Puoi leggerlo in 6 min.

Assad ha usato armi chimiche un’altra volta in Siria, ma la risposta di USA, Gran Bretagna e Francia è servita soprattutto a salvare la faccia ed evitare un’escalation peggiore. Ve lo spieghiamo in 10 punti.

Quando il regime di Bashar al-Assad utilizzò armi chimiche per colpire Khan Sheikoun il 4 Aprile 2017, scrivemmo un articolo per spiegare in 10 punti cosa era successo e perché. Dopo i recenti fatti a Douma e l’attacco missilistico di USA, Gran Bretagna e Francia in Siria, crediamo sia utile riprendere alcuni concetti fondamentali che, nella discussione sui social e in generale per l’opinione pubblica, continuano ad essere a torto poco rimarcati.

1-L’ATTACCO

Le dinamiche dell’attacco sono state descritte da molti analisti e osservatori e più che ripetere quanto già raccontato da altri preferiamo sottolineare ciò che è stato scritto da Daniele Raineri del Foglio e da David Cenciotti di The Aviationist, entrambi giornalisti mai superficiali su queste questioni.

2-ERANO I BERSAGLI GIUSTI?

Dipende da cosa si intende per “giusti”. Erano, in effetti, i bersagli più giusti per ciò che i promotori dell’attacco intendevano fare (a torto o a ragione non è rilevante per questa riflessione): colpire bersagli simbolici che permettessero di salvare la faccia senza scatenare un conflitto più ampio. Perché alla fine era questo il vero obiettivo.

3-SALVARE LA FACCIA, DINAMICA FONDAMENTALE

Salvare la faccia non è solo una dinamica fondamentale, è soprattutto quella più ignorata sui social media e tra l’opinione pubblica. Eppure non dovrebbe sorprenderci: quando sui social qualcuno scrive qualcosa di negativo su di noi, tendiamo a reagire in maniera forte e altrettanto negativa, cercando di non sembrare “deboli” e “vincere la discussione a parole”. In diplomazia esiste un principio simile – fa parte dei cosiddetti “tre equilibri” – per il quale nessun leader o amministrazione, soprattutto se basa la propria leadership su una forte personalità, può permettersi di fare figuracce o perdere la faccia davanti ai propri sostenitori, pena la perdita di consenso e/o di rispetto e, dunque, la prospettiva di decadenza.

Embed from Getty Images

Fig.1 – Il Generale Mattis, Segretario alla Difesa USA

4-LA FACCIA DI TRUMP

Il Presidente USA Donald Trump ha un forte ego e un uso “poco ortodosso” di Twitter. Il problema di lanciare messaggi bellicosi via social network è proprio che, una volta lanciato il sasso, nascondere la mano è più o meno impossibile e soprattutto cambiare idea porta un forte prezzo in termini di fiducia internazionale. Aggiungiamo il fatto che gli USA hanno sempre posto come condizione fondamentale che l’uso di armi chimiche in Siria cessi, fin dall’amministrazione Obama nel 2013, e dunque non possano fare finta di nulla se ciò si ripete. Dopo i fatti di Douma e i tweet del Presidente, per l’amministrazione USA colpire non era certo la soluzione ideale, ma era comunque meglio (nel senso: meno peggio) che non fare nulla, almeno dal loro punto di vista.

5-LA FACCIA DI PUTIN

Il problema era scatenare una rappresaglia senza che questo facesse perdere la faccia alla Russia di Vladimir Putin. Garante della sicurezza della Siria, la Russia non avrebbe potuto accettare una risposta USA indiscriminata che mettesse a rischio il regime di Assad, vitale per l’esistenza delle basi russe in zona, e ha dovuto contro-minacciare, citando anche che i missili USA sarebbero stati abbattuti. E’ a questo punto che il rischio di conflitto è stato più forte: uno (USA) non poteva non attaccare, l’altro (Russia) aveva dichiarato che avrebbe risposto, e a questo punto non poteva più tirarsi indietro o sarebbe stato Putin a perdere la faccia. Ancora peggio se fossero stati colpiti mezzi o soldati russi: la necessità di una risposta sarebbe stata inevitabile. Ad evitare tutto ciò è stato però il pragmatismo di entrambi: mentre i media dibattevano circa le dichiarazioni pubbliche Russi e Americani si parlavano per vie diplomatiche riservate.

