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E’ passato quasi un anno dall’inizio delle violenze nello stato birmano dell’Arakan (anche chiamato Rakhine), dove è in corso un duro conflitto tra il gruppo buddista di etnia Arakan e la minoranza Rohingya, di fede musulmana. Gli scontri hanno causato centinaia di morti da entrambe le parti. Migliaia di Rohingya hanno lasciato i loro villaggi rifugiandosi nei campi profughi o scappando oltre confine. Nonostante il Governo centrale abbia pubblicamente condannato le violenze e si sia impegnato con il Presidente Obama a favorire la pacificazione etnico-religiosa, le forze di polizia, i militari e le autorità civili hanno avuto un atteggiamento ambiguo nei confronti dei musulmani. Questi fatti traumatici hanno radici profonde nella storia del Myanmar indipendente e gettano luce sulle difficoltà che ostacolano lo sviluppo della democrazia in questo Paese.

 

 

I FATTI – Il 28 maggio 2012 nella città di Ramru tre uomini musulmani stuprano una donna arakanese. Qualche giorno dopo in un villaggio vicino alcuni buddisti della stessa etnia della giovane rispondono fermando un pulmino e uccidendo dieci musulmani che erano a bordo.Le ritorsioni verso la popolazione Rohingya e i Kaman di fede musulmana proseguono per tutta l’estate in forma di discriminazioni, ostruzionismo commerciale, incendi, violenze e stupri. In ottobre gruppi di Arakanesi, muniti di machete, bombe molotov, bastoni e coltelli attaccano numerosi villaggi a maggioranza Rohingya. Gli scontri portano all’uccisione di circa 70 musulmani nel villaggio di Yan Thei e più di 100 nelle altre aree colpite. Gli episodi di ottobre mostrano una decisa escalation verso la violenza organizzata, poiché veri e propri gruppi armati hanno colpito aree distanti tra loro in modo simultaneo.

Già dall’inizio di giugno 2012 molti musulmani sono stati costretti a lasciare le loro case, circa 125.000 sono stati rilocalizzati in campi in territorio Birmano, sotto il controllo delle forze governative, altri hanno lasciato il Paese rifugiandosi in campi profughi al di là del confine con il Bangladesh. Nonostante le condanne ufficiali da parte delle forze politiche, durante l’inverno il sentimento anti-musulmano, le persecuzioni e gli scontri si sono estesi a macchia d’olio in tutto il Paese, fino al marzo 2013 quando la violenza si è intensificata fino a diventare sistematica nella zona di Meiktila vicino a Mandalay. Nuovi incendi, attacchi a moschee e numerosi morti hanno portato il governo a dichiarare lo stato di emergenza.

 

LA STORIA – Come in altre regioni della Birmania, il conflitto religioso ha profonde radici etniche. Le tensioni tra la maggioranza buddista di etnia Arakan contro la minoranza Rohingya erano già vive durante la seconda guerra mondiale, quando i Rohingya si schierarono a fianco delle truppe coloniali inglesi contro i buddisti che invece appoggiavano invece i “liberatori” giapponesi. Dopo la proclamazione dell’indipendenza nel 1948, la popolazione Rohingya continuò a essere discriminata e perseguitata per la sua fede e per la sua etnia dai gruppi maggioritari buddhisti, che detenevano il potere. Nel 1982 i Rohingya (a differenza dei Kaman musulmani) non vennero inclusi nella lista delle “etnie nazionali” aventi diritto alla cittadinanza birmana (Birmani, Arakan, Karen, Shan, etc.), il che li rese quindi degli immigrati illegali, sebbene molte famiglie vivessero in Birmania da generazioni.

Sin dagli anni ’90 le forze delle Nazioni Unite hanno portato più volte queste discriminazioni all’attenzione della comunità internazionale e oggi la popolazione dei Rohingya è riconosciuta come una delle minoranze più perseguitate al mondo.

 

IL RUOLO DELLO STATO – Nonostante le dichiarazioni pubbliche di Thein Sein, il Governo ha tenuto una linea ambigua a proposito delle misure concrete da adottare per risolvere il problema. I leader politici arakanesi, le autorità religiose buddiste e perfino l’opposizione sembrano condividere l’idea che i Rohingya non appartengano alla popolazione birmana e dunque debbano lasciare il Paese. Nei comunicati ufficiali delle autorità locali e nei pamphlet buddisti spesso non mancano espressioni razziste contro la minaccia musulmana identificata nei Rohingya. Gli attacchi degli ultimi mesi sono stati spesso definiti operazioni di “pulizia etnica”.

La polizia e l’esercito sono intervenuti nel tentativo di pacificare le forze in campo. Tuttavia si è trattato quasi sempre di operazioni di facciata che hanno coperto vere e proprie discriminazioni e soprusi contro la minoranza musulmana. Secondo Human Rights Watch l’esercito ha favorito sistematicamente i buddisti disarmando i Rohinya, arrestandoli, deportandoli nei campi profughi, dove la loro libertà subisce forti restrizioni e infine ostacolando la distribuzione degli aiuti umanitari. Nei pressi del campo di Sittwe, che ospita più di 60.000 Rohingya, è in corso una vera e propria segregazione razziale e nei dintorni sono state scoperte numerose fosse comuni. La giustizia giudica sommariamente i musulmani, mentre i processi per i buddisti si svolgono a rilento e sfociano spesso in un nulla di fatto.

 

Valeria Giacomin

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Valeria Giacomin

Laurea Triennale in Finanza presso l’università Bocconi nel 2009, Double Degree in International Management con la Fudan University di Shanghai tra il 2009 e 2011 e master di secondo livello in Economia del Sud Est Asiatico presso la SOAS di Londra nel 2012. Più di due anni in giro per l’Asia e gran voglia di avventura. Tra il 2010 e il 2012 ho lavorato in Vietnam come analista, a Milano come giornalista e a Città del Capo presso una compagnia e-commerce.
Le mie aree d’interesse sono il commercio internazionale, business development e dinamiche di globalizzazione nei paesi emergenti, in particolare nel settore delle commodities agricole.
Dal 2013 sono PhD Fellow in Danimarca presso la Copenhagen Business School. Sto scrivendo la mia tesi di dottorato sull’evoluzione del mercato dell’olio di palma in Malesia e Indonesia e più in generale seguo progetti di ricerca sul settore agribusiness in Sudest Asiatico.

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