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La revisione degli accordi tra Washington e Mosca sulla limitazione delle testate nucleari rappresenta un passo avanti verso l’obiettivo di Obama per la dismissione degli armamenti atomici. Tra le incognite sul tappeto, però, rimane la ratifica da parte del Senato statunitense

UN ANNO DOPO – La data ed il luogo della firma sembrano avere per la Casa Bianca un alto valore simbolico, oltre che pratico. Il 5 aprile di un anno fa, proprio a Praga (foto a destra), Barack Obama annunciò di voler lavorare affinchè il mondo fosse libero dall’incubo della distruzione nucleare. Avendo posto successivamente tra le priorità della sua agenda la dismissione degli armamenti atomici, il presidente statunitense potrebbe presto annunciare che un primo, fondamentale, passo avanti è stato fatto. La sfida lanciata ha segnato ieri una grande vittoria: Usa e Russia ridurranno di 1550 unità il numero delle testate in loro possesso (una diminuzione del 74% rispetto all'accordo START del 1991), oltre a 800 vettori in meno capaci di trasportare ordigni nucleari (un dimezzamento rispetto al vecchio START scaduto nel dicembre scorso). L'intesa prevede inoltre la creazione di un organo esecutivo denominato commissione bilaterale consultiva destinata a favorire la realizzazione degli obiettivi e dei punti del nuovo accordo

IL TRATTATO E LA CONFERENZA – Per Barack Obama la firma del trattato sarà un successo personale di non poco conto, un segnale forte ai suoi detrattori: la pragmaticità finora dimostrata nell’approccio alle questioni di politica internazionale può portare frutti importanti. Fu proprio il presidente statunitense, infatti, ad intavolare il primo confronto sul rinnovo del Trattato START con il leader russo Medvedev nel vertice di Mosca nel luglio del 2009, trovando un’intesa di massima sulla portata della riduzione degli armamenti nucleari dei due paesi. La scelta dell’8 aprile, giorno della firma del trattato a Praga (capitale di un Paese che faceva parte del Patto di Varsavia ed ora è membro della Nato), è strategica anche per ovvi motivi di opportunità politica. Il 12 aprile si aprirà infatti a Washington la Conferenza sul nucleare: quale miglior palcoscenico, in un momento in cui il presidente ha un disperato bisogno di rilanciare il proprio appeal sul fronte della politica interna, per presentare un accordo così importante, esibendo così fatti e non solo parole? Un punto in più, dunque, anche in vista del difficile obiettivo di rilanciare a maggio il trattato di non proliferazione nucleare.

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OCCHIO ALLO SCUDO – Rimane comunque da chiarire il riflesso di questo accordo nei confronti dello scudo anti-missile. Da Mosca si è sottolineato che l'accordo include un collegamento "legalmente vincolante" tra armi strategiche di attacco (come appunto i missili) e quelle di difesa (come lo scudo antimissile). Queste le parole dell’ufficio stampa del Cremlino: “È previsto che tutti gli armamenti strategici offensivi saranno dislocati esclusivamente nel territorio nazionale di ciascuna delle parti”. Una interpretazione respinta dalla Casa Bianca, che sostiene come l'accordo non contenga vincoli allo sviluppo dello scudo anti-missili. Alla radice della divergenza c'é il fatto che sia Obama che Medvedev devono ottenere la ratifica dei rispettivi parlamenti prima che il trattato possa entrare in vigore. Obama ha bisogno del voto favorevole di 67 senatori su 100, e deve convincere quindi anche almeno una decina di senatori repubblicani a votare per l'accordo. Ma per arrivare a questo risultato occorre che l'accordo non minacci lo scudo e le difese anti-balistiche americane, strumenti sostenuti con forza proprio dai repubblicani.

RISCHIO PROLIFERAZIONE – Va inoltre sottolineato come tale accordo lanci un monito a nazioni come Iran e Corea del Nord sulla determinazione dei due Paesi nella lotta alla proliferazione nucleare. L’obiettivo è impedire una proliferazione atomica che parta da Teheran e che renda vane le limitazioni decise, ritenendo che questo accordo possa permettere di alzare ulteriormente la voce contro chi ora minaccia di avere l’atomica. In ogni caso, è ben difficile che l’Iran si faccia intimorire o condizionare dall’accordo Usa-Russia. Ed è chiaro che se l’Iran avesse l’atomica, un nuovo processo di proliferazione nucleare sarebbe assolutamente prevedibile.

Alberto Rossi

Simone Comi

redazione@ilcaffegeopolitico.it

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Alberto Rossi

Classe 1984, laureato nel 2009 in Scienze delle Relazioni Internazionali e dell’Integrazione Europea all’Università Cattolica di Milano (Facoltà di Scienze Politiche). La mia tesi sulla Seconda Intifada è stata svolta “sul campo” tra Israele e Territori Palestinesi vivendo a Gerusalemme, città in cui sono stato più volte, che porto nel cuore e in cui andrei domani a vivere (e sì, sembra assurdo, ma anche mia moglie Cristina verrebbe di corsa con me. Nostra figlia Anita invece, nata a maggio 2015, ancora non ci ha detto cosa ne pensa). Vivo a Milano, dopo 28 anni di Brianza, e sono Responsabile Marketing della Fondazione Italia Cina e analista del CeSIF (Centro Studi per l’Impresa della Fondazione Italia Cina). Tra le mie passioni, il calcio (portiere, allenatore, tifoso), la politica, i libri di Giovannino Guareschi, i giochi di magia, il teatro, la radio. Già, la radio: nel 2009 conducevo un programma di esteri su Bmradio.it, e con alcuni amici/colleghi appassionati di geopolitica e relazioni internazionali ci siamo detti: la radio non basta, dovremmo inventarci qualcosa di più per parlarne… Ecco, Il Caffè Geopolitico, di cui sono Presidente, è nato più o meno così.

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