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La rivolta nella repubblica del Kirghizistan rappresenta un ulteriore tassello nel cangiante scenario dei confini meridionali del vecchio impero sovietico. Trattasi di episodio isolato? O della continuazione di un braccio di ferro tra Mosca e Washington per il controllo delle ex repubbliche socialiste?

CAOS – Ieri in mattinata, Vladimir Putin si è affrettato a dichiarare che la Federazione Russa non ha nulla a che fare con gli eventi rivoluzionari che si stanno verificando in queste ore nella ex repubblica sovietica del Kirghizistan e che avrebbero causato – stando alle ultime notizie – all’incirca una settantina di morti e 400 feriti all’interno del paese. La situazione è ancora caotica: continuano a verificarsi scontri, il presidente Kurmanbek Bakiyev, dopo aver lasciato la capitale Bishkek, sarebbe “ospite” nella città sud-occidentale di Osh, comunque controllata dalle forze di opposizione.

LA TRANSIZIONE – La leader dell'opposizione, nonché ex ministro degli Esteri, Rosa Otunbaieva, è stata nominata a capo del governo transitorio. La Otumbaieva ha dichiarato sciolto il parlamento precedentemente in carica e ha detto di voler negoziare le dimissioni di Bakiyev, assicurando nel contempo il rispetto degli accordi internazionali precedentemente sottoscritti e dunque che la base militare statunitense di Manas non sarà chiusa, ma forse affittata ad un canone più alto. Fino a ieri tuttavia un portavoce del Dipartimento di Stato aveva dichiarato che gli Usa consideravano il vecchio governo ancora al potere, specificando che non erano ancora sufficienti elementi a sostegno della tesi che riconoscerebbe un nuovo governo formato dall’opposizione. Intanto, nella mattinata di oggi, Otumbaieva ha parlato al telefono con il primo ministro russo Valdimir Putin ed è notizia di poche ore fa, la disponibilità della Russia a fornire sostegno “umanitario” alla ex-repubblica sovietica.

LA BASE USA DI MANAS – Alcuni analisti – fra questi Reginald Dale del Center for Strategic and International Studies – hanno recentemente ipotizzato che l'aumento dei dazi doganali per i prodotti petroliferi verso il Kirghizistan sarebbe stata una ritorsione di Mosca per il mancato "sfratto" delle forze Usa dalla base di Manas da parte di Bakiyev. E sarebbe stato proprio l’aumento dei dazi e conseguentemente della benzina, la scintilla che avrebbe innescato la ribellione in atto. E’ per questo che si era rapidamente diffuso il sospetto di una manovra architettata da Mosca per recuperare la sfera d’influenza perduta nella vecchia repubblica socialista ed è anche per questo che la crisi kirghiza sarà oggetto anche al centro dei colloqui tra i presidenti di Stati Uniti e Russia, Barack Obama e Dmitri Medvedev, riuniti oggi a Praga per la sigla del nuovo accordo sulla riduzione delle armi nucleari. Del resto, non era la prima volta che la dirigenza russa ricorreva agli aumenti del gas per mettere in difficoltà i governi “ostili” sorti nelle repubbliche vicine; ad esempio era accaduto qualcosa di molto simile in Georgia dopo l’avvento al potere di Saakashvili.

QUALI COLORI ORA? – Certamente, questi avvenimenti certificano la fine dell’era delle “rivoluzioni colorate” ed il fallimento dell’idea di una certa classe dirigente americana per cui gli Stati Uniti, unica superpotenza rimasta, avrebbero dovuto estendere la loro influenza nelle aree di precedente competenza sovietica, isolando e circondando la Federazione Russa. Va completandosi infatti il fallimento di quest’ondata “rivoluzionaria” nelle repubbliche ex-sovietiche, che se non ritornano direttamente sotto l’influenza del Cremlino, si pongono quantomeno in una posizione di equidistanza, maggiormente rispettosa della ritrovata potenza russa. Resiste per ora la Georgia; vedremo se la nuova politica estera di Obama, che sembra tesa a limitare l’influenza americana ad aree del mondo più circoscritte, porterà a nuovi profondi mutamenti geopolitici anche nel Caucaso, così come sta accadendo in altre propaggini del vecchio impero sovietico.

Fabio Mineo

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