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In 3 sorsi – Dopo la sua elezione, giudicata irregolare dagli osservatori dell’OSCE, il nuovo presidente uzbeko Shavkat Mirziyoyev ha inaspettatamente iniziato ad attuare numerose riforme in campo politico, sociale ed economico per modernizzare il Paese. Lo sforzo rinnovatore, di cui sono ancora poco chiare le finalità ultime, deve però scontrarsi con la mancanza di sviluppo economico e di libertà politiche che da decenni caratterizzano la Repubblica centroasiatica. 

1. IL CANDIDATO DELL’ESTABLISHMENT CHE HA SORPRESO GLI OSSERVATORI

Quando Shavkat Mirziyoyev è succeduto a Islam Karimov alla guida dell’Uzbekistan, prima come Presidente ad interim, e poi, dopo le elezioni del 4 dicembre 2016, come effettivo capo dello Stato, in pochi si sarebbero aspettati di vedere il cambiamento che sembra stia diffondendosi nel Paese. In effetti, la stessa elezione di Mirziyoyev, che precedentemente aveva ricoperto l’incarico di Primo Ministro, non ha suscitato scalpore tra gli analisti, che, a causa del ruolo rilevante all’interno dell’establishment uzbeko e dell’ottimo rapporto con l’ex Presidente, lo avevano sempre indicato come il candidato favorito. Proprio per la continuità che sembrava esistere tra Karimov e Mirziyoyev, anche il suo programma elettorale, particolarmente ambizioso e ricco di proposte, non è mai stato considerato come una premessa verso l’apertura del Paese. Il fatto che l’OSCE abbia poi definito “irregolari” le elezioni per il nuovo capo di Stato ha dato un’ulteriore conferma a quanti pensavano che la situazione politica a Tashkent non sarebbe cambiata.
Il secondo leader del Paese dall’indipendenza dall’Unione Sovietica, tuttavia, ha iniziato molto presto a sorprendere i suoi cittadini e l’opinione pubblica internazionale con una serie di riforme volte a rinnovare un Uzbekistan ancora caratterizzato da arretratezza economica, profonde disuguaglianze sociali e sostanziale mancanza di libertà fondamentali.
Il documento che fa da cornice allo sforzo di rinnovamento è la Strategia per lo Sviluppo Nazionale 2017-2021, approvata nel febbraio dello scorso anno. Questa identifica cinque aree prioritarie per lo sviluppo del Paese: lo sviluppo dell’economia; la riforma della pubblica amministrazione; il rafforzamento del sistema giudiziario e della rule of law; la riforma della società, dell’istruzione e dell’intero sistema di sicurezza uzbeki.

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Fig. 1 – Shavkat Mirziyoyev, ex Primo Ministro e attuale Presidente dell’Uzbekistan.

2. UN INSIEME COMPLESSO DI RIFORME

In campo economico, in particolare, sono stati significativi i decreti con cui, nel settembre 2017, sono stati liberalizzati i tassi di cambio, consentendo così una maggiore apertura del Paese agli investimenti esteri. Questi provvedimenti, i primi di una lunga serie di misure volte a integrare l’economia uzbeka in quella globale, sono stati poi seguiti da numerose altre riforme, come l’allineamento delle tariffe doganali nazionali a quelle dell’Unione Economica Euroasiatica (UEE) previsto nei prossimi mesi, la definizione di una road map per accedere all’Organizzazione Mondiale del Commercio e l’adozione di nuove leggi che vietano lo sfruttamento dei lavoratori nei campi di cotone. Queste ultime, nello specifico, sono state accolte positivamente dalle numerose associazioni internazionali che da anni denunciano il trattamento disumano al quale sono sottoposti moltissimi cittadini uzbeki – spesso anche minorenni, – costretti ad abbandonare ciclicamente le loro occupazioni per dedicarsi alla raccolta del cotone in condizioni di lavoro terribili.
Oltre alle riforme nel campo dell’economia, tra le misure la cui applicazione è considerata più urgente vi sono quelle volte a garantire i diritti fondamentali e ad ampliare le libertà civili e politiche della popolazione, da sempre sottoposta a severi controlli e limitazioni da parte del regime autoritario di Karimov. Dall’avvento di Mirziyoyev, invece, segnali positivi sono stati registrati anche nel campo dei media e della società civile. Per quanto ancora non si possa parlare di reale libertà di stampa e opinione e per quanto la censura sia ancora in atto, molti giornalisti – tra cui Bobomurod Abdullaev, il cui arresto aveva fatto scalpore lo scorso settembre – sono stati liberati insieme ad altri prigionieri politici, e circa 18mila persone sono state rimosse dalla lista nera dei servizi segreti.

