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In 3 sorsi – Città del Capo sta affrontando la più grave crisi idrica della sua storia. Nonostante l’impegno dei cittadini, il fatidico “Day zero”, il giorno in cui le scorte d’acqua scenderanno sotto la soglia critica, sembra avvicinarsi inesorabilmente e minaccia di sconvolgere completamente una delle metropoli più floride del continente

1. ASPETTANDO IL “DAY ZERO”

Per mesi gli abitanti di Città del Capo si sono preparati al giorno in cui le scorte d’acqua della metropoli sudafricana sarebbero scese sotto il livello critico e sarebbe stato necessario interrompere la fornitura idrica. Gli ultimi tre anni hanno visto una stagione delle piogge – quella invernale – praticamente inesistente e ne hanno pagato il conto i serbatoi che alimentano gli acquedotti della città. Giorno dopo giorno il livello delle acque raccolte diminuisce, e si avvicina minaccioso il momento in cui l’Amministrazione locale sarà costretta a chiudere i rubinetti e ad aprire dei punti di raccolta – ne sono stati individuati circa 200 in tutta la città – dove gli abitanti potranno ritirare la loro razione quotidiana di acqua. Si parla di 25 litri pro capite. Attualmente gli abitanti della città sono “invitati” a consumarne massimo cinquanta. Un severo programma di lotta agli sprechi sembra, infatti, la misura più efficace per allontanare il pericolo della crisi idrica, almeno nel breve periodo. L’impegno dei cittadini è riuscito a dilatare i tempi, “spostando” il “Day zero” in avanti di alcuni mesi. Ma, per quanto l’introduzione di buone pratiche per ridurre gli sprechi sia indispensabile nell’ottica di un futuro sostenibile, di certo non sarà sufficiente per scongiurare definitivamente la crisi. Il cambiamento climatico e il crescente fenomeno di desertificazione stanno modificando definitivamente gli equilibri di un’area fragile come quella sudafricana, che è caratterizzata da vaste zone soggette a siccità e generalmente aride. Il Governo sta quindi correndo ai ripari, cercando fonti alternative per rifornire i propri cittadini di acqua potabile. In cantiere diversi progetti per la costruzione di impianti di desalinizzazione, la trivellazione di nuovi pozzi d’acqua e l’implementazione di un sistema per il riciclo dell’acqua.

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Fig. 1 – Il razionamento dell’acqua da parte della polizia locale di Città del Capo

2. UNA CRISI ANNUNCIATA

La crisi idrica sudafricana non è solo conseguenza del cambiamento climatico. Una povera gestione a livello nazionale e locale e l’inurbamento eccessivo e rapido hanno esacerbato una crisi forse non evitabile, ma sicuramente contenibile. Già nel 2007 il Dipartimento per l’Acqua e i Servizi Igienici (SAWS) aveva messo in guardia l’Amministrazione urbana sulla possibilità di una futura carenza delle scorte idriche cittadine. Le Istituzioni locali avevano risposto attivamente attraverso una strategia di controllo della domanda. Questo trend positivo sembra però essersi interrotto. All’origine del gap nella risposta alla minaccia della crisi potrebbe esserci il peggioramento dei rapporti tra Amministrazione locale – affidata alla Democratic Alliance, principale partito di opposizione dell’African National Congress – e Governo centrale. La mancanza di coordinamento e comunicazione tra i due livelli sembra infatti vanificare parte degli sforzi messi in atto. Il Governo centrale ha più volte ignorato la richiesta da parte della controparte provinciale di ottenere fondi per la creazione di nuovi pozzi per l’approvvigionamento idrico, incrementando, invece, le risorse allocate verso le zone agricole. Alla base degli errori c’è probabilmente la convinzione di dover affrontare un problema risolvibile nel breve periodo, senza interventi strutturali imponenti come la creazione di impianti di riciclo dell’acqua e altre strutture volte a diversificare le fonti idriche. La prolungata siccità ha dimostrato ampiamente l’erroneità di questa interpretazione e la necessità di un coordinamento tra i due livelli di Governo per la pianificazione di una strategia sostenibile.

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Fig. 2 – Una diga quasi prosciugata in una fattoria nei pressi di Piket Bo-Berg, a nord di Città del Capo. Gli agricoltori locali fanno fronte a una siccità che dura da ormai tre anni

3. UNA CITTÀ DUALE

Città del Capo è forse il miglior esempio di quella segregazione spaziale che ha per anni caratterizzato il Sudafrica e continua anche oggi, a quasi 30 anni dalla fine dell’apartheid, a mostrare un iniquo accesso alle risorse, spesso su base razziale e di classe. Ai quartieri residenziali a maggioranza bianca – dove non mancano piscine e giardini al cui mantenimento era destinata una quota considerevole dell’acqua consumata dal tessuto urbano – si affiancano gli insediamenti, spesso informali, destinati alla fascia della popolazione a basso reddito. Inutile dire che il consumo di acqua di questa parte della città è quasi irrisorio se confrontato con quello della zona bianca e ricca della città. La nuova consapevolezza alla quale stanno arrivando gli abitanti di Città del Capo sull’esigenza di tenere stili di vita a basso consumo di risorse potrebbe in qualche modo portare a una naturale redistribuzione delle risorse, o almeno a una gestione più equilibrata che eviti gli eccessivi sprechi. Ma è forse più probabile che la crisi idrica porti soltanto ad aggiungere l’acqua ai beni di lusso il cui utilizzo è precluso a buona parte della popolazione. La scarsità d’acqua condurrà inoltre a una diminuzione delle risorse destinate all’agricoltura, con l’inevitabile conseguenza dell’aumento dei prezzi. Il rischio che non si vada verso una gestione sostenibile della città, ma solo verso un incremento delle diseguaglianze è sicuramente alto.

Marcella Esposito

Un chicco in più

Un approfondimento del National Geographic sulla crisi idrica sudafricana.  

Foto di copertina di 4657743 Licenza: CC0 Creative Commons