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Seconda parte del nostro viaggio nel rapporto Francia-Germania: arriviamo all’attualità e all’affanno francese nel tentativo di smarcarsi dai diktat di austerità di Berlino. Eppure, magari un po’ controvoglia, il rapporto tra i due Paesi non potrà che rimanere forte. Ecco perchè

 

(II. Segue. Clicca qui per leggere la prima parte)

 

 

I DOLORI DEL GIOVANE FRANCOIS – “La Germania è un partner indispensabile e accomodante.” 22 gennaio 1963: Germania e Francia, nemici da secoli, siglano il Trattato dell’Eliseo. Le parole pronunciate dal Generale De Gaulle preannunciano lo strano connubio: Parigi e Bonn (allora capitale della Germania Ovest) condivideranno futuro, spazi e destini. È da poco miseramente fallito il tentativo di Christian Fouchet, allora Ministro degli Esteri francese, di legare l’avvenire militare e diplomatico dei membri della Comunità Economica Europea. Olanda, Belgio, Lussemburgo e Italia si oppongono all’idealismo di Fouchet, la nascente Europa non è ancora pronta a rafforzare la cooperazione. Sarà il Trattato d’Amicizia franco-tedesco a restituire un domani al progetto del Ministro francese, sulle sue proposte verrà infatti ridisegnato il rapporto tra Parigi e Berlino. Spina dorsale del costrutto politico e intellettuale chiamato Unione Europea, il direttorio franco-tedesco ha partorito e plasmato l’Unione che oggi conosciamo. Consiglio Europeo, Serpente Monetario, Sistema Monetario Europeo e il Trattato di Maastricht, solo per citare alcuni dei passaggi chiave del processo di costruzione europeo, devono la vita al dialogo tra Parigi e Berlino. Dialogo, quello franco-tedesco, che sembra aver mutato forma negli ultimi anni. Berlino non è certo più il “nano politico” del primo dopoguerra e la crisi economica sembra aver rinegoziato i termini del rapporto. La Germania di Angela Merkel è ancora l’accomodante e indispensabile partner di un tempo?

 

PARIGI? UNA PERIFERIA – La Francia di François Hollande è ben diversa da quella di De Gaulle. Prostrata dalla crisi del debito sovrano, l’economia francese sembra ad oggi mostrare tutte le caratteristiche di un’economia periferica, stando ai risultati di uno studio pubblicato mercoledì 8 maggio dal Peterson Institute for International Economics, think tank con base a Washington che vanta tra i suoi ranghi Paul Volcker, ex patron della Federal Reserve, e Jean-Claud Trichet, presidente della Banca Centrale Europea prima che si insediasse Mario Draghi. Al contrario dell’ingombrante vicino tedesco, la Francia è stata incapace di riformarsi. Jacob Kirkegard, autore dello studio, evidenzia come, a partire dalla stagione riformista condotta da Gerhard Schröeder, la Germania abbia guadagnato in credibilità relativa nei confronti dei vicini francesi: “Rimandando le riforme necessarie al restauro delle fondamenta economiche del Paese, Parigi sta perdendo credibilità nei confronti dei suoi vicini, specialmente nei confronti di Berlino, inquieta a causa dell’immobilismo transalpino”. Né Jacques Chirac, né Sarkozy, né, per il momento, Hollande hanno fatto quanto necessario per incanalare il paese sulla via del rigore, tanto sponsorizzata sull’altra sponda del Reno. L’immobilismo, sempre secondo il ricercatore danese, non ha colore politico: “La destra quanto la sinistra favoriscono da decenni lo status quo”. Le prepotenti critiche di Kirkegard fanno eco al pessimismo di Nouriel Roubini, economista statunitense che, dalle pagine dell’Economist, già in autunno 2012 aveva previsto il rischio di perdere il favore dei mercati finanziari, non più disposti a concedere tempo ai politici francesi.

 

I NUMERI DELLA CRISI – “Per recuperare la confidenza e la fiducia dei mercati, non possiamo tirare una linea sulle regole che noi stessi abbiamo stabilito e promettere che verranno rispettate in futuro. Il rispetto deve essere perpetuo”. Con queste parole Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, rimprovera ai vicini l’eccesiva flessibilità nei confronti dei trattati. La Francia non è infatti stata in grado di riportare il proprio deficit pubblico sotto la soglia prevista dai trattati del 3% rispetto al prodotto interno lordo. Grazie alla proroga della Commissione Europea annunciata il 3 maggio, Hollande e Pierre Moscovici, Ministro dell’Economia, avranno a disposizione due anni aggiuntivi per poter riallinearsi all’Europa virtuosa del nord. Ciò permetterà al governo socialista di non assoggettarsi supinamente ai dettami dell’austerità ma, al contempo, le contingenze esigono un cambio d’attitudine: con un debito pubblico superiore ai 90 punti percentuali del Pil ed un deficit pubblico che minacciosamente si aggira intorno al 4,5%, i francesi si innalzano a paladini della noncuranza dei trattati. “Ora che abbiamo paletti ben fissati per quanto riguarda la riduzione dei deficit, è mortale rimettere in discussione la nostra credibilità a livello di Unione indebolendoli.” È ancora Jens Weidmann, fuoriclasse dell’ortodossia monetaria, a introdurre l’ennesimo motivo di confronto tra Francia e Germania: la credibilità.

