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Storie di sport. Storie vere, intense, vissute, in cui lo sport si intreccia con le storie e con la storia del mondo, e ne è protagonista. Questo il senso della rubrica “È solo un gioco?”, che oggi racconta il mondiale di calcio in Argentina, nel 1978. Un mondiale vinto dai padroni di casa, in cui la commistione con il potere e la dittatura di Videla ancora stride nelle parole e nelle memorie di protagonisti e spettatori di quei drammatici eventi

Stavamo disputando la finale nello stadio del River Plate, e a tre-quattrocento metri c’era la scuola della di meccanica navale. Solo dopo abbiamo scoperto che era il principale centro di tortura della marina. E penso, quando segnavamo, tutti ci potevano sentire. Le guardie magari dicevano ai prigionieri “stiamo vincendo”, è così che probabilmente glielo riferivano. Non dicevano “L’Argentina sta vincendo” ma “noi stiamo vincendo”. Uno è l’aguzzino, l’altro la sua vittima. E poi penso: coloro che erano imprigionati come si sentivano, felici o tristi? In un certo senso erano felici perché erano argentini, e stavamo vincendo la Coppa del Mondo per la prima volta nella nostra storia. Meraviglioso. Ma sapevano che quella vittoria significava che la dittatura militare sarebbe durata ancora a lungo. Che non sarebbero stati rilasciati. Cosa hanno provato in quei momenti?”

Osvaldo Ardiles

Basta leggere queste righe tratte dalla biografia di Osvaldo Ardiles – uno dei migliori calciatori argentini di sempre – per capire cosa abbia significato per la storia del Paese sudamercano la vittoria ai Campionati mondiali del 1978. Jorge Rafael Videla aveva preso il potere due anni prima, nel 1976, dopo aver rovesciato il traballante governo di Isabela Martinez Peron, vedova di Juan Domingo Peron, dando così il via al “processo di riorganizzazione nazionale”. Squadre formate da militari senza divise ufficiali piombavano in casa di dissidenti politici, o presunti tali, sottraendoli alle loro famiglie, per poi sparire nel nulla. Gli obiettivi di questa strategia definita Guerra Sporca erano due: da un lato evitare il clamore che alcuni anni prima avevano suscitato, agli occhi della comunità internazionale, gli arresti di massa compiuti da Augusto Pinochet in Cile; dall’altro, diffondere il terrore tra gli oppositori, al fine di soffocare così ogni possibile dissenso. Il totale mistero della sorte dei desaparecidos fecero sì che le stesse famiglie delle vittime tacessero per paura. Solo dopo alcuni anni il Paese seppe la verità: le persone arrestate vennero sottoposte a indicibili torture e, per la maggior parte, uccisi con i voli della morte.

Per distrarre l’attenzione del paese dalle aberrazioni della guerra sporca Videla rispolverò la formula romana panem et circenses, spostando interamente l’attenzione dell’opinione pubblica verso gli imminenti Campionati del mondo di calcio. L’organizzazione venne affidata ad una società di pubbliche relazioni americana, che si impegnò da subito per mostrare al mondo il lato migliore dell’Argentina. Interi quartieri considerati malfamati vennero rasi al suolo, e gli striscioni che invitavano il paese a stringersi intorno ai propri campioni invasero le città. La Selecion – una squadra solida costruita intorno ai due fuoriclasse Kempes e Ardiles, e guidata da Luis Cesar Menotti – divenne, suo malgrado, il principale strumento della propaganda governativa. Menotti e la maggior parte dei giocatori avevano idee politiche lontane da quelle del regime, ma amavano il loro Paese, e sapevano che sul campo da gioco rappresentavano tutti gli argentini, non solo i generali.

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Dopo un primo girone piuttosto stentato, a causa dell’enorme pressione che gravava sulla squadra, l’Argentina si gioca l’accesso alla finale (secondo il regolamento che prevedeva due gironi) nel girone con Polonia, Brasile e Perù. Kempes, che ancora non si era sbloccato, realizza una doppietta contro la Polonia; mentre nella seconda partita l’Argentina soffre, ma resiste contro il Brasile. La qualificazione si deciderà quindi contro il Perù, che l’Argentina deve battere con tre gol di scarto per superare in classifica il Brasile. La partita passerà alla storia con il nome di marmelada peruana. Il Perù schiera tra i pali Ramon Quiroga, nato e cresciuto in Argentina, cittadino peruviano solo da pochi mesi. La federazione brasiliana segnala la cosa, ma tutto viene messo a tacere. Quiroga va in porta e la partita finisce 6-0 per l’albiceleste. Anni dopo il peruviano Josè Velazquez ammetterà la combine, e racconterà addirittura di una visita di Videla e del Segretario di Stato americano Kissinger prima della partita con l’Argentina.

In finale l’Argentina affronterà l’Olanda, l’arbitro designato è l’israeliano Abraham Klein. La Selecion è carica, convinta di portare a casa il risultato, ma evidentemente a Videla non basta. Facendo pressioni sulla Fifa ottiene la sostituzione dell’arbitro Klein con l’italiano Sergio Gonella, arrivato allo stadio accompagnato da Licio Gelli, capo della loggia P2, di cui fa parte anche Emilio Edoardo Massera, uno dei più stretti collaboratori di Videla. I giocatori non sono contenti, vogliono vincere con le loro forze, ma ormai la designazione è stata ufficializzata. Prima di uscire dagli spogliatoi Kempes Ardiles e Menotti radunano la squadra. E’ Kempes a parlare: chiede ai compagni di scendere in campo voltando le spalle alla giunta militare, e promette che in caso di vittoria rifiuterà di dare la mano a Videla. L’Estadio Monumental di Buenos Aires è stipato oltre l’inverosimile. Il tifo è assordante, ma per qualche secondo tutti si zittiscono nel vedere la squadra che dà le spalle alla tribuna d’onore. Inizia la partita ed è subito evidente l’arbitraggio “casalingo” di Gonella. L’Argentina trascinata dal suo pubblico passa in vantaggio al 37′ con Kempes, cui risponde a 9′ dalla fine Poortvliet, l’Olanda sfiora addirittura la vittoria a pochi secondi dalla fine quando il tiro di Rensenbrink trova il palo. Nei tempi supplementari la maggiore fisicità degli argentini si fa sentire: al minuto 105 Kempes porta in vantaggio l’albiceleste, al minuto 116 Bertoni segna il 3-1 e chiude i giochi. L’Argentina ha vinto il Mondiale. Le urla degli ottantamila del Monumental si odono per chilometri, presumibilmente giungono chiare anche alla Escuela de mecanica de la Amada, il principale centro di tortura del regime cui fa riferimento Ardiles nel pensiero riportato sopra. Non si può che citare nuovamente le sue parole: “Cosa avranno provato in quei momenti? Erano felici? Erano tristi?“. Nessuno può saperlo, quello che sappiamo è che sul palco delle premiazioni la mano di Videla non ha trovato quella di Kempes.

 

Simone Bellasio

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Redazione

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1 commento

  1. Si interrompeva perfino la tortura per guardare la partita… ed è stato l’unico aspetto positivo della più tragica pagliacciata di tutta la storia dei mondiali di calcio. I giocatori avrebbero dovuto rifiutarsi categoricamente di prendervi parte, ma allora non c’era l’informazione real-time di oggi.

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