Embed from Getty Images

Fig.2 – Il rappresentante della Federazione Russa durante il Consiglio di Sicurezza ONU dopo l’attacco

6-EVITARE L’ESCALATION

Colpire quei bersagli – peraltro comunicati prima così da poterli evacuare – era insomma la scelta adatta per soddisfare tutti ed evitare l’escalation: gli alleati occidentali avrebbero colpito bersagli legati ai programmi chimici siriani in maniera mediaticamente evidente, evitando però di colpire i russi e causare un incidente peggiore. I Russi avrebbero potuto evitare perdite e dunque evitare di essere costretti a una rappresaglia a loro volta, mentre i danni ad Assad non sarebbero stati tali da metterne a rischio la stabilità, importante per loro e per Iran. Per quanto riguarda la dichiarazione russa di abbattere i missili USA, farlo davvero forse avrebbe peggiorato le cose, ma non farlo avrebbe minato le vendite di sistemi antimissile russi, molto diffuse in Medio Oriente: non è chiaro se ci abbiano provato davvero, forse no, ma per salvare le apparenze è comunque bastato affermare che solo pochi hanno colpito e la maggior parte è stata abbattuta. Gli USA hanno smentito, ma, in fondo, l’opinione pubblica non è in grado di controllare e l’importante è, appunto, salvare la faccia.

7-MA LE ARMI CHIMICHE? LA POPOLAZIONE CHE SOFFRE?

E’ triste dover constatare come la protezione dei civili sia solo un elemento secondario nelle valutazioni politiche e militari sopra indicate. Se l’obiettivo principale degli attori era salvare la faccia, è evidente che i bersagli colpiti non siano necessariamente risolutivi per evitare che qualcosa del genere avvenga ancora, anche se ovviamente a questo punto si spera il contrario. Tuttavia nello specifico gli attacchi alleati non avevano né l’obiettivo né potevano avere l’effetto di fermare il conflitto o di ridurre sensibilmente la capacità militare di Assad. Ne abbiamo parlato recentemente in una chiacchierata di redazione. La situazione attuale è figlia di questioni precedenti mai risolte e non sono solo le armi chimiche a fare morti civili. Il vero dramma è che l’opinione pubblica internazionale si scandalizza solo quando queste vengono usate, ma per anni si è disinteressata dell’intera questione siriana. Ricordiamoci invece sempre che i conflitti non si fermano quando non ci interessiamo ad essi, ma continuano ad evolvere e, spesso, peggiorano.

8-LA LEZIONE ISRAELIANA

Il comportamento degli attori internazionali è comunque in netto contrasto con l’operato di Israele, che in casi simili (e sottolineiamo: unicamente in casi simili) costituisce un esempio di come agire senza scatenare rappresaglie eccessive. Quando le Israeli Air Forces (IAF) colpiscono un bersaglio in Siria o Libano, non pubblicizzano mai la cosa: tengono cioè un profilo basso. L’avversario sa bene chi ha attaccato, e questo provoca un effetto di deterrenza, ma la mancata pubblicizzazione (e il silenzio dei leader israeliani) evita che l’avversario perda la faccia platealmente e dunque si senta obbligato a rispondere in maniera eccessiva (si chiama “zone of denial, sostanzialmente la capacità di affermare “non è successo niente” o “non mi hai fatto niente”, indipendentemente dal fatto che sia vero o no; vedi “Chicco in più”). E’ una lezione che molti leader internazionali dovrebbero prendere a esempio. Per esempio, quanto attacchi aerei israeliani pensate siano avvenuti in Siria? Più di quanti credete.

