Foto di copertina di Eliseo Ocampos rilasciata con licenza Attribution-ShareAlike License
Puoi leggerlo in 4 min.

In 3 sorsi – Il piccolo Stato latinoamericano ha recentemente eletto il proprio Presidente. Il risultato, tuttavia, mostra in maniera ancor più tangibile i problemi sociali di una nazione che fa i conti con un passato estremamente ingombrante. 

1. IL PARAGUAY, UN PAESE ESTREMAMENTE DIVISO

Le elezioni che il 22 aprile 2018 hanno portato alla guida del Paese Mario Abdo Benítez, (detto “marito” per distinguerlo dal padre, omonimo) candidato per la coalizione di centrodestra. A sfidarlo è stato il candidato di centrosinistra Efraín Alegre, il quale ha ottenuto il 42,7% dei voti contro il 46,5% del proprio avversario. A seguito della proclamazione dei risultati elettorali, il vincitore ha dichiarato durante i festeggiamenti che il suo proposito sarà quello di «ottenere la fiducia di coloro che non ci hanno sostenuto». Il neopresidente ha studiato economia negli States e si pone in continuità nella politica economica dell’uscente Cartes: il Paraguay vuole vivere di esportazioni di prodotti agricoli, prima su tutti la soia.
La vittoria di Benítez è l’ulteriore conferimento della guida del Paese al Partido Colorado, come avviene da anni a questa parte. Come si può notare dalle percentuali, però, la società paraguaiana è fortemente polarizzata: a contribuire al clima di divisione è il fatto che Benítez sia figlio di un consigliere dell’ex dittatore Stroessner, al potere fra il 1954 e il 1989. Sebbene abbia evitato di cadere in elogi smodati al regime, Benítez non ha espresso la propria condanna contro gli abusi compiuti dalla dittatura, come le sparizioni forzate, gli stupri e la detenzione arbitraria. In un Paese dove l’età media è di 25 anni, il rischio del revisionismo storico è estremamente concreto.
Il cambio di tendenza deriva anche dal fatto che Benítez rappresenta un’ala più conservatrice del partito, da cui proviene anche il presidente uscente Horacio Cartes, andandosi a inserire nel più ampio quadro di arretramento delle forze socialiste e di centrosinistra nella regione – come nel caso argentino, brasiliano e cileno.

Embed from Getty Images

Fig. 1 – Manifestanti durante la notte dello spoglio elettorale.

2. IL PARAGUAY, L’ESERCITO E LE FORZE ANTIGUERRIGLIA

La forte divisione del Paese si riflette anche nella difficile situazione politica del Nord, dove le Forze dell’Ordine – note come Forza di Azione Congiunta (FTC) – sarebbero responsabili di abusi contro la popolazione. A far ripartire la polemica è stato il caso di Edelio Morínigo, sottufficiale di Polizia sequestrato il 5 luglio 2014 dal gruppo paramilitare dell’Esercito del Popolo Paraguayano (EPP). Si tratta di un gruppo di matrice marxista-leninista operativo nella regione del nordest, in particolare nel dipartimento di Concepción, dove è avvenuto il sequestro e omicidio di Edelio. A fare le spese del conflitto fra Forze Armate e gruppi paramilitari sono i contadini: secondo un responsabile della diocesi di Concepción, a volte viene utilizzato l’EPP come pretesto per criminalizzare e reprimere le rivendicazioni dei contadini.
I membri della Chiesa sono spesso impegnati a difendere le vittime di abusi dei membri delle FTC, come nel caso dei fratelli sacerdoti Pablo Cáceres e Cristhian Paiva. Essi avrebbero denunciato ripetutamente gli abusi compiuti dalla FTC, nonché l’uccisione per errore di persone innocenti in seguito occultate dai militari, i quali hanno attribuito le responsabilità all’EPP.
Inoltre, la Chiesa locale avrebbe espresso forti critiche nei confronti della FTC, arrivando a chiedere la deroga della legge che l’ha istituita, dal momento che questa «utilizza la forza smisuratamente, irrompendo nelle case della povera gente comune, distruggendo le loro cose, procedendo a fermi irregolari, torture, estorsioni, aggressioni sessuali, maltrattamenti fisici e psicologici». Secondo i religiosi, dunque, vi sarebbe in corso una violazione sistematica delle garanzie dello Stato di diritto.
Il Paraguay continua poi a essere sotto i riflettori per il suo ruolo all’interno del processo di penetrazione di Hezbollah in America Latina. Il gruppo sciita radicale libanese, infatti, è estremamente attivo nella regione, in particolare nella cosiddetta “tripla frontiera” – in comune fra Argentina, Brasile e Paraguay –, costituendo un rischio per la sicurezza nazionale statunitense. Si stima che solamente dalla tripla frontiera Hezbollah tragga profitti per circa 20 milioni di dollari l’anno.
La presenza sul territorio frutta all’organizzazione preziosi introiti ottenuti dalla criminalità locale, tramite attività come il traffico di droga e il riciclaggio di denaro, che a volte si estende persino all’interno del sistema finanziario statunitense.
La mancanza di un’azione efficace degli USA da una parte rischia di permettere a soggetti posti sotto sanzioni di proseguire con le proprie attività, dall’altra parte rende le sanzioni stesse meno credibili. Tali strumenti, messi in campo dall’Amministrazione Obama contro i membri di Hezbollah nel Golfo, dovrebbero essere parte della strategia di Trump in America Latina.