 

liberation-coverNO ALL’AUSTERITA’ –  Per le strade di Parigi la gente manifesta, l’opinione pubblica si inquieta. “No all’austerità, vogliamo la felicità.” Il messaggio ha due destinatari: il primo è considerato mandante, il secondo esecutore. Il primo è Angela Merkel, responsabile del rigore che stritola l’Europa, il secondo è François Hollande, tacciato di tacito assenso. Tacito perché, a detta dei francesi, la politica applicata in seno all’Europa sembra quella della sedia vuota. I figli di Robespierre hanno perso fiducia, a dimostrarlo è uno studio annuale del Pew Research Center sullo stato di salute dell’opinione pubblica in Europa. “Nessun Paese europeo è tanto scoraggiato quanto quello francese”, rileva il centro di ricerca statunitense. Se nel 2012 il 60 per cento dei francesi si diceva favorevole al progetto europeo, oggi solo il 41% è disposto a concedere fiducia. Ben diversa la situazione tedesca: gli eurofili rappresentano il 60%. Quanto alla valutazione della gestione economica: se il 91 % dei francesi la giudica “malvagia,” solo il 25% dei vicini tedeschi si definisce scontento. Ultimo, ed impietoso, dato: solo il 33% degli interrogati giudica positivamente l’operato di Hollande; gode di ben altra fortuna la cancelliera, forte del 74% dei sostegni. “I francesi, al pari dei loro compatrioti dell’Europa del Sud, hanno perso fiducia nei confronti della loro democrazia, dei loro rappresentanti eletti” recita lapidaria la conclusione delle studio, ma Hollande non si spaventa.

 

CONTROPIEDE – Metaforicamente parlando, il Presidente della Repubblica incita alla mobilitazione. 16 maggio 2013, seconda “Conférence de Presse” del suo mandato presidenziale. “Io decido”, “io agisco”, “io passo all’offensiva”. Sembra un Hollande nuovo quello che si presenta davanti al suo popolo frustrato dalla crisi, un Hollande propositivo. “Il mio dovere è portare l’Europa fuori dalla crisi”, tuona convinto il presidente, portatore – come caldeggiato dall’opinione pubblica – di una nuova iniziativa europea strutturata essenzialmente in tre parti. Anzitutto, Hollande chiede l’instaurazione di un governo economico comune guidato da una figura forte che abbia il tempo necessario per incidere sulle decisioni degli stati membri e la capacità di armonizzare le politiche fiscali e sociali, ad oggi competenze nazionali. In secondo luogo, Hollande si pone in prima linea nella lotta contro la disoccupazione giovanile, drammaticamente alta nell’Europa del Sud. A tale scopo il rinvigorito presidente propone l’anticipazione dello stanziamento della somma di 6 miliardi di euro, inizialmente inquadrata nel budget europeo 2014-2020, per riattivare il mercato del lavoro giovanile. Terzo pilastro della riforma di Hollande: un’Unione Energetica Europea. Quest’ultimo punto specialmente incontra i favori di Berlino, bisognosa più che mai, visto il recente abbandono del nucleare, di un’armonizzazione delle politiche energetiche.

 

LA POLITICA DEL RIAVVICINAMENTO –  La realizzazione di tale progetto, Hollande lo sa, non può prescindere dal dialogo con Berlino. Alla “tensione amichevole”, per dirla con le parole del Presidente della Repubblica francese, caratterizzante il primo anno del quinquennio presidenziale, dovrà forzatamente sostituirsi una leale collaborazione. Cosi come i suoi predecessori Chirac e Sarkozy, anch’essi inizialmente reticenti nel dialogo con Schröeder e Merkel, Hollande sembra costretto a seppellire l’ascia di guerra. L’architettura economica europea rimane, e verosimilmente rimarrà, cucita su misura per la Repubbilca Federale Tedesca: moneta forte, banca centrale indipendente con sede a Francoforte e rigore. Insomma, è Berlino a condurre le danze, ad Hollande non resta che proporre. La collocazione periferica della Francia contemporanea esige coraggio politico, la crisi economica ne ha marginalizzato l’importanza. Per plasmare il futuro europeo, ipotizza Le Monde, serve presenza, la politica della sedia vuota non paga. Hollande è a caccia di fiducia. Berlino aspetta e spera. I mercati finanziari, sinora clementi, anche.

 

Simone Grassi

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