Embed from Getty Images

Fig.3 – Cacciabombardiere israeliano in volo

9-TEORIE FANTASTICHE E ALTRI MOSTRI

Ovviamente, come spesso accade in casi simili, si erano scatenate teorie complottistiche di tutti i tipi circa l’attacco chimico e le ragioni della risposta occidentale. La realtà è al tempo stesso più complessa e meno complottistica: chi ha seguito davvero le vicende siriane negli ultimi anni sa che Assad è a corto di uomini e per riconquistare Ghouta avrebbe dovuto ingaggiare una dura battaglia contro migliaia di miliziani. Avrebbe probabilmente vinto ma a prezzo altissimo, come dimostrato dagli scontri urbani in Siria e Iraq negli ultimi anni. L’uso di armi chimiche ha invece portato i ribelli alla capitolazione, risolvendo quindi il problema, sapendo peraltro che – vedi 2013 e 2017 – la risposta internazionale sarebbe stata ridotta, come infatti è stato. Dall’altra parte, la complessità della guerra non può essere semplificata in un generico interesse per “il petrolio” (quello siriano è poco e ininfluente nelle dinamiche di prezzo internazionali) o “le pipelines per il gas” (chi conosce l’argomento sa che esso ha dinamiche che smentiscono tali ipotesi, ma, appunto, bisogna conoscere la materia per saperlo), mentre è invece necessario guardare alle dinamiche diplomatiche sopra espresse e agli interessi reali dei vari attori coinvolti.

10-FERMARE LA GUERRA

Il fulcro del discorso torna infatti a un qualcosa che non ha nulla a che vedere con teorie astruse ma solo con lo studio accurato e approfondito della situazione: la Siria vede varie fazioni (locali, regionali, internazionali) che agiscono cercando ciascuna di portare avanti i propri interessi e rifiutando qualsiasi soluzione che possa minarli. Poiché nessuno vuole cedere, il conflitto continua e nel frattempo ci si prepara a un eventuale futuro negoziato. Solo che a tale tavolo tutti vogliono sedersi da una posizione di forza e dunque, finché il conflitto continua, provano a muovere le proprie pedine per raggiungere vantaggi che non possano poi essere revocati (per fare l’esempio di Assad: eliminando sacche di resistenza. Per i Turchi: riducendo le zone curde. Ecc..). Una soluzione, per quanto complessa, potrà arrivare solo da accordi che tutelino, almeno in parte, questi interessi. E non è un qualcosa di nuovo. Era così almeno dal 2015, noi lo avevamo scritto.

Lorenzo Nannetti

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

Che cos’è la “zone of denial”? Abbiamo visto come minacciare o pubblicizzare n maniera eclatante un attacco militare e i suoi effetti provochino nel bersaglio il desiderio di rivincita pubblica così da salvare la faccia. Creare invece una “zone of denial” significa offrire all’avversario bersaglio dell’attacco la possibilità di dire “non è successo niente” o anche “non mi hai fatto niente”. Infatti, se non pubblicizzo l’attacco, chi lo riceve può far credere alla propria opinione pubblica interna di non aver subito danni, o di aver respinto l’attacco. Soprattutto in caso di regimi autoritari, dove i controlli indipendenti sono difficili o vietati, può essere più facile negare che l’attacco ci sia stato o abbia avuto alcun effetto. Questo consente di salvare la faccia e non doversi impegnare in rappresaglie magari difficili da eseguire o, anche peggio, foriere di una indesiderata escalation. Per chi ha attaccato i risultati rimangono validi (ad esempio l’aver distrutto il bersaglio) e l’avversario generalmente sa chi è stato ad attaccare (cosa che crea comunque un effetto di deterrenza) ma la dinamica evita l’escalation. Uno degli esempi più famosi di tale sistema è stata l’Operazione Orchard con la quale Israele ha distrutto un reattore nucleare siriano in costruzione e ha in questo modo evitato la rappresaglia avversaria. [/box]

Foto di copertina: missile Tomahawk lanciato da sottomarino britannico, con attribuzione Photo: POA(Phot) Paul Punter/MOD rilasciata tramite Open Government Licence v1.0

Print Friendly, PDF & Email
Lorenzo Nannetti

Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.