da povertà, divisioni tribali, corruzione e rotture interne al Movimento Popolare di Liberazione del Sudan, forte ora del successo elettorale. Lo scenario non è certamente confortante, sarà necessaria una reale presa di coscienza della situazione da parte dei leader e della gente, gli abitanti del Sud Sudan, ma anche delle migliaia di profughi interni costretti a vivere nelle periferie del nord, se si vorrà realizzare il sogno di un Sud Sudan libero e indipendente. Il riscatto politico e sociale passa anche da qui.

    Mirko Tricoli

    Khartoum

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    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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