Embed from Getty Images

Fig. 2 – Forze Armate paraguayane durante la celebrazione della festa dell’Indipendenza

3.L’AMBASCIATA DELLA DISCORDIA

Come se le problematiche interne non fossero sufficienti, il nuovo Governo paraguayano potrebbe trovarsi al centro di una possibile crisi internazionale. Secondo fonti diplomatiche, infatti, il Paraguay sarebbe impegnato nei preparativi per trasferire la propria ambasciata in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. L’ordine è stato dato dal presidente uscente Horacio Cartes, il quale verrà sostituito da Benitez ad agosto.
La notizia è stata riportata da un portavoce ufficiale che avrebbe dichiarato: «[Il trasferimento dell’ambasciata] è un argomento in discussione e il ministro degli Esteri Eladio Loizaga solleverà la questione quando ci sarà qualcosa di concreto».
Le iniziative sono state confermate anche dallo stesso ministro Loizaga, il quale ha dichiarato che sarebbero state intraprese delle iniziative assieme alle Autorità locali. Lo stesso Israele ha annunciato che l’ambasciata del Paraguay sarebbe la terza a essere spostata nella città contesa, dopo Stati Uniti e Guatemala.
L’operazione non è priva di rischi e le critiche in merito arrivano anche da personalità appartenenti alla politica nazionale. Fra di esse l’ex ministro degli Esteri Hector Lacognata, il quale ha dichiarato che la scelta di trasferire l’ambasciata metterebbe il Paraguay «in contrapposizione diretta rispetto al diritto internazionale, alle Nazioni Unite e ai 128 Paesi che hanno deciso di non appoggiare quest’iniziativa». È chiaro che alla base della decisione dei due Paesi latinoamericani vi sia la volontà di seguire la scelta degli Stati Uniti di Trump. Tuttavia sono pochi se non inesistenti i vantaggi che un Paese come il Paraguay, alle prese con i problemi sociali precedentemente menzionati, potrebbe trarre da una decisione che preannuncia numerosi rischi diplomatici.

Riccardo Antonucci

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””] Un chicco in più

Il neoeletto Presidente ha firmato un impegno programmatico a tutela della vita dal concepimento fino alla morte naturale, nonché della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna e aperta alla procreazione.[/box]

Print Friendly, PDF & Email

Sono nato a Roma il  29 gennaio 1996.Ho studiato presso la LUISS Guido Carli Scienze Politiche indirizzo Politics, Philosophy and Economics. Attualmente studio Energy Security Studies presso la Masaryk University. Ho diretto il giornale universitario Globe Trotter presso la LUISS e svolto l’attività di speaker per The International Newsroom (programma di approfondimento di geopolitica su RadioLuiss). Alla passione per la geopolitica unisco la mia personale mania per la scrittura (nel 2016 è stato pubblicato il mio primo saggio E – Politics. Riflessioni per una nuova dialettica politica), nonché il desiderio di intraprendere la carriera accademica o comunque legata alla ricerca.

2 Commenti

  1. […] Ci siamo occupati del Paraguay in occasione delle elezioni del 22 aprile 2018, vinte dal candidato di centrodestra Mario Abdo Benitez. Esprimendo l’intenzione di mantenere la continuità con il lavoro dell’ormai ex presidente Cartes, Benitez ha prestato ufficialmente giuramento il 15 agosto di quest’anno. Le perplessità sul neopresidente riguardano sia l’ambiguo atteggiamento nei confronti del regime militare di Stroessner – contro cui ha esternato cordoglio per le vittime, – sia alcune posizioni sostenute all’interno della campagna elettorale, dalla volontà di stabilire un servizio di leva obbligatorio, fino al forte sostegno agli ideali di famiglia e pro-vita. Tali dubbi non rappresenterebbero però un problema per la base del Partido Colorado, la formazione politica che sostiene Benitez, la quale avrebbe accantonato le vicissitudini dello stronismo come “roba del passato”. Il Paraguay apre dunque la nuova Presidenza con un Governo che dovrà giungere a compromessi per ottenere la votazione favorevole del Congresso sui provvedimenti, segnando la fine dell’egemonia del Colorado. All’interno del proprio discorso di insediamento, Benitez si è impegnato a combattere la povertà e la corruzione. A tal proposito, ha dichiarato che: «Il Paraguay continuerà a crescere, ma abbiamo bisogno di una crescita economica più inclusiva per far uscire le persone dalla povertà assoluta, per ridurre la disoccupazione». Intanto, il Paraguay è firmatario della richiesta formale presso la International Criminal Court di condurre indagini nei confronti del Venezuela, assieme a Canada, Argentina, Perù, Colombia e Cile. […]

Comments are closed.