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In 3 sorsi – In seguito al trionfo nel secondo turno delle presidenziali di dicembre, Sebastián Piñera è tornato di scena in Cile, dopo aver governato il paese tra il 2010 e il 2014, rafforzando il convincimento che si tratti di un cambio di congiuntura politica nell’area. 

1. PIÑEIRA, ELEZIONI TRA CONTINUITÀ E CAMBIAMENTO

A poco più di sei mesi dalla vittoria, ottenuta al secondo turno con il 54 percento dei voti dalla coalizione di centrodestra, che lo ha riportato al Palazzo della Moneda l’ex presidente Sebastián Piñera si trova a gestire un momento piuttosto delicato nel paese andino. Il largo risultato delle elezioni presidenziali, non previsto dalla maggioranza dei sondaggi preelettorali, sebbene frutto anche di uno scandalo di corruzione che ha coinvolto la famiglia del principale contendente, il candidato di centrosinistra Guiller, è sembrato alla maggior parte degli analisti marcare il segno di una latente insoddisfazione nei confronti dell’immobilismo del precedente governo di Michelle Bachelet e degli anni della sua amministrazione che hanno coinciso con la minor crescita economica del paese, se comparata ai quadrienni dagli anni ottanta in poi. In questo senso il ritorno di Piñera riflette una certa dose di continuità, determinata dalla rielezione dell’ex presidente, una tendenza diventata norma in America Latina, e dal fatto che dal 2006 al 2022, il Cile sarà governato da due soli presidenti (Bachelet, 2006-2010 e 2014-2018, e Piñera, 2010-2014 e 2018-2022), ma allo stesso tempo contiene elementi di cambiamento a breve e medio termine, sia con riferimento alla politica interna che alla situazione regionale.

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Fig.1 – Il nuovo presidente cileno 

2.LA CONGIUNTURA ECONOMICA

Il Cile, rimanendo dal punto di vista del Pil pro capite la nazione più ricca dell’America Meridionale, continua a dimostrare fondamenta tra le più solide nell’intera area e un’economia non solamente legata allo sfruttamento di materie prima e all’esportazione di commodities, che pure sono ingenti (si pensi solo a rame e litio) ma che ha saputo affermarsi anche in altri settori, facendone un unicum regionale. Una volta uno dei paesi più poveri dell’America Latina, nel 2012 il Cile si è trasferito nella fascia di reddito elevato della Banca Mondiale. Oggi il Cile supera i suoi omologhi latinoamericani su misure di competitività e su indicatori di sviluppo umano come la mortalità infantile e l’aspettativa di vita. Questi successi, basati su anni di crescita economica costante e spesso rapida, hanno fatto del Cile un modello di successo, imitato, spesso con scarsi successi, dai vicini. Tuttavia, con il rallentamento ormai quinquennale delle economie regionali, su tutte i partners Argentina e Brasile, non compensato da una crescita sostenuta dal Perù (l’unico paese che ad oggi cresce in modo sostenuto nell’area), parziale naufragio e indebolimento dei progetti multilaterali di area commerciale pacifico come il Trans-Pacific Partnership (TTP) il paese ha subito una decelerazione evidente.

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Fig.2 – Il presidente cileno insieme a Temer, presidente del Brasile

3. LA POLITICA ECONOMICA DEL CILE DI OGGI

Ciò ha avuto un influsso sulla situazione interna con la perdita di posti di lavoro e l’aumento del debito pubblico e dell’inflazione che Piñera intende rispettivamente creare e porre a freno. Il nuovo governo mira ad attirare investimenti attraverso un’agenda liberale che auspica una graduale riduzione delle tasse, maggiore flessibilità del lavoro, maggiore competizione e meno ostacoli burocratici e interventismo da parte dell’amministrazione, promettendo di combattere la “stagnazione” economica con maggiore austerità nell’uso delle risorse pubbliche e sostegno alla classe media in calo. Nondimeno, una delle riforme più importanti, che gode già di un significativo consenso politico e che dovrebbe essere approvata dal congresso, sarà non a caso quella che prevede la revisione del sistema pensionistico privato del Cile, creato dal fratello di Piñera, José, quando era ministro della sicurezza sociale di Pinochet nel 1980 e che oggi penalizza le pensioni medie. Il secondo Sebastián Piñera, imprenditore e uomo tra i più ricchi del paese, cerca quindi di proporsi come un presidente più attento alle esigenze sociali, più riflessivo e soprattutto più inclusivo, senza alimentare scontri con l’opposizione del Frente Amplio. Mentre il suo governo del 2010-2014 fu segnato da manifestazioni di piazza per l’aumento delle disuguaglianze, Piñera ha iniziato infatti il suo nuovo mandato facendo diversi cenni alle cause progressiste, non solo con riferimento alla riforma delle pensioni ma anche alla salvaguardia del territorio e alla tutela ambientale.
Nel riflettere non esclusivamente sul fattore interno, l’ascesa di Piñera si inserisce come detto in un mutamento in larga parte dell’America Meridionale. Risulta piuttosto complesso determinare in questo senso come il successo del centrodestra in Cile rappresenti il punto terminale di una parziale ritinteggiatura del colore politico nel continente o sia piuttosto l’inizio un processo di lungo termine, nel solco di una maggiore liberalizzazione dei mercati e dei commerci, rafforzando i progetti di integrazione regionale e i trattati di libero scambio internazionali come il TPP. Sebbene sia evidente una svolta a destra nella regione al momento ciò sembrerebbe più un cambiamento di congiuntura che l’inizio un ciclo politico. Le vittorie di Macri in Argentina, di Piñera in Cile e di Hernández in Honduras, intervallate da quella Kuczynski, poi dimessosi, sono infatti significative, ma non tali da costituire esse stesse un fenomeno regionale. Per parlare di un nuovo ciclo politico si dovrà attendere i responsi elettorali tra la fine del 2018 e il 2019 in paesi importanti come Messico, Brasile e Colombia. Se i risultati dovessero confermare un cambiamento di tendenza, si potrà parlare di un nuovo ciclo politico su scala regionale e di come il Cile sia stato una volta di più un precursore nella ridefinizione della mappa politica dell’area, ripercorrendo una linea già percorsa con uno sguardo verso il futuro.

Alessandro Costolino

Un chicco in più

Il Trans-Pacific Partnership (TTP) è un accordo di libero scambio e un di trattato di regolamentazione e di investimenti regionali fra alcune delle economie più influenti di tutto il Pacifico. Nello specifico, l’accordo trovato è stato raggiunto fra i rappresentanti di Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Vietnam.

Foto di copertina di pablo/T Licenza: Attribution License

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