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L’Assemblea Nazionale cubana ha aperto la nona legislatura con l’elezione del nuovo presidente del Consiglio di Stato e dei Ministri, l’ex primo vice-presidente Miguel Díaz-Canel. Svolta epocale o cambio necessario nella continuità ideologica? 

DIAZ CANEL E LE ELEZIONI A PARTITO UNICO

Secondo la Costituzione cubana del 1976, il potere legislativo risiede nell’Asamblea Nacional del Poder Popular (ANPP), unica Camera del sistema cubano. Sono 605 i rappresentanti votati alle elezioni dell’11 marzo 2018, che si sono svolte con una partecipazione dell’85,65%, corrispondenti a poco più di sette milioni di voti; un milione di cubani, invece, ha rinunciato al diritto di voto. L’Assemblea Nazionale ha poi eletto il presidente del Consiglio di Stato e dei Ministri, il 18 aprile 2018: Miguel Díaz-Canel Bermúdez.
Quello cubano è un sistema unicamerale con un’altissima partecipazione, anche se in calo negli ultimi anni, e un controllo capillare del partito, l’unico legale a Cuba: il Partido Comunista de Cuba (PCC). Definitosi come strumento politico unitario della Rivoluzione, il PCC è stato formato nei primi anni che seguirono la caduta di Fulgencio Batista e la presa di potere della guerrilla guidata dai fratelli Castro. Il PCC, dunque, come unico mezzo di fare politica e come unico mezzo di rappresentanza di una popolazione che si stenta a credere così omogenea. Un partito, soprattutto, che costituisce simultaneamente la macchina burocratica e la forza propulsiva del Governo del Paese; una sorta di dinosauro politico pesantissimo, ancora ampiamente in mano alla generazione della Rivoluzione, e che conosce numerose difficoltà nei processi di adattamento alla propria società e al mondo che le cambia intorno.

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Fig.1 – Un’immagine del nuovo presidente cubano

RAUL CASTRO, RIFORMATORE INCOMPIUTO

Di questi problemi è cosciente Raúl Castro. Abilissimo organizzatore delle forze armate cubane, il fratello discreto del leader carismatico della Rivoluzione ha assunto il potere per traghettare l’isola nel XXI secolo. Voce autorevole ma meno vulcanica rispetto a Fídel, in Raúl erano riposte le speranze di riforma del sistema cubano, le cui debolezze lui stesso ha spesso criticato. Con lui, scrive William Leogrande, uno dei massimi esperti sulle questioni cubane, vi è stata una, seppur minima, apertura dell’economia, insieme all’importante concessione di maggiore spazio per le libertà personali e sociali dentro la Rivoluzione. In politica internazionale, poi, Raul è riuscito a ricucire in parte l’enorme strappo con gli Stati Uniti e grazie allo sforzo congiunto di Barack Obama ha portato nel 2014 al disgelo con Washington.
Raúl Castro, tuttavia, passerà alla storia come un riformatore incompiuto. Si calcola che solo il 21% delle riforme che ha avviato in questi dodici anni siano state portate a termine. Il motivo, spiega ancora Leogrande, risiede nella troppa collegialità del suo processo decisionale. Quello che Castro ha compreso, infatti, è che la Rivoluzione non sarebbe potuta sopravvivere a lungo alla scomparsa del suo leader carismatico se non avesse avuto la capacità di adattarsi ai tempi che cambiano e ai personaggi che la interpretano. Così, invece di tentare di condurre il Paese attraverso una debole leadership da uomo solo al comando, ha assunto un’attitudine più collegiale, portandosi dietro la vecchia guardia rivoluzionaria, mentre cercava forze capaci nella nuova generazione.

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Fig. 2- Raùl Castro insieme ad Obama

DIAZ CANEL, IL FIGLIO DELLA RIVOLUZIONE

esperienza amministrativa e politica e giovane dalla carriera fulminante, è il primo presidente nella storia della Cuba rivoluzionaria a non aver partecipato alla Rivoluzione. Figlio della Rivoluzione ed insieme uomo del suo tempo, Díaz-Canel ha pronunciato un discorso d’insediamento composto, fermo nella postura di difesa della struttura socialista dello Stato cubano. Pacatamente, ma con fermezza, ha sottolineato come il passo indietro di Castro non sia sinonimo di abbandono. Il generale, infatti, continuerà a guidare le decisioni per il presente e per il futuro, rimanendo Primo Segretario del Partito fino al 2021. È un uomo del PCC, il nuovo presidente, che concepisce come unico strumento possibile di rappresentanza della volontà del popolo cubano. Niente cambio epocale, quindi, nessun colpo di mano al sistema e nessuna transizione mirata a distruggere i risultati della Rivoluzione. Stiamo forse assistendo ad un semplice passaggio di consegne tra un Padre della Rivoluzione e il suo Figlio prediletto, nel segno della continuità? La situazione è più complessa. Díaz-Canel è stato scelto dal Primo Segretario proprio perché durante la sua carriera politica ha dimostrato di saper coniugare una solida ideologia socialista con un’attitudine critica e pragmatica e una posizione sociale moderna, capace di adattarsi velocemente ai cambiamenti del tempo che vive. Il nuovo presidente ha tutte le carte in regola per essere il riformatore che avrebbe voluto essere Raúl. Per fare questo, però, deve superare diverse sfide interne ed esterne.

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Fig.3 – Immagine del passaggio dell’uragano Irma, nei pressi dell’Avana, due anni fa. 

