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lunedì 6 Aprile 2020
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    Il futuro dell’ALBA in Sudamerica

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    Il 5 marzo 2013 rappresenta uno spartiacque nella recente storia sudamericana. La morte di Hugo Chávez ha prodotto un terremoto politico non solo in Venezuela, ma in tutta la regione. Gli effetti sono però ancora di difficile valutazione. Tra i lasciti più grandi ereditati dal carisma del leader venezuelano, il futuro sviluppo della Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América (ALBA)

     

    LA DATA – Il 14 dicembre 1994, Hugo Chávez e Fidel Castro s’incontravano per la prima volta. Diciotto anni dopo, il 14 dicembre 2012, si festeggiava l’anniversario di quell’incontro in concomitanza con l’ottavo anniversario della creazione dell’ALBA. Il progetto di cooperazione fondato nel 2004 su iniziativa dei due Governi può essere considerato l’opposizione più concreta al tentativo statunitense di istituire l’Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA).

    L’introduzione del sucre nel 2010 quale nuova modalità di pagamento per le transazioni finanziarie tra i paesi aderenti al blocco è stata senza dubbio l’iniziativa di maggiore spessore fin qui realizzata. Il sistema si propone di creare relazioni commerciali senza la necessità di ricorrere ad altre monete che non siano le valute nazionali. Complementarietà, solidarietà, sovranità, inclusione e sviluppo sostenibile, stimolando la partecipazione delle piccole e medie imprese al fine di ridurre le asimmetrie strutturali, ma soprattutto incentivando lo scambio di beni e servizi: una progettualità senza precedenti nella regione.

    Oltre alla data simbolica, anche un dato piuttosto significativo. Il 2012 si è chiuso con 2.646 operazioni realizzate per un totale di circa 852 milioni di sucres, pari a poco più di un miliardo di dollari, con un incremento del 294% rispetto al 2011.      

     

    UNA SCOMMESSA – Il sucre sarà valido fino al 2030, con la possibilità di una proroga per i successivi vent’anni. Sarebbe quindi riduttivo pensare a un Chávez e a un Castro alle prese con deliri di onnipotenza, privi della lucidità necessaria nel concepire una strategia di sviluppo così ambiziosa incapace di sopravvivere alla loro scomparsa. Sarebbe però altrettanto ingenuo non riconoscere che la morte prematura del leader bolivariano abbia generato un vuoto difficile da colmare. Aldilà dell’innegabile peso politico di Chávez, ci sono elementi contingenti che pongono seri interrogativi sul futuro dell’alleanza, la cui continuità sembrerebbe compromessa. Il margine di vittoria elettorale (+1,68%, circa 200mila voti) ottenuto da Nicolás Maduro alle ultime elezioni presidenziali parla da solo. Una vittoria legittima, ma comunque fragile, che può rappresentare un sintomo d’instabilità notevole, considerando che il Venezuela è il principale rifornitore del blocco.

    L’analista peruviano Luis Popa Casasya ha fatto notare come un “rimpiazzo” nelle gerarchie dell’ALBA sia davvero improbabile. La Bolivia di Morales non sembra avere risorse sufficienti per un ruolo di primo piano. L’esplosività del presidente ecuadoriano Correa invece è sempre più imbrigliata nella battaglia giudiziaria contro le multinazionali petrolifere, di cui il caso Chevron ne è l’esempio più lampante. Cuba sarebbe addirittura il paese più colpito: il suo fabbisogno energetico ammonta a 80milla barili al giorno, il Venezuela gliene garantisce circa 100mila. Oltre all’isola, anche il Nicaragua sarà uno dei Paesi membri su cui si farà più sentire l’incertezza in questa delicata fase di transizione. Proprio il 28 febbraio scorso, Managua effettuava la sua prima esportazione agroalimentare attraverso una transazione di 25 milioni di sucres (circa 31,2 milioni di dollari).

     

    CHE COSA HA RAPPRESENTATO CHAVEZ – Il simbolo virtuoso della solidarietà propugnata dall’ALBA potrebbe essere la raffineria Cuvenpetrol S.A. di Cienfuegos, sulla costa meridionale di Cuba. Attiva dal 21 dicembre 2007, nel corso degli ultimi 5 anni ha prodotto circa 100 milioni di barili raffinati attraverso l’adozione di un’impresa a modello misto, finanziata per il 51% da La Habana e il 49% da Caracas. La struttura tuttavia non è stata costruita ex novo, ed è forse in questa filigrana nascosta che è possibile rintracciare i rischi a cui andrebbe incontro il blocco nel caso in cui si chiedesse alla storia il riscatto di un fallimento. La raffineria fu infatti costruita negli anniOottanta grazie al supporto di tecnologie sovietiche, finendo dismessa per dodici anni in seguito alla crisi e alla caduta dell’URSS.

