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Nonostante il caos interno non ancora sedato dopo la scomparsa di Gheddafi, la Libia rimane un Paese ricchissimo di petrolio dotato di enormi potenzialità di crescita economica. Per sfruttare però al meglio queste risorse, la transizione verso la stabilità politica e la sicurezza interna sono due condizioni ineludibili

 

 

UN’ECCEZIONE POSITIVA – L’indebolimento delle strutture statali e delle istituzioni sta privando i Paesi delle Primavere arabe dello slancio finanziario necessario a rimettersi in piedi: in Egitto, l’instabilità seguita alla destituzione di Mubarak ha di fatto accelerato un processo di deterioramento economico che era in corso da anni; in Tunisia, invece, gli alti livelli di disoccupazione e sotto-occupazione e la scomparsa del clima favorevole all’investimento straniero stanno sfibrando le casse dello Stato e la tenuta sociale. Fa eccezione la Libia: così come l’Algeria, il Paese dispone di immense risorse energetiche ma, a differenza di Algeri, la ridotta popolazione richiede un minore e più sostenibile (seppur elevatissimo) livello di spesa sociale e garantisce spazio di manovra per lavorare con incisività alla costruzione di un settore industriale e manifatturiero. Così, mentre l’economia egiziana sembra indirizzata verso il baratro e quella tunisina sta conoscendo un graduale peggioramento, la Libia dà dimostrazione di robustezza finanziaria e potrebbe avviarsi a una florida ripresa se il disordine e l’assenza di sicurezza non ponessero un grave ostacolo. Il fallimento dei piani per il disarmo e l’inclusione nelle strutture dello Stato delle milizie che hanno contribuito al rovesciamento di Gheddafi fanno sì che la Libia sia in mano a un sistema di gruppi armati di varie dimensioni, frequentemente in conflitto tra di loro e con le nuove istituzioni. Senza un adeguato sistema di controllo di tali realtà, la Libia non conoscerà pace e stabilità.

 

UNO STATO RICCO – Una missione del Fondo Monetario Internazionale condotta dall’economista Ralph Chami a cavallo tra febbraio e marzo 2013 ha messo in luce punti di forza e squilibri della nuova Libia. Dopo il crollo economico dei giorni della guerra civile, la Libia ha messo insieme una crescita con statistiche eccezionali, consentendo ottime previsioni anche per gli anni a venire, trainate dagli investimenti legati alle spese per la ricostruzione del Paese e la ripresa della spesa privata. Nonostante l’alta dipendenza dagli idrocarburi – il settore garantisce il 60% del PIL e il 95% degli introiti – metta il Paese a rischio di fronte a possibili shock petroliferi, si prevede che i settori non legati agli idrocarburi faranno registrare una crescita media del 15% tra il 2013 e il 2018. Il PIL registrerà un aumento notevole, passando dai -18 punti percentuali del 2011 al surplus del 24% per il 2012 e del 20% nel 2013.  Due sono i sostanziali problemi dell’economia libica, entrambi comuni ai Paesi vicini: l’elevata spesa in sussidi sui beni alimentari ed energetici, destinata a deprimere la crescita nel corso degli anni; l’assenza di uno sviluppo industriale che svincoli il Paese dalla necessità di importazione di beni di primaria importanza e garantisca la creazione di posti di lavoro. L’assenza di misure per un recupero da questi punti di vista avrà un effetto depressivo sul lungo termine, proponendo in futuro problemi che i Paesi vicini stanno sperimentando al presente.

 

UNA TRANSIZIONE RIUSCITA? – Nonostante la forte instabilità legata al problema delle milizie, la Libia sembra aver effettuato una valida transizione alle nuove strutture democratiche. Le elezioni del luglio 2012, valutate dagli osservatori internazionali come corrette e trasparenti, hanno garantito la formazione di un Governo democraticamente eletto e credibile a livello internazionale. Lo scarso consenso ottenuto alle urne dalla branca libica della Fratellanza Musulmana ha evitato che anche a Tripoli si formasse la polarizzazione tra islamisti e secolari, garantendo la possibilità della formazione di un Governo ad alto consenso popolare – anche se va tenuto conto del basso tasso di affluenza alle urne – guidato da Ali Zeidan. Le velleità indipendentiste del ricco Est del Paese – la Cirenaica – sono rientrate in poco tempo e presto si è iniziato a parlare di un possibile esempio libico. Il rigoglio della società civile, con la nascita di organi mediatici, associazioni civili e organizzazioni politiche all’insegna di un certo livello di libertà, ha rafforzato l’ottimismo diffuso su una possibile riuscita del processo di transizione democratica.

In questa mappa le compagnie petrolifere operanti in Libia
In questa mappa le compagnie petrolifere operanti in Libia

 

IL PROBLEMA DELLA SICUREZZA – In realtà, le elezioni libiche erano ben lontane dal sancire il successo della transizione. Le difficoltà che il Governo di Zeidan trovò a insediare un gabinetto di ministri (la data dell’insediamento è il 14 novembre 2012, dopo diversi rinvii) hanno messo subito in luce la profonda debolezza delle istituzioni. Come ha detto Ibrahim Sharqieh, Vice-Presidente del Doha Center del Brookings Institution, Tripoli è una città “in preda a una cultura paramilitare”, in cui opera “una costellazione di consigli militari indipendenti”. Di circa 200mila miliziani – dei quali solo una minima parte ha effettivamente imbracciato le armi contro il regime di Gheddafi – solo il 5% ha aderito al Programma di Disarmo e Reintegrazione predisposto dal Governo di transizione, mentre gli altri hanno preferito continuare a operare al di fuori dell’egida statale, in parte perché convinti di dover ancora portare avanti la lotta contro la restaurazione di un sistema simil-dittatoriale, in parte perché intenti a conservare il tornaconto che l’attuale situazione di potere gli garantisce. Le recenti notizie riguardanti il successo ottenuto da quei miliziani, che a inizio maggio hanno occupato alcuni ministeri a Tripoli chiedendo (e ottenendo) una legge che esautorasse dai principali incarichi politici e pubblici tutti coloro che avessero rivestito un ruolo di autorità sotto Gheddafi, indicano l’alto livello di disordine che ancora impera in Libia.

 

TIMORI PER LA MINACCIA ESTREMISTA – Nell’instabilità libica hanno trovato ideale terreno la miriade di traffici che innervano il Nord Africa. Un flusso di uomini, armi, merci di contrabbando transitano per una Libia che ancora non è riuscita a mettere al sicuro il proprio territorio nazionale. La debolezza e la mancanza di legittimazione hanno impedito fino a oggi al Governo di estendere il controllo su tutti i territori del Paese e di effettuare una valida attività di protezione dei confini. Il risultato è la frequente presenza di conflitti tra le guardie di confine dei Paesi vicini e gruppi di guerriglieri jihadisti provenienti dalla Libia (è recentemente successo ai confini con Algeria e Tunisia). Il vuoto di potere impedisce di lavorare a un rafforzamento dell’esercito e di forze di polizia mal addestrate e spesso comandate da individui privi delle necessarie competenze.

 

Andrea Ranelletti

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