LEGITTIMAZIONE ED UNIFICAZIONE DELLE MONETE

Tra le molteplici problematiche che lo attendono, in politica interna Dìaz Canel dovrà stare in particolare modo attento a due sfide che potrebbero condizionare severamente il suo mandato. La prima riguarda la legittimazione politica. Proprio perché privo del carisma e della caratura storica e leggendaria di cui hanno goduto i suoi predecessori, Díaz-Canel dovrà dimostrare al popolo e al Partito di essere un leader capace e legittimo. Non un fantoccio della vecchia guardia rivoluzionaria, neanche uno strumento dell’imperialismo statunitense; non Fídel, ma nemmeno Raúl, Díaz-Canel dovrà mostrarsi leader dalle spalle larghe, gestire il desiderio di riforma della popolazione tenendo a bada le preoccupazioni e le pressioni dei vecchi comunisti. Dovrà, inoltre, cercare alleati tra la nuova generazione di cui lui, secondo le parole di Castro durante il discorso di chiusura della sessione dell’Assemblea Nazionale, è uno dei pochissimi sopravvissuti. Per fare questo, il presidente ha circa tre anni di tempo. Nel 2021, infatti, dovrebbe aggiungere alla sua attuale carica quella di Primo Segretario del PCC. Se si dimostrerà capace, potrà avere un margine di manovra molto più ampio di quello di cui dispone attualmente.
La seconda sfida è di carattere economico, e riguarda la gestione e l’unificazione delle due monete che circolano a Cuba (CUP e CUC), e che sono scambiate a diversi tassi di cambio. Se le due monete hanno aiutato il Paese durante il Periodo Speciale post-sovietico, ora creano problemi fondamentali perché sostengono attività economiche diverse e creano una forte diseguaglianza. Il settore statale, infatti, si basa sulla moneta agganciata al valore del dollaro statunitense (CUC), e ha un tasso di cambio privilegiato 1 a 1 (il cambio tra CUP e CUC effettuato tra cittadini cubani è invece 24 a 1). In caso di cattiva gestione dell’operazione, l’unificazione delle due monete e i successivi e necessari aggiustamenti economici potrebbero far crollare il settore statale, creando una reazione a catena disastrosa nell’economia cubana, che per il suo carattere fortemente centralizzato non potrebbe rivolgersi ad un mercato del lavoro privato che assorba la disoccupazione che deriverebbe dal crollo statale.

DIAZ CANEL, TRA WASHINGTON E CARACAS

In politica estera, Díaz-Canel dovrà giocare astutamente la sua partita sia con l’alleato del sud, Caracas, che con l’eterno avversario del nord, Washington. Sono lontanissimi i tempi dell’intesa tra Obama e Castro, cancellati dalla posizione dell’amministrazione Trump e dal caso dei presunti attacchi sonici nell’ambasciata statunitense a L’Avana. È ugualmente lontano il tempo d’oro del socialismo del XXI secolo, quando il governo cubano poteva contare sull’alleanza e gli aiuti dei grandi Paesi dell’America del Sud. Oggi, dell’ondata socialista latinoamericana rimangono solo Bolivia e Venezuela, ed entrambi non godono più della sicurezza politica ed economica di un tempo. Ciò che più preoccupa L’Avana è il possibile crollo politico-economico definitivo del governo di Maduro a Caracas. Da Chávez in poi, infatti, il Venezuela ha sostituito l’URSS nel meccanismo di aiuti a Cuba: petrolio a prezzi vantaggiosi per Cuba a cambio di medici e maestri per il Venezuela. Se l’alleato fondamentale dovesse mancare prima di aver riformato e stabilizzato il modello economico, per Cuba sarebbero guai seri.
Una nuova epoca per Cuba, dunque? È forse più corretto affermare che per Cuba si apre una seconda possibilità per il riformismo cubano. Se la prima, incarnata da Raùl Castro, non ha portato ai risultati sperati, ma qualcosa ha mosso, forse la seconda sarà capace di traghettare definitivamente il popolo cubano nel XXI secolo. Vecchia guardia rivoluzionaria e congiuntura internazionale permettendo, certo.

Elena Poddighe

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

Nicolas Maduro è stato il primo leader a far visita al nuovo presidente a L’Avana, seguito da Evo Morales. Il nuovo Segretario di Stato statunitense, Mike Pompeo, ha affermato di voler lavorare su una ripresa del dialogo costruttivo tra Cuba e gli Stati Uniti. [/box]

Foto di copertina di danifeb Licenza: Attribution-ShareAlike License

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Elena Poddighe

Nata a Sassari nel 1993, ho diviso il mio percorso universitario tra l’Italia, la Francia e il Belgio. Sono laureata in Scienze Politiche, indirizzo Relazioni Internazionali, e specializzata in Relazioni Internazionali, indirizzo Diplomazia e Risoluzione dei Conflitti. Studio con particolare attenzione il continente americano, da Nord a Sud, ma seguo l’ordine di un caro professore: “Tutto ciò che succede nel mondo vi deve interessare!” Dopo l’esperienza Erasmus ho preso sul serio l’idea che tutto il territorio europeo potesse essere casa mia, così mi sposto costantemente da un punto all’altro, scoprendo pregi e difetti di questa nostra bellissima Europa. Non so preparare il caffè e non lo bevo, ma so cucinare e soprattutto mangiare le lasagne!

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