    A questo punto ci sarebbe da ragionare su cosa abbia rappresentato Chávez. L’ex presidente boliviano Carlos D.Mesa Gisbert, non certo l’apice massimo raggiunto dall’izquierdismo sudamericano, in un articolo pubblicato poco dopo il 5 marzo tra le colonne de El Pais evidenziava alcuni meriti innegabili del chavismo, una ricetta concreta per l’uso discrezionale dei fondi statali e politiche ad alto impatto sociale dando priorità allo sviluppo sanitario ed educativo del paese. Senza per questo non ricordare l’insicurezza, la corruzione e l’inflazione. Sebbene in un eccesso di radicalismo anti-americano, personificato dal guerrafondaio Bush, lo abbia portato a controverse intese con leader quali Ahmadinejad senza però rinunciare alle vendite di petrolio, la sua figura in Sudamerica è stata più simile a un catalizzatore di energie. Kirchner, Morales, Zelaya, Correa, Ortega e Lugo tra i bolivariani, ma anche Lagos, Lula da Silva, Tabaré Vázquez, Leonel Fernandez, Álvaro Colom e Mauricio Funes tra i più moderati, hanno nutrito sempre un profondo rispetto nei confronti di Chávez. Fosse stato altrimenti, il percorso che ha portato alla creazione dell’ALBA, dell’UNASUR nel 2008 e della CELAC nel 2011 sarebbe stato più impervio.

    La retorica infarcita di ideologia e dialettica incendiaria è stata forse necessaria per dare coscienza a un’intera regione. Chávez ha dato fuoco alle polveri. Ma per il futuro anche dell’ALBA sembra necessaria una politica capace di domare le fiamme, affinché il tutto non si risolva in un pugno di cenere. E una nuova dismissione della raffineria Cuvenpetrol S.A.

     

    IL VIAGGIO DI MADURO – Il 9 maggio scorso il Presidente Maduro ha concluso una tre giorni di incontri bilaterali con i paesi del Mercosur, ad eccezione del Paraguay, ancora sospeso. Con Mujica si è discussa la possibile adesione dell’Uruguay al sistema del sucre, mentre con Cristina de Kirchner, ma soprattutto con Dilma Rousseff, si è parlato di una “rivoluzione agroalimentare” con il decisivo supporto tecnico del Brasile e un’intensificazione degli scambi commerciali tra petrolio e alimenti, con un ulteriore sintomo di quel “rafforzamento inedito” rilevato da José Natanson. L’izquierdismo latinoamericano è entrato in un ciclo di stabilità politica e crescita economica  senza precedenti, nonostante la crescita del Pil sia diminuita dal 6% nel periodo 2003-2008, al 3,4% previsto per il 2013. Tuttavia, come fa notare il direttore de El Diplo, alla lunga sarà necessario un autocontenimento del oficialismo stesso, per ossigenare il processo democratico e non compromettere il cammino intrapreso. Il modello chavista non sembra quindi una via percorribile. Insistere con una diplomazia di rottura potrebbe alla lunga essere dannoso, considerando anche la spirale di crisi in cui è invischiato il Venezuela, e lo strappo storico è stato già inferto con decisione da Chávez. Il compito più arduo per il nuovo Presidente sembra essere la gestione degli “strumenti” ereditati dal suo predecessore, con l’ALBA su tutti. Un orientamento più calibrato non significa necessariamente rinunciare agli scopi programmatici, anzi. Il particolare momento storico sembra addirittura essere favorevole a un percorso verso tale direzione.

     

    Maduro e Dilma Rousseff commemorano Hugo Chavez
    Maduro e Dilma Rousseff commemorano Hugo Chavez

    PROSPETTIVE IN UN MONDO CHE STA CAMBIANDO – Gli Stati Uniti non sono la Gran Bretagna del XIX secolo. Wallerstein, in un articolo pubblicato sul sito ufficiale dell’organismo, fa notare come nuovi centri di potere abbiano fortemente decentralizzato un’egemonia a stelle e strisce comunque evidente. La Cina e l’India in Asia, il Sudafrica e l’Angola in Africa, la Germania in Europa rappresentano, almeno per il momento, dei baluardi a difesa di un ordine apparentemente più equilibrato. Per quanto riguarda il Sudamerica, la continuità brasiliana sembra una garanzia di successo senza dubbio più esportabile del chavismo, senza per questo essere remissivi o comunque sottoposti a un qualche tipo di sudditanza geopolitica. La perentorietà dei discorsi ufficiali di Dilma Rousseff ne è un esempio, mentre l’elezione di Roberto de Azevêdo a direttore generale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) è un risultato di credibilità concreta raggiunta dal Paese.

    Il supporto tecnologico, economico ma soprattutto la stima politica del Brasile nei confronti del Venezuela è uno snodo cruciale per portare avanti il disegno di Chávez, condiviso da molti leader della regione. La tre giorni di Maduro nel Cono Sur è stato anche un passaggio di consegne informale con l’Uruguay. Il prossimo 28 giugno il Venezuela assumerà infatti la presidenza pro-tempore del Mercosur. Un’occasione importante per rimettere al centro del progetto anche un maggior consolidamento politico e commerciale con i paesi dell’ALBA.

     

    Mario Paciolla

    Mario Paciolla
    Mario Paciolla

    Laureato nel 2011 presso L’Orientale di Napoli, negli ultimi anni ha vissuto per i più svariati motivi tra Valencia, Parigi, Jodhpur e Salta. Ha partecipato alla realizzazione di alcuni progetti in Asia e in Sudamerica. Prima con la ONG indiana Sambhali Trust per un lavoro di Women Empowerment destinato a ragazze dalit, poi con la Organización Argentina de los Jóvenes para las Naciones Unidas sui temi della cittadinanza e la partecipazione democratica dei giovani. Scrive anche per altre organizzazioni e da diversi anni porta avanti collaborazioni giornalistiche preparando nuovi viaggi. Da grande vorrebbe diventare la sintesi perfetta tra McMurphy, Zorba e Fitzcarraldo.

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