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In 3 sorsi – Situato a ridosso del confine birmano con la Cina e nel cuore del Triangolo d’Oro, lo Shan è di fatto uno Stato nello Stato, con il Governo di Naypyidaw che cerca di rientrare in controllo dell’area e le milizie indipendentiste che la fanno da padrone, intrattenendo rapporti con grandi organizzazioni criminali internazionali e minando le basi dello Stato centrale birmano.

1. UNO STATO NELLO STATO

Con l’ascesa al potere di Aung San Suu Kyi, il Myanmar sembrava poter ottenere quella svolta democratica che avrebbe portato un miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini birmani. Quello che si è palesato al mondo con la tragedia dei Rohingya nel Rakhine, però, ha mostrato una realtà del tutto diversa. E non è solo tale grave crisi a illustrare i limiti del “nuovo corso” birmano. Nello Stato dello Shan, situato nel Nordovest del Paese, un decennale conflitto, mai placato, riflette lo stato di debolezza del Governo di Naypyidaw. Dal 1948, infatti, la regione viene scossa da continue sommosse indipendentiste da parte di numerosi gruppi armati, che a più riprese hanno sfidato il Tatmadaw, l’esercito birmano. I principali movimenti hanno un’accezione etnica, come l’Esercito di Liberazione Ta’ang (altro nome con cui è conosciuta l’etnia Shan), oppure un’estrazione politica, come il Partito Comunista Birmano, attivo con varie milizie nel territorio dello Shan. La recrudescenza del conflitto negli ultimi mesi, dopo un trattato di cessate il fuoco stilato nel 2011, ha lasciato sul campo centinaia di vittime, numerosi dispersi e centinaia di migliaia di sfollati fuggiti verso la Cina, la Thailandia o le regioni birmane circostanti.

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Fig. 1 – Aung San Suu Kyi con il Premier australiano Malcolm Turnbull, marzo 2018

2. IL TRIANGOLO D’ORO

Le varie milizie che hanno avuto modo di radicarsi sul territorio e la cattiva gestione delle Autorità governative hanno concesso allo Shan di essere considerato il terzo vertice, dopo Thailandia e Laos, di quello che è definito il Triangolo d’Oro. Quest’area è diventata famosa per i traffici illeciti, che vanno a comporre la maggior fetta dell’economia locale. Oppio ed eroina sono da tempo le principali fonti di sostentamento per gli agricoltori dell’area, nonché le più grandi fonti di guadagno per i gruppi criminali che controllano il territorio. Sebbene gli sforzi del Governo centrale e delle Organizzazioni internazionali abbiano avuto un grande ruolo per il ridimensionamento delle piantagioni di papaver sumniferum e della produzione di eroina, dal 2006 si è tornati a veder crescere la quantità di terreni dedicati a questa coltura. Mentre infatti nel 2006 si contavano “solo” 21mila ettari coltivati a tulipano da oppio, nel 2017 le piantagioni sono raddoppiate, così come la produzione totale, che è passata dalle 320 tonnellate del 2006 alle attuali 550. Un altro traffico legato al mondo della droga è quello dei cristalli di metamfetamina, sostanza che ha preso piede nell’area in seguito ai ricorrenti contatti tra le organizzazioni criminali locali e le triadi cinesi. La yaa baa, come viene chiamata la metamfetamina dai locali, viene smerciata attraverso le poco controllate frontiere cinesi o viene trasportata sul fiume Mekong, da dove poi raggiungerà le più grandi piazze di spaccio dell’Asia e del mondo.
Oltre al traffico di droga, sono sempre più importanti le azioni di sequestro di legni tropicali pregiati, che si tenta di esportare verso la Cina. Oltre a rifornire le casse criminali, le attività di taglio illegale di alberi hanno contribuito alla deforestazione delle aree tropicali e a un’esponenziale diminuzione delle foreste del Myanmar. Il volume dei sequestri di legnami pregiati, infatti, è stato pari a 8mila tonnellate nel periodo 2012-2013 e di quasi 14mila tonnellate nel 2013-2014. La foresta tropicale permette, oltre al legname, anche lo sfruttamento delle numerose specie animali che la abitano. Il mercato nero intorno agli animali tropicali è molto fiorente, con il commercio di esemplari vivi (scimmie, felini e rettili), di parti utilizzate nelle medicine tradizionali orientali (tigri, elefanti o altre specie considerate benefiche) e come trofei o decori (il caso classico dell’avorio di elefante).
I traffici illeciti, come fenomeno economico e sociale, non conducono solo a un degrado dell’ambiente antropico di tali aree già martoriate dalla guerra civile, ma vanno a minare anche e soprattutto l’ambiente naturale, con un effetto volano su quelli che sono i cambiamenti climatici che investono anche lo Stato dello Shan e il resto del Myanmar.

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Fig. 2 – Soldati birmani impegnati in un’esercitazione nell’area del fiume Ayeyarwady, febbraio 2018

3. IL RUOLO DELLA CINA

Il confine condiviso tra la Repubblica popolare cinese e il Myanmar è di circa 2.100 chilometri, dei quali circa la metà con lo Stato dello Shan birmano. Da sempre questi confini sono molto fluidi, viste le asperità del territorio e la mancanza di una vera e propria guardia di frontiera da parte birmana. Per questo le organizzazioni criminali che operano nell’area hanno sempre considerato il confine come una preferenziale via d’accesso al Triangolo d’Oro. Le triadi cinesi hanno trovato terreno fertile per l’installazione di una proficua rete criminale grazie ai numerosi migranti che dalla Cina meridionale si sono spostati in Myanmar, creando delle vere e proprie enclave a maggioranza Han.
La Cina rappresenta storicamente per il Myanmar una grande opportunità di crescita economica. Allo stesso modo Pechino ha sempre visto in Myanmar un accesso all’Oceano Indiano e una buona base per competere con l’India in Asia meridionale. Per questi motivi lo Shan, passaggio terrestre obbligato verso la costa birmana, costituisce un’area strategica per la proiezione cinese. E, nel contesto della Belt and Road Initiative (BRI), la Repubblica popolare ha proposto al Governo di Naypyidaw la creazione di un importante corridoio economico, in grado di far fluire merci dalle manifatture cinesi, permettere una crescita economica nell’area e favorire una stabilizzazione dell’ambiente politico locale.

Alessio Baccinelli

Un chicco in più

I flussi migratori dalla Cina non hanno semplicemente ampliato i legami con le triadi della madrepatria, ma hanno dato vita anche a numerosi gruppi armati, come la milizia Wa, ben equipaggiata e sospettata di intrattenere diretti legami con Pechino. Tali gruppi detengono delle zone di potere soprattutto a ridosso delle aree più impervie del confine sino-birmano.

 

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Alessio Baccinelli

Classe 1990 dalla provincia di Brescia, decido di affrontare un nuovo percorso di vita dopo un’esperienza di volontariato in Mozambico e una parentesi lavorativa post-diploma. Per questo decido di avvicinarmi al mondo accademico iscrivendomi alla facoltà di Scienze Linguistiche per le Relazioni Internazionali, appassionandomi da subito al mondo della politica estera. In facoltà riesco ad agganciarmi all’ormai fu progetto “Geopolitical Atlas” in cui mi specializzo nella produzione di analisi grafiche di scenari geopolitici. Grazie al percorso linguistico mi avvicino al mondo russo, senza dimenticare la passione per l’Africa e per i luoghi meno battuti.