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Lo storico viaggio del Presidente brasiliano in Medio Oriente potrebbe essere considerato come l'esempio dell'ambigua politica estera che conduce la potenza sudamericana. In realtà, Brasilia sta solamente perseguendo i propri interessi. Il gioco, però, alla lunga potrebbe presentare alcuni rischi

LA PRIMA VOLTA – Si sa, c'è sempre per ogni cosa. In questo caso si è trattato del primo viaggio di un Capo di Stato brasiliano in Medio Oriente (ad eccezione della “comparsata” che fece Pedro II in Terra Santa nel 1876, quando il Brasile era formalmente ancora un “impero”). Il Presidente Lula da Silva nei giorni scorsi è stato il protagonista di una tournée che lo ha portato in Israele, Palestina e Giordania: un interessante “antipasto” in vista del prossimo, importante viaggio, che lo porterà a maggio in Iran.

LE TAPPE DEL VIAGGIO – Lula è stato accolto in Israele con tutti gli onori e ha parlato alla Knesset (foto a destra), il Parlamento dello Stato ebraico, dove ha tenuto un discorso improntato sull'importanza della pace, valore da raggiungere ad ogni costo nella regione martoriata dal conflitto israelo-palestinese. Lula ha anche sottolineato la propria contrarietà alle armi nucleari, evidenziando come l'America Latina sia oggi una regione che vive in pace anche in virtù dell'assenza di armi atomiche negli arsenali dei singoli Stati. Il premier israeliano, Benyamin Netanyahu, ha risposto chiedendo che il Brasile si impegni affinchè l'Iran non giunga ad ottenere la “bomba”.

È stata la questione palestinese comunque a tenere maggiormente banco, sia alla Knesset che al di là del Muro eretto da Israele, ovvero a Betlemme dove Lula si è incontrato con Abu Mazen (foto in alto). Il presidente brasiliano ha criticato il muro, auspicando la sua rimozione così come lo stop alla costruzione di nuovi insediamenti e ha ribadito la necessità per israeliani e palestinesi di vivere in pace: l'unica soluzione alla quale si dovrà arrivare, secondo Da Silva. Non è mancato comunque un piccolo incidente diplomatico con il discusso Ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman, che ha rifiutato di incontrare Lula perchè quest'ultimo si è recato a portare omaggio alla tomba di Yasser Arafat e non a quella di Theodor Herzl, fondatore del Sionismo moderno.

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LE IMPLICAZIONI – Il viaggio di Lula ha avuto essenzialmente due finalità. La prima è stata di natura meramente economica: con Israele è stato firmato un accordo di cooperazione commerciale nell'ambito del Mercosur, mentre con l'Autorità Palestinese sono stati siglati una serie di trattati bilaterali. Ovviamente, però, in termini assoluti i vantaggi che il Brasile potrà ottenere dall'incremento dei traffici con questi Paesi è trascurabile, viste le loro dimensioni ridotte.

La valenza politica della visita del leader ex sindacalista è invece molto superiore. Molti si sono chiesti come Lula abbia potuto entrare con tanta disinvoltura alla Knesset dopo aver abbracciato come un vecchio amico il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad appena pochi mesi fa. Cerchiobottismo? Opportunismo? Pragmatismo? Probabilmente una dose di tutti questi ingredienti, che però vanno a comporre quello che si chiama interesse nazionale. Una categoria che in Europa si tende ormai ad evitare, in quanto le si attribuisce un'accezione negativa; in realtà è alla base del comportamento quotidiano di ogni attore che si muove sulla scena internazionale. Il Brasile, in questo momento, vede la promozione della propria potenza globale come una componente fondamentale del suo interesse nazionale. Il compimento di tale strategia passa per l'adozione di una posizione autonoma, indipendente da quella “liberal” degli Stati Uniti ma anche da quella “iper-realista” della Cina. In altre parole, il Brasile si pone come mediatore nella principali aree di conflitto, in primis proprio quella mediorientale.

Il gioco, per il momento, sta funzionando. Non vanno sottovalutati però alcuni problemi che potrebbero sorgere qualora i rapporti tra Iran e Israele si facessero davvero tesi. In quel caso, Brasilia non potrebbe esimersi dal prendere una posizione netta.

Davide Tentori

redazione@ilcaffegeopolitico.it

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Davide Tentori

Sono nato a Varese nel 1984 e sono Dottore di Ricerca in Istituzioni e Politiche presso l’Università “Cattolica” di Milano con una tesi sullo sviluppo economico dell’Argentina dopo la crisi del 2001. Il Sudamerica rimane il mio primo amore, ma ragioni professionali mi hanno portato ad occuparmi di altre faccende: oggi infatti lavoro a Roma presso l’Ambasciata Britannica in qualità di Esperto di Politiche Commerciali. In precedenza ho lavorato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dove mi sono occupato di G7 e G20, e a Londra come Research Associate presso il dipartimento di Economia Internazionale a Chatham House – The Royal Institute of International Affairs. Sono il Presidente del Caffè Geopolitico e coordinatore del Desk Europa

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