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Da Santiago (Cile) – Dopo oltre mezzo secolo di conflitto interno uno spiraglio sembra aprirsi nel percorso verso la pace in Colombia, Paese attanagliato da un duro confronto interno fra i gruppi rivoluzionari che reclamano l’indipendenza delle zone rurali del paese e lo Stato colombiano. I negoziati che sono in corso da oltre un anno hanno finalmente prodotto un primo accordo di massima su uno dei punti dell’agenda: la questione agraria. Ma la strada verso il raggiungimento di un accordo completo, e quindi della pace, é ancora lunga

 

PRIMO PASSO – Anche le situazioni più imprevedibili possono verificarsi. È ciò che si deduce dall’accordo sottoscritto il 26 maggio scorso tra il Governo colombiano e le Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane (meglio conosciute come FARC) che stabilisce un’intesa di massima sul primo punto – politica di sviluppo agrario integrale – dei sei che compongono i negoziati di pace che le due parti hanno intavolato da circa un anno.

La questione agraria occupa una posizione centrale nell’ideologia delle FARC. La guerriglia, infatti, nasce nel lontano 1964 come una opposizione di gruppi locali ai latifondi che ancora dominavano la Colombia. Di origine marxista-leninista, la guerriglia sposerà posizioni contrarie alla condotta liberale dello stato, al paramilitarismo, alle multinazionali, ed all’influenza statunitense. Altre organizzazioni, come l’Esercito Patriottico Nazionale (EPN) e l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN), si sono in seguito aggiunte alle FARC tra il novero dei gruppi guerriglieri con obiettivi e metodi di condotta simili.

 

LA SITUAZIONE DELLE FARC – Nonostante paia che i membri delle FARC si siano ridotti ultimamente, in particolare come conseguenza dell’offensiva dichiarata dall’ex presidente Alvaro Uribe che tra il 2002 e il 2010 ha condotto una dura guerra con l’appoggio degli Stati Uniti attraverso il Plan Colombia, le ultime stime del 2011 indicano che la guerriglia conterebbe tutt’ora su 8000-16000 effettivi. In molti segnalano infatti come le ripetute offensive che hanno portato alla morte di dirigenti della FARC, l’ultima quella di Guillermo Leon, detto Alfonso Cano, nel novembre 2011, non abbiano avuto l’effetto desiderato. Al contrario la guerriglia ha dimostrato avere una capacità rigeneratrice che le consente di rimpiazzare le perdite con nuove leadership.

 Il 1º marzo 2008 le forze armate colombiane hanno ucciso, dopo aver sconfinato in territorio dell’Ecuador, il numero 2 delle FARC nonché portavoce, Raul Reyes, insieme ad altri 18 membri delle FARC, scatenando una crisi diplomatica tra Colombia, Ecuador e Venezuela.

L’ultimo attentato delle FARC con vittime risale al 2010 quando venne colpito l’edificio di una nota stazione radio causando il ferimento di 43 persone. Ma il bilancio della guerriglia é costellato da azioni violente, occupazioni di terre, detenzioni e sequestri, fra cui il caso più noto dell’ex candidata alla presidenza, Ingrid Betancourt, liberata da un’azione di polizia nel 2008. I familiari delle vittime della FARC, che si contano a centinaia, reclamano oggi giustizia. Uno dei punti dell’agenda é infatti dedicato al riconoscimento delle vittime ed alla riconciliazione.

  

 

Il dialogo tra le FARC e il Presidente Juan Manuel Santos produrra' gli effetti sperati?
Il dialogo tra le FARC e il Presidente Juan Manuel Santos produrra’ gli effetti sperati?

DIFFICILI NEGOZIATI – Il processo di pace attualmente in atto é il quarto dopo i tentativi del Presidente conservatore Belisario Betancourt nel 1982, del liberale Virgilio Barco nel 1988 e del conservatore Andrés Pastrana nel 1999, accompagnati inoltre da tentativi di minore portata rivolti soprattutto alla pacificazione con i movimenti ribelli minori, come l’M-19 che depositò le armi nel 1991 e che hanno portato alla dissoluzione dell’EPL nel 1999.

Il blocco dei negoziati ha le sue radici, comunque, proprio nel fallimento di questi processi di pace, rispettivamente gli accordi di Uribe sotto Betancourt, che avevano consentito l’ingresso nella vita politica delle FARC attraverso il movimento dell’Union Patriotica, i cui membri vennero però decimati dall’azione terrorista dei gruppi paramilitari che hanno operato in Colombia, spesso con l’appoggio dello Stato e con gli aiuti, malcelati, del governo degli Stati Uniti. Nel 1984, quindi le FARC ritornavano alla clandestinità.

