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Il terremoto ha proiettato l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale sulla nazione caraibica, dove la vita era però già drammatica. Che fare adesso per dare adesso per dare maggiore efficacia agli aiuti internazionali?

L’ULTIMA GOCCIA – E’ da ormai una settimana che la tragedia di Haiti entra quotidianamente nelle nostre case attraverso giornali e telegiornali: si passa dalle scene funeree dei cadaveri ammassati ai bordi delle strade alle miracolose immagini di superstiti estratti vivi dalle macerie a distanza di giorni dal sisma, dalle istantanee dei saccheggi e dei linciaggi alle fotografie dei volontari stranieri accorsi a Port-au-Prince immediatamente dopo la tragedia. In particolare, i reporter italiani e stranieri presenti sulla (metà) isola caraibica hanno usato e abusato di una parola: INFERNO.  Effettivamente, in questi giorni i nostri schermi ci hanno presentato immagini degne di un girone dantesco ma, a ben guardare, ad Haiti l’inferno c’era già.  Unico paese francofono delle Americhe, Haiti occupa la metà occidentale dell’isola di Hispaniola ed era, già prima del sisma, il paese più povero del continente. Nel suo Human Development Report 2009, l’ONU mette Haiti al posto 149 (su 182) del ranking dell’Indice di Sviluppo Umano: per intenderci tra la Papua Nuova Guinea e la Tanzania e ben più in basso di, per esempio, Botswana, Swaziland e Bangladesh. Inoltre, secondo l’Indice della Corruzione Percepita di Transparency International, Haiti occupa la posizione 176 su 180. Se a ciò si aggiungono l’alta mortalità infantile, la bassa speranza di vita alla nascita e il disboscamento del 98% del territorio nazionale la frittata è fatta. Inoltre La situazione Haitiana contrasta in maniera stridente con quella del suo vicino, la Repubblica Dominicana, che la sopravanza di ben 60 posizioni nel ranking del’ONU.

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STORIA E PROSPETTIVE – Le ragioni di questa differenza sono, in parte, storiche. Lo sfruttamento della metà Francese di Hispaniola è stato ben più forte di quello perpetrato dagli spagnoli nell’altra metà dell’isola, avendo preferito questi ultimi dedicarsi a depredare le ricchezze delle civiltà della terraferma. L’indipendenza ottenuta nel 1804 (Haiti fu il primo stato libero d’America dopo gli USA) per mezzo di una ribellione degli schiavi e il conseguente isolamento internazionale hanno tarpato le ali dello sviluppo della giovane nazione e contribuito a peggiorarne la situazione economica, una serie infinita di governi corrotti hanno poi completato il quadro.  E ora? Che succederà quando i riflettori su Haiti saranno spenti? Come assicurarsi che gli aiuti internazionali continuino nel tempo e, soprattutto, che arrivino effettivamente alla popolazione senza fermarsi delle tasche dei funzionari governativi. In un interessante articolo pubblicato del “Miami Herald”, l’opinionista politico Andres Oppenheimer suggerisce la creazione di una commissione internazionale che vigili sull’efficiente utilizzo degli aiuti internazionali sulla base di quella creata in Nicaragua dopo l’uragano Mitch nel 1998. Non sarebbe una cattiva idea. 

Vincenzo Placco

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Redazione

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