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La recente ‘legge sull’Olocausto’ approvata in Polonia mette in luce aspetti interessanti sia sul piano delle relazioni internazionali, sia dal punto di vista della ricerca storica. In particolare la vicenda dimostra la tragica complessità del fenomeno collaborazionista durante la Seconda Guerra Mondiale e la necessità di un dibattito libero sull’argomento.

PARTENDO DALLA STORIA

«Si ergono innanzi alle vittime come un Gloucester coperto di sangue si ergeva dinnanzi al corpo del Re da lui ucciso e implorava la regina come ora essi implorano voi. ‘Di’ che non li ho uccisi io’. E la regina rispose: ‘Tu di’ che non sono stati uccisi, ma morti essi sono’. Se voi giudici dichiarerete che questi uomini sono non colpevoli, sarà come se aveste dichiarato: non c’è mai stata una guerra. Nessuno è stato ucciso. Nessun crimine è stato commesso». Queste parole, che citano il Re Lear di Shakespeare, appartengono alla sceneggiatura del film Il Processo di Norimberga e costituiscono la parte finale dell’arringa conclusiva del procuratore capo Robert Jackson (interpretato da Alec Baldwin), riferita a tutti gli imputati di quello che fu il primo di molti processi alla nomenclatura nazista.
Il profondo significato della parte finale del processo di Norimberga è fondamentale, così come l’evoluzione che il concetto di “riconoscimento delle responsabilità” ha avuto nei decenni sia sul piano tecnico, rispetto agli studi condotti da molti storici, sia sul piano dell’attualità, specialmente di fronte alla complessa e confusa situazione politica che vediamo in questi ultimi anni in buona parte dell’Unione Europea.
La cosiddetta “legge sull’Olocausto” approvata di recente in Polonia si inserisce perfettamente nel quadro dell’eterno dibattito su quale sia il “corretto approccio” alla Shoah e su come porci di fronte alle speculazioni aventi sapore di revisionismo, sia esso di natura scientifica o politica.

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Fig. 1 – Il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, situato nei dintorni della città polacca di Oswiecim

LA NUOVA LEGISLAZIONE POLACCA E LE REAZIONI

Dopo la prima approvazione da parte del Senato polacco, con 57 voti favorevoli, 23 contrari e due astenuti, e le polemiche che parevano favorirne un pur momentaneo “congelamento”, il 1° marzo scorso, con la ratifica del presidente Andrzej Duda, è entrata in vigore la legge che consente allo Stato di punire con il carcere fino a un massimo di tre anni chi definisse come “campi polacchi” i campi di concentramento allestiti dai nazisti in Polonia durante l’occupazione del 1939-1945. Ma non solo: il problema forse più grande derivante dall’entrata in vigore della legge riguarda il rischio molto alto di limitare fortemente la libertà di espressione e l’attività di ricerca su queste delicate tematiche storiche negli anni a venire. Prima del voto del testo in Polonia, la portavoce del dipartimento di Stato americano aveva espresso la preoccupazione che, in caso di una sua applicazione, «questo progetto di legge po[te]ss[e] minare la libertà di parola e il dibattito accademico». I timori dell’esponente della diplomazia americana riguardano anche la possibilità che l’attuazione di questo provvedimento arrechi danni consistenti ai rapporti tra Polonia e Israele e agli interessi degli Stati Uniti nel Paese europeo.
Non si è fatta attendere nemmeno la risposta israeliana, per bocca del primo ministro Benjamin Netanyahu: «Non abbiamo tolleranza per la distorsione della verità e la riscrittura della storia, né per la negazione dell’Olocausto». Il ministro per l’Edilizia Yoav Galant, intervenuto sulla questione, ha dichiarato: «Non lasceremo che la decisione del Senato polacco passi senza reazioni. L’antisemitismo polacco ha alimentato l’Olocausto, e questa è una negazione de-facto dell’Olocausto».

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Fig. 2 – Il premier polacco Mateusz Morawiecki visita il Museo della Famiglia Ulma, dedicato alla memoria di una famiglia polacca trucidata dai nazisti per aver aiutato degli ebrei

PASSAGGI ISTITUZIONALI E PRIMA ATTUAZIONE

Il presidente Duda, nell’apporvi la firma, ha rimandato la legge al giudizio della Corte Costituzionale, per una ulteriore analisi su eventuali profili di incostituzionalità, ma l’attesa del responso non ne ha bloccato l’entrata in vigore. Secondo quanto detto il 1° marzo dal Governo di Varsavia, la legge è conforme al quadro istituzionale polacco e pienamente operativa, dunque non c’è motivo di un suo congelamento in attesa del pronunciamento dell’Alta Corte. Il 3 marzo scorso una fondazione polacca vicina al partito di governo Diritto e Giustizia ha fatto ricorso alla nuova normativa, denunciando un giornale argentino, reo di aver pubblicato un articolo sul pogròm di Jedwabne del luglio 1941, avvenuto con la partecipazione della popolazione polacca del luogo.