Il Governo di Alvaro Uribe rinnegò invece nel 2002 l’accordo sottoscritto a Caguan ed i tentativi iniziati dal suo predecessore Andrés Pastrana, dando inizio ad un conflitto decennale che oggi il Presidente Santos vuole interrompere con i dialoghi iniziati ad Oslo circa un anno fa e proseguiti su basi più solide a La Havana da circa sei mesi.

 

REAZIONI ALL’ACCORDO – L’annuncio fatto sul primo punto dell’agenda, la questione agraria, prevede un impegno integrale per le zone rurali, e sebbene i dettagli dell’accordo non siano interamente noti, si percepisce che sono state fatte alcune concessioni alle FARC visto che si includerebbero temi cari alla guerriglia come l’accesso e uso della terra, ed in particolare la proprietà delle terre improduttive.

A livello internazionale, l’annuncio dell’accordo é stato ricevuto con cauto ottimismo da Stati Uniti, Unione Europea e ONU. In Colombia i settori laici e clericali, in particolare la Chiesa cattolica che a lungo ha svolto la funzione di mediatore del conflitto e si era proposta nel ruolo di arbitro dei negoziati (poi finalmente attribuito a Norvegia e Cuba, mentre come Paesi osservatori sono stati scelti Cile e Venezuela), si sono espressi anch’essi in favore del processo. Contrari invece l’ex Presidente Alvaro Uribe, che critica l’apertura a gruppi che definisce terroristi (gli Stati Uniti e l’UE li considerano tali, mentre per la maggior parte delle nazioni latinoamericane si tratta di gruppi belligeranti), ed i settori impegnati nell’allevamento e la pastorizia, con grandi interessi in gioco negli accordi, che sostengono che la visione di sviluppo agrario proposto dalle FARC non sia adeguata alle sfide della Colombia contemporanea.

Comunque sia, l’accordo non é da considerarsi definitivo per via del fatto che i negoziati sono soggetti all’approvazione in blocco di tutti i punti, o come recita l’espressione usata nel processo “non c’é nessun accordo finché tutto é concordato”. Oltre alla questione agraria, gli altri punti includono: partecipazione politica, fine del conflitto, soluzione al problema delle droghe illecite, vittime.

Inoltre, al termine dei negoziati, gli accordi prevedono che dovranno passare al vaglio di una fase di validazione ed implementazione. In questo senso, i punti della partecipazione politica e di fine del conflitto, la cui discussione inizierà il 9 giugno, e che sono intimamente vincolati, dovranno superare lo scoglio dell’integrazione nella vita pubblica e politica degli integranti delle FARC. Infatti il reintegro degli ex combattenti si scontra con le disposizioni della costituzione colombiana, che non autorizza gli autori di delitti contro lo Stato a candidarsi alle elezioni o ad occupare incarichi pubblici. Inoltre cala l’ombra dell’esperienza dell’Unión Patriótica, il movimento politico fondato dalle FARC nel 1985  in seguito agli accordi di pace raggiunti con il Presidente Belisario Betancourt. Le FARC, insieme ad altre forze affini, entrarono nella vita politica eleggendo 14 parlamentari e diversi sindaci e consiglieri. Il partito dell’UP venne però sterminato da gruppi paramilitari: caddero in pochi anni migliaia di membri e dirigenti ad ogni livello. In seguito a ciò, le FARC tornarono nella clandestinità. Vi è poi la questione dell’Esercito di Liberazione Nazionale, il secondo gruppo guerrigliero colombiano con 4000-6000 membri stimati, che seppur abbia manifestato interesse per i negoziati Stato-FARC non é ancora parte integrante del processo di pace.

Intanto, fonti accademiche stimano che la fine del conflitto porterebbe dei benefici in ambito economico, con un aumento del PIL di uno o due punti percentuali. La modernizzazione delle zone rurali (il 30% del paese é controllato dalle FARC) potrebbe avere ripercussioni impressionanti in termini di sviluppo agrario, infrastrutture, scuole e strade. In questo senso, secondo alcuni sondaggi, il 72% della popolazione appoggia e sostiene il processo di pace, e solo il 33% ritiene possibile un’uscita dal conflitto per via militare.

 

Gilles Cavaletto

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