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Le voci sulla possibile costruzione di una base militare cinese a Vanuatu hanno innervosito parecchio Australia e Nuova Zelanda, scatenando violente polemiche sulla crescente assertività di Pechino nell’Oceano Pacifico. Nel frattempo Canberra e Wellington devono anche affrontare lo spinoso problema delle presunte interferenze cinesi nella loro vita politica interna. 

IL NODO DELLA DISCORDIA

Come può il micro-Stato dell’arcipelago delle Vanuatu, abitato da poco più di 280mila persone e conosciuto per i suoi meravigliosi paesaggi vulcanici, guadagnare la ribalta mediatica internazionale? Tutto è partito il 9 aprile scorso, quando la compagnia editoriale australiana Fairfax Media rese nota la notizia di un possibile accordo tra la Cina e l’arcipelago per la costruzione di una base militare permanente nel piccolo gruppo di isole del Pacifico meridionale. Si tratterebbe, in linea teorica, della seconda base militare cinese all’estero dopo quella di Gibuti. Tuttavia, l’Ufficio del Primo Ministro delle Vanuatu ha prontamente smentito il contenuto dell’articolo, bollandolo come pura “speculazione” e dal chiaro intento “malizioso”. La piccola nazione oceanica si è sempre detta contraria a ospitare basi militari nel proprio territorio, coerentemente con la sua politica di non allineamento.
Il portavoce dell’Ambasciatore cinese a Port Vila ha confermato la non veridicità della notizia, sottolineando che la presenza della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione (EPL) nella Melanesia ha scopi puramente umanitari. Nel porto della capitale, i tecnici militari hanno allestito un ospedale da campo per la popolazione locale e le esercitazioni militari rientrano in un complessivo programma di research and rescue. Durante la Seconda Guerra Mondiale la base militare che sorgeva nell’isola di Espiritu Santu, l’isola più grande della Repubblica delle Vanuatu, fu utilizzata dai militari americani e australiani per le operazioni sul fronte del Pacifico.
Anche da Pechino è arrivata la secca smentita, aggiungendo che i colloqui in corso con Vanuatu riguardano la costruzione di una stazione di lancio di missili spaziali. Un esperto militare cinese, Zhou Chenming, ha infatti dichiarato al South China Morning Post che le caratteristiche morfologiche del territorio delle Vanuatu non consentono di stabilire una base militare permanente. Nelle Vanuatu, Pechino starebbe solo pensando di testare un nuovo modello di missile, il “Long March 9” (o Chángzhēng 9), la cui sperimentazione è tuttora in corso. I primi test sono previsti nei prossimi mesi e dovranno concludersi in tempo per il lancio in orbita di una navetta spaziale cinese, il cui allunaggio è previsto per il 2036. Il Governo cinese ha aumentato a 6 miliardi di dollari il budget destinato al suo programma spaziale.

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Fig. 1 – Incontro tra il Premier di Vanuatu Sato Kilman e il Presidente cinese Xi Jinping nel 2015

L’ “INVASIONE SILENZIOSA”

Il comunicato stampa delle Vanuatu e le dichiarazioni cinesi non sono tuttavia riusciti a placare gli animi nell’emisfero australe. Australia e Nuova Zelanda hanno manifestato le rispettive preoccupazioni alla notizia che la Marina cinese intenda estendere la propria presenza anche al Pacifico meridionale. Ma non è solo la crescente assertività cinese nell’area a preoccupare i due Paesi. Il 7 dicembre dello scorso anno il Governo liberal-conservatore di Malcom Turnbull si fece promotore di un disegno di legge che intende emendare una legge del 1995 contro lo spionaggio, l’influenza e l’interferenza di Paesi stranieri negli affari interni dell’Australia. L’iniziativa dell’esecutivo originò dallo scandalo del Senatore laburista del New South Wales, Sam Dastyari, colpevole di aver ricevuto una donazione di oltre 1600 dollari australiani dal miliardario cinese Huang Xiangmo, molto vicino al Partito Comunista Cinese. A seguito del finanziamento, Dastyari avrebbe assunto una posizione meno intransigente nei confronti del Governo cinese sulla questione delle dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale.
Secondo lo schema previsto dalla proposta, ogni persona o entità legata o che opera per conto di un Governo straniero nel tessuto socio-economico australiano dovrà obbligatoriamente registrarsi presso le autorità federali. A lobby, donatori, ministri, parlamentari e dipendenti federali sarà richiesto la natura e lo scopo dell’attività che si intende portare avanti. Il testo è già in discussione alla Camera dei Rappresentanti e ha suscitato le reazioni polemiche di Pechino, tanto che Turnbull ha recentemente dichiarato che le relazioni con il principale partner commerciale dell’Australia sono ai minimi storici. Il 28,8% delle esportazioni totali australiane (quota che si compone principalmente di materie prime) ha infatti la Cina come principale destinazione.
Antichi dissapori sull’asse Pechino-Canberra risalgono al 2009, quando Stern Hu, responsabile a Shanghai della multinazionale dell’industria estrattiva Rio Tinto, fu arrestato dalla polizia cinese con l’accusa di corruzione e spionaggio industriale. Hu, cittadino australiano, secondo l’accusa avrebbe espressamente richiesto ai propri dipendenti di sottrarre informazioni confidenziali sulla produzione e la vendita dell’acciaio e dell’alluminio nelle fabbriche dislocate in Cina e durante le conferenze organizzate dalla confederazione di settore, la China Iron and Steel Association. Hu si sarebbe servito delle informazioni ottenute per negoziare con le controparti cinesi accordi favorevoli alla Rio Tinto. Sempre secondo la sentenza emessa dal Tribunale del Popolo di Shanghai, l’uomo d’affari di origini cinesi avrebbe intascato mazzette da due imprenditori cinesi del settore minerario (una da un milione di yuan, l’altra dal valore di 300mila dollari americani). Accusa che Hu ha ammesso e per cui sta scontando una pena a dodici anni in un carcere cinese. Tornando a fatti più recenti, pare che il consueto meeting annuale sino-australiano, previsto nei prossimi mesi, rischi di saltare dopo che l’Ufficio immigrazione di Pechino ha negato il visto ad alcuni funzionari del Governo australiano e uomini d’affari che intendevano partecipare al Boao Forum. Il Premier Turnbull si è detto fiducioso e ha confidato che “any misunderstanding” sarà risolto entro poche settimane. Nel dicembre scorso, la Repubblica Popolare decise di annullare un incontro con Frances Adamson, funzionaria del Dipartimento degli Affari Esteri e del Commercio, per protesta contro il National Security Legislation Amendment. La percezione che il Governo cinese stia pian piano interferendo sulla politica e sulla società australiane è diffusa tra intellettuali e accademici. Noto è anche il caso di Clive Hamilton, professore di Etica pubblica alla Charles Sturt University di Canberra, autore di un volume molto controverso – “The Silent Invasion. China’s Influence in Australia” – che è stato pubblicato dopo che tre editori si sono rifiutati per timori di rappresaglie da parte di Pechino.

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Fig. 2 – Visita del Premier australiano Malcolm Turnbull a Pechino nell’aprile 2016

“COME L’ALBANIA”

Se Canberra piange, Wellington non ride. Tornata dal suo viaggio in Cina, la professoressa neozelandese Anna-Marie Brady ha denunciato il furto dalla sua dimora di Canterbury di tre laptop, due smartphone e una scheda di archiviazione sulla quale aveva caricato il suo ultimo lavoro, riguardante l’influenza cinese nelle attività politiche in Nuova Zelanda sotto la presidenza di Xi Jinping. La Brady sta conducendo numerosi lavori sul tema e ha recentemente sostenuto che, fintantoché le relazioni tra Cina e Wellington continueranno a intensificarsi, il suo Paese potrebbe ridursi come l’Albania degli anni Sessanta e Settanta, che dipendeva completamente dagli aiuti economici di Pechino. Ma il caso che di più ha sconvolto la Nuova Zelanda riguarda Yang Jian. Cittadino neozelandese nato in Cina, è deputato di opposizione nelle file del National Party e nel settembre scorso si è sparsa voce tra i media nazionali che fosse una spia al soldo dell’Esercito Popolare di Liberazione. I servizi di intelligence neozelandesi hanno avviato un’indagine per accertare l’esistenza dei legami di Yang con ex membri di un istituto universitario militare in cui aveva insegnato prima di trasferirsi in Nuova Zelanda, nel 1999. L’inchiesta è ancora in corso, ma i documenti finora raccolti non sembrano chiarire la vicenda. Il partito si è schierato dalla sua parte, nonostante Yang non abbia mai nascosto apprezzamenti per il Partito Comunista Cinese. Dopo che la notizia sui contatti cinesi con le Vanuatu è apparsa sui giornali, il Primo Ministro neozelandese, la giovane laburista Jacinda Arden, ha espresso la propria contrarietà alla militarizzazione del Pacifico. Il portavoce del Ministero degli Esteri, Todd McClay, ha chiesto al Governo oceanico di considerare l’impatto strategico che la decisione di costruire la base militare potrebbe avere sulla propria sovranità. “Any form of militarisation in the Pacific would