GLI EQUILIBRI DELLA RICERCA

A questo punto sarebbe semplice, e senza dubbio opportuno, collegare la natura del provvedimento all’orientamento politico dei partiti che formano la maggioranza di Governo (e non solo a quelli), una destra nazional-conservatrice di matrice cattolica largamente maggioritaria nel Parlamento polacco. Mi permetto invece di fare due brevi considerazioni per cercare di spiegare come, a mio avviso, i polacchi si pongono di fronte alle delicate questioni che riguardano la loro storia recente e quali problematiche possa produrre in futuro l’atteggiamento chiuso e intransigente della classe dirigente polacca.
Il primo punto riguarda le azioni materialmente commesse da polacchi durante l’occupazione nazista. Come scriveva alla fine degli anni Cinquanta del XX secolo Raul Hilberg, precursore della ricerca storica sull’Olocausto: «Il territorio della Polonia occupata è diventato un campo di sperimentazioni. In un breve lasso di tempo […] la macchina dello sterminio non solo ha superato di gran lunga l’apparato burocratico di Berlino nel portare a termine lo sterminio, ma è andata ben oltre». All’interno del Governatorato generale di Polonia, guidato dal giurista nazista Hans Frank, i tedeschi operarono servendosi di una larga parte del personale amministrativo polacco dei livelli più bassi. Questi cittadini polacchi, pur mantenendo vivo l’odio verso gli invasori, si adattarono alla vita del “nuovo” Stato per riuscire ad avere uno stipendio e sfamare la propria famiglia. Questo può essere inteso come collaborazionismo? A mio avviso no, ma non può essere sottaciuto che una parte della macchina organizzativa che contribuì alla realizzazione dell’Olocausto, ossia quella che faceva riferimento alla Zivilverwaltung (amministrazione civile) del Governo di Cracovia e delle sue diramazioni locali, fu composta da personale polacco che, pur senza poteri decisionali, partecipò all’attuazione dei piani di sterminio.

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Fig. 3 – Manifestazione a Danzica contro la recente ascesa di movimenti di estrema destra in Polonia, aprile 2018

Un altro aspetto importante riguardò gli agenti della Gendarmerie: questa forza di polizia, che operava nei distretti locali (le cosiddette Kreise) del Governatorato come forza pubblica agli ordini diretti della Zivilverwaltung, partecipò ai rastrellamenti per il reclutamento della manodopera coatta da spedire nei campi di lavoro, come nel caso del campo di Auschwitz III-Monowitz. L’esercizio della violenza, le intimidazioni e gli atti di brutalità commessi verso gli ebrei avvenivano in quasi ogni spedizione. Una larga fetta di questi “emissari” dei capi-distretto nazisti locali era costituita da polacchi collaborazionisti.
Dal punto di vista diplomatico, invece, oltre alla contrapposizione con Israele, Stati Uniti e Unione Europea, un conflitto è sorto anche con l’Ucraina. Il testo della discussa legge infatti comprende una ferma condanna verso l’ideologia di Stepan Bandera, il leader dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN) che collaborò con le autorità naziste contro l’esercito sovietico e che fu coinvolto in alcune stragi perpetrate ai danni della popolazione polacca residente nel Governatorato. «Abbiamo perdonato e chiesto perdono. – È stato il commento di Hanna Hopko, responsabile ucraina degli Affari Esteri. – Questa è la nostra strategia, benedetta da papa Giovanni Paolo II. Siamo proiettati in un futuro in cui i politici non fabbricano più il proprio consenso sulle ossa e le tombe».
La questione dirimente, ossia la proibizione nel definire “polacchi” i campi nazisti su territorio polacco, suona come una scusa. L’obiettivo è politico, ossia la legittimazione di una grande opera di deresponsabilizzazione collettiva, liberando dai vincoli di un’analisi scientifica tecnicamente corretta gli aspetti più marcati del nazionalismo polacco, già storicamente forte, e ora amplificato dalle derive politiche in atto nel Paese.
È scorretto intendere che ogni polacco che lavorò per i nazisti volle farlo per simpatie ideologiche e con l’intento di aiutare la realizzazione dei programmi tedeschi sul territorio, ma impedire un corretto dibattito scientifico sul tema attraverso limitazioni aventi implicazioni di tipo penale non può che minare seriamente, oltre ai rapporti internazionali dello Stato polacco, anche le possibilità di confronto tra gli studiosi e la possibilità di arricchire e far progredire la ricerca storica su una serie di avvenimenti così complessi e ancora tremendamente attuali come la dominazione tedesca nell’Ostgebiete e l’universo concentrazionario scaturiti dall’attuazione della dottrina nazionalsocialista.

Emiliano Vitti

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Fig. 4 – Il ministro della Difesa belga Steven Vandeput mentre visita il museo di Auschwitz-Birkenau in occasione dell’ultimo anniversario della liberazione del campo di sterminio

Un chicco in più

Adam Czerniakow, a capo del Consiglio ebraico (Judenrat) di Varsavia durante gli anni dell’occupazione nazista, cercò per quasi tre anni di resistere quanto più e quanto meglio fosse possibile alla brutalità nazista, spesso coadiuvata dal personale polacco della Gendarmerie. Quando il peso del ricatto e della responsabilità si fece insostenibile decise «di scomparire». Prima di suicidarsi, il 23 luglio 1942, scrisse sul suo diario: «Il mio gesto mostrerà a tutti la verità e, forse, porterà sulla giusta via da intraprendere. Sono consapevole che vi lascio una pesante eredità».

 

photo by: matita2073
Emiliano Vitti

Laurea Triennale in Scienze Politiche e Laurea Magistrale in Storia d’Europa all’Università degli Studi di Pavia. Presso lo stesso Ateneo frequento il terzo anno del Dottorato in Storia con un progetto sul Governatorato Generale di Polonia dal 1939 al 1944.

L’area principale dei miei studi è la storia dell’area tedesca, in particolare la storia del nazionalsocialismo e delle politiche di occupazione dell’Europa centro-orientale, e la storia comparata del colonialismo tedesco tra II e III Reich.

Da alcuni anni mi interesso anche di questioni di geopolitica, sempre con uno sguardo ʽda storicoʼ, e le mie ricerche riguardano soprattutto le politiche ambientali nelle Repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale e la storia della democratizzazione e dello sviluppo economico nella Mongolia post-comunista.