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Fig. 2 – Donna uzbeka al lavoro sul telaio di un tappeto durante una fiera dell’artigianato a Samarcanda

3. LUCI E OMBRE DELLE RIFORME

Al di là delle misure che mirano allo sviluppo economico e sociale del Paese, comunque, grande rilevanza hanno avuto anche quelle di carattere politico, volte a modificare sia il ruolo di Tashkent nello scenario regionale e globale (grazie alla riforma del Ministero degli Esteri), sia l’apparato interno del potere. Queste azioni, tuttavia, sono quelle che più suscitano lo scetticismo degli osservatori sulle reali intenzioni del Presidente. Pochi mesi dopo le elezioni, Mirziyoyev ha infatti provveduto al graduale allontanamento dei suoi principali avversari politici: nel giugno 2017, dopo le accuse di corruzione e di incompetenza, Rustan Azimov, ex ministro delle Finanze, è stato costretto ad abbandonare il suo incarico. Un mese dopo, anche Rustam Inoyatov, direttore dei Servizi per la Sicurezza Nazionale (SNB), è stato allontanato. I Servizi stessi sono ora oggetto di rinnovamento: dopo le accuse mosse dal Presidente contro l’ingiustificato aumento dei poteri dell’Agenzia, lo scorso marzo questa ha cambiato nome ed è stata obbligata a riferire al Senato il suo operato. I nuovi Servizi per la Sicurezza dello Stato (SBG) hanno come obiettivo la lotta al terrorismo, all’estremismo, al crimine organizzato e ai traffici transnazionali di armi e droghe.
La “pulizia” effettuata dal nuovo Presidente nei confronti dei suoi rivali potrebbe essere utile, comunque, per garantire il forte sostegno politico che riforme tanto innovative presuppongono. I soli provvedimenti governativi, tuttavia, non saranno sufficienti. Per quanto Mirziyoyev stia dimostrando una sincera volontà di rinnovare il Paese, è necessario che ogni misura sia accompagnata da azioni che promuovano il coinvolgimento attivo della popolazione. Anni di autoritarismo, e il conseguente stato di atrofia in cui versa la società civile, non possono essere cancellati con semplici decreti. L’apertura di Tashkent è il primo passo verso la modernità, ma l’effettiva efficacia delle riforme, misurabile solo nel corso dei prossimi anni, richiede uno sforzo ulteriore.

Martina Faldi

Un chicco in più

Le riforme attuate da Mirziyoyev giungono in un momento cruciale per la geopolitica dell’Asia. Con le crescenti pressioni esercitate dal vicino Afghanistan e i progetti cinesi per il ripristino di una Nuova Via della Seta, Tashkent dovrà saper giocare un ruolo più decisivo nella regione. Il graduale riavvicinamento diplomatico alle altre Repubbliche dell’Asia Centrale, testimoniato dal recente viaggio del Presidente in Tagikistan, così come l’impegno dell’Uzbekistan nell’organizzazione del summit sul processo di pace in Afghanistan dello scorso marzo, sono i primi passi mossi in questa direzione. Allo stesso tempo, i provvedimenti volti a migliorare le relazioni economiche e i collegamenti infrastrutturali con i Paesi vicini potrebbero consentire a Tashkent di far valere la propria posizione strategica nel cuore del continente. Il rinnovato spirito di apertura dell’Uzbekistan, infine, potrebbe portare anche a maggiori investimenti da parte dei principali Donors internazionali, contribuendo ulteriormente allo sviluppo del Paese.

 

Martina Faldi

Nata nel 1992, ho conseguito la Laurea Triennale in Scienze Linguistiche (2014) e la Magistrale in Politiche Europee e Internazionali (2016) presso l’Università Cattolica di Milano. Le numerose esperienze di studio all’estero mi hanno consentito di approfondire alcune delle mie grandi passioni: l’arabo, il Medio Oriente, la ricostruzione post conflict e l’institution building.

Dopo un tirocinio presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, attualmente lavoro in una compagnia di consulenza per la quale elaboro proposte tecniche e seguo l’implementazione sul campo di progetti di sviluppo finanziati dalla Commissione Europea sui temi a me cari. Parallelamente sto conseguendo il diploma in “Emergenze e Interventi Umanitari” presso l’ISPI di Milano.