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La recente ripresa degli scontri attorno a Gaza sembra preludere a un nuovo conflitto su larga scala nella Striscia. Tuttavia Hamas sa che non potrebbe resistere a un altro scontro diretto se Israele decidesse di invadere. Dunque perché rischiare?

 

IL RISCHIO DELL’OBLIO – I recenti avvenimenti e polemiche internazionali riguardo a Gerusalemme Est hanno cancellato dai media la situazione esistente a Gaza. Improvvisamente Hamas si è trovata non solo isolata, ma addirittura ignorata: il suo obiettivo primario è dunque diventato quello di riguadagnare visibilità. Finché l’attenzione internazionale rimane infatti puntata sulla West Bank (e quindi sul dialogo unico con l’ANP) il pericolo per il movimento estremista è che la difficile situazione della Striscia venga considerata marginale o addirittura ininfluente per la soluzione della questione palestinese. La creazione di un reale stato palestinese in Cisgiordania infatti renderebbe la scelta di resistenza armata di Hamas un’ideale perdente in quanto incapace di ottenere risultati analoghi. Tuttavia quale voce possiede ora Hamas per far valere la propria posizione?

 

QUALI APPOGGI? – Il supporto iraniano è più materiale che politico e difficilmente può garantire popolarità considerata la generale ostilità araba verso Teheran. La Siria rimane un appoggio importante, eppure anche Assad sta iniziando a sperimentare i vantaggi di migliori rapporti diplomatici con l’Occidente. Se bloccare l’appoggio al movimento di Khaled Meshal rappresenta il miglior modo per recuperare il Golan, è prevedibile che il Presidente siriano non esiti ad abbandonare Gaza al suo destino. La “Giornata della Rabbia”, un tentativo di cavalcare le recenti questioni a Gerusalemme per infiammare le proteste nell’intera West Bank e possibilmente scatenare una nuova Intifada, si è dimostrato di effetto ridotto e insufficiente. Perfino il dialogo riguardo al rilascio di Gilad Shalit appare senza progressi e caduto sotto silenzio, tanto da averne vanificato il passato effetto mediatico. Non sorprende dunque che l’obiettivo dell’attacco del 26 marzo scorso fossero altri soldati, forse proprio nel tentativo di rapirne altri. L’unico modo per Hamas per farsi sentire rimane infatti alzare il livello dello scontro. Ecco dunque il motivo più plausibile dietro i nuovi attentati e lanci di razzi, nella speranza che forniscano nuova visibilità.

 

In questo sono paradossalmente aiutati dal governo israeliano, che si trova di fatto prigioniero delle proprie stesse dichiarazioni passate. E’ infatti necessario ricordare come durante il governo Olmert, prima dell’operazione Cast Lead, Netanyahu abbia spesso criticato l’esecutivo per la mancanza di reazione di fronte agli attacchi provenienti dalla Striscia. Pertanto, nonostante la scarsa popolarità internazionale suggerisca ora misure meno estreme, il governo di Gerusalemme si trova obbligato ad azioni militari palesi per non perdere la faccia davanti al proprio elettorato. Ne seguono dunque i raid aerei di questi giorni.

 

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CAST LEAD 2? – Si avrà una nuova Cast Lead? Il vicepremier Silvan Shalom lo minaccia nel caso il lancio di razzi non cessi, ma è necessario capire come la decisione di attaccare o meno dipenda da molti fattori che, al momento, non portano ancora a tale situazione.

 

Militarmente la reazione israeliana è stata molto ridotta: i quattro tank e due bulldozer entrati nella Striscia una settimana fa non possono certo essere considerati una forza consistente: il loro obiettivo era la demolizione di una singola postazione di difesa. Analogamente i recenti raid aerei non costituiscono una campagna di bombardamento ma sono più un mezzo per placare la propria opinione pubblica. In aggiunta gli avvisi rivolti alla popolazione palestinese di evacuare i bersagli sono l’indice del timore di procurarsi un nuovo rapporto Goldstone e la condanna dell’ONU, cosa che avverrebbe ancora più facilmente in caso di invasione (nell’immagine a destra il simbolo della brigata Golani, una delle unità militari israeliani più presenti intorno alla Striscia).

 

E’ importante capire che per effettuare un’operazione militare complessa è necessario prima definire bene gli obiettivi. Che risultato si vuole conseguire? Quando l’operazione può essere definita un successo e dunque terminata? Quali rischi esistono che rendono diplomaticamente inutili gli eventuali successi sul campo? A Gerusalemme ci si sta probabilmente chiedendo se e cosa si potrebbe ottenere in più rispetto a Cast Lead.

 

Lorenzo Nannetti

redazione@ilcaffegeopolitico.it

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