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In 3 sorsi – Il recente crollo del peso argentino e la volontà di richiedere l’intervento del FMI mostrano come la situazione finanziaria argentina si sia complicata a partire da un inizio anno difficile. Di fronte a Macri si prospetta un futuro incerto.

1. IL CROLLO DEL PESO E LA RICHIESTA AL FMI

Maggio si avvicina alla fine, ma il suo inizio è stato tutt’altro che semplice per l’Argentina: come venne confermato da fonti ufficiali al giornale Clarin, il Governo di Mauricio Macri era interessato a richiedere un prestito di 30 miliardi di dollari presso il Fondo Monetario Internazionale. A spingere il Presidente argentino a valutare la mossa è stato il deprezzamento del peso – svalutatosi del 20% da aprile, – messo in severo affaticamento dal «golpismo degli svalutazionisti», come affermato dalla leader della Coalición Cívica Elisa Carrió. Nel suo commento apologetico dell’azione del Governo argentino pubblicato su Twitter, Carrió ha infatti dichiarato che recarsi presso il FMI sarebbe stato un modo per risparmiare la metà degli interessi e «rimanere coperti fino al 2019». L’Argentina è dunque tornata a chiedere credito al Fondo Monetario ottenendo il rinnovo di tutte le Lebacs a un tasso d’interesse maggiore del 40%. Inoltre, la Banca Centrale mantiene i propri tassi di interesse al 40%, fissandoli dunque a livelli molto elevati, coerentemente con i principi monetaristi seguiti da Macri.
Da parte della direttrice del Fondo Monetario Christine Lagarde c’è stato il riconoscimento delle precedenti esperienze «molto, molto dolorose» dell’Argentina con l’Istituzione finanziaria, affermando che l’organismo presterà attenzione nei confronti dei più «vulnerabili» – come da lei stessa definiti. Il FMI, secondo Lagarde, è oggi «un’Istituzione differente», interessata a garantire il funzionamento di una rete di sicurezza sociale e protezione della popolazione più esposta alle conseguenze della crisi.

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Fig. 1 – Christine Lagarde durante una conferenza a Washington DC.

2. IL CROLLO DEL PESO, UN POSSIBILE ERRORE DI VALUTAZIONE

Alla base dell’attuale flessione del peso argentino vi sarebbe, secondo l’opinionista di The Hill Desmond Lachman, la strategia economica del presidente Macri: il peccato originale di quest’ultimo sarebbe stato quello di ridurre drasticamente il controllo dei capitali prima di stabilizzare l’economia lasciata dal precedente Governo. Tale decisione venne annunciata poco dopo la sua effettiva nomina a capo dello Stato, nel dicembre 2015. Tuttavia, anziché cercare di contenere di squilibri economici, Macri avrebbe intrapreso un percorso di riforma economica che avrebbe lasciato l’Argentina esposta a condizioni di liquidità meno favorevoli, nonché all’apprezzamento nei confronti del dollaro statunitense.
L’insieme di questi fattori ha messo sotto pressione la valuta nazionale, la quale ha dovuto subire un tasso di inflazione del 25% circa. In più, la costante dipendenza nei confronti di debiti a breve scadenza ha messo alle strette il bilancio dello Stato e la credibilità del proprio Governo.
A costituire una minaccia per il futuro è l’impossibilità di mantenere i tassi d’interesse al 40% per un periodo di tempo troppo esteso, fattore che implica la necessità di trovare una soluzione di lungo termine su cui si dovrà lavorare nei prossimi mesi.

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Fig. 2  Il presidente Mauricio Macri in compagnia dei reali di Norvegia.

3. IL SUCCESSO DELL’ULTIMA ASTA 

Prosegue tuttavia il dibattito sul possibile effetto dell’accordo con il Fondo Monetario sull’economia argentina. Secondo il professore di Finanza Pubblica presso l’Università di Buenos Aires ed economista Oscar Cetrángolo, un accordo con il FMI non sarebbe necessariamente l’origine di una futura contrazione economica. Tale fenomeno si verifica principalmente per due motivi: in primis, le manovre economiche imposte dai tecnici del Fondo «riducono il dinamismo della domanda e frenano i consumi». In secondo luogo «i Paesi si recano presso il Fondo in momenti difficili e si aggiunge una contrazione o rallentamento del PIL». Per evitare la spirale recessiva occorrono misure espansive capaci di controbilanciare la contrazione della domanda. Tuttavia, secondo Daniel Marx, negoziatore presso il FMI dagli anni Ottanta agli anni Novanta e anch’egli intervistato da Clarin, ricorrere agli aiuti dell’Istituzione rischierebbe di insospettire i mercati e provocare una reazione negativa da parte loro. Infatti, tale manovra contribuirebbe a diffondere incertezza fra gli operatori finanziari, i quali secondo Marx sono gli attori determinanti all’interno del mercato dei titoli. Tali dubbi sono condivisi anche da Guillermo Nielsen, segretario delle Finanze sotto Duhalde e Néstor Kirchner durante gli accordi del 2003, il quale ribadisce che gli effetti contrattivi sulla domanda si verificheranno «se i tassi di interesse continueranno ad essere al 40%».
Per adesso l’Argentina è riuscita a vendere i propri titoli di Stato prossimi alla scadenza, in attesa del prestito da 30 miliardi di dollari elargito dal FMI. Ciò è stato possibile, fra le varie ragioni, anche grazie al cambio di strategia della Banca Centrale, la quale ha presentato un’offerta di 500 milioni di dollari a un prezzo superiore rispetto a quello di chiusura di venerdì scorso – come scrive Luca Pagni per la Repubblica, – contribuendo a evitare un eccessivo ricorso al dollaro da parte dei creditori a breve scadenza.
Pur non essendo fuori pericolo, l’Argentina può ora contare su 28 miliardi di dollari di titoli di debito rinnovati, riscontrando una leggera predominanza della domanda rispetto all’offerta. Gli investitori, infatti, sarebbero stati interessati a sottoscrivere prestiti per altri 200 milioni di dollari.
Per quanto riguarda il rapporto con il dollaro, è bene ricordare che l’Argentina registra da inizio anno il record mondiale negativo di peggior performance nei confronti della valuta statunitense in rapporto al peso. Quest’ultimo ha infatti registrato un calo del 18% sul dollaro in una settimana, mentre il valore da inizio anno si attesta ad una perdita del 23%.

Riccardo Antonucci

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””] Un chicco in più

Per ipotesi più dettagliate sul futuro bisognerà attendere i termini dell’accordo con il FMI. Nel frattempo, è chiaro che la crisi argentina sia sempre più sistemica e non legata a congiunture momentanee. Soprattutto, l’attuale emergenza del Paese sudamericano potrebbe essere un campanello d’allarme per le economie asiatiche. Per saperne di più, clicca qui.  [/box]

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Sono nato a Roma il  29 gennaio 1996.Ho studiato presso la LUISS Guido Carli Scienze Politiche indirizzo Politics, Philosophy and Economics. Attualmente studio Energy Security Studies presso la Masaryk University. Ho diretto il giornale universitario Globe Trotter presso la LUISS e svolto l’attività di speaker per The International Newsroom (programma di approfondimento di geopolitica su RadioLuiss). Alla passione per la geopolitica unisco la mia personale mania per la scrittura (nel 2016 è stato pubblicato il mio primo saggio E – Politics. Riflessioni per una nuova dialettica politica), nonché il desiderio di intraprendere la carriera accademica o comunque legata alla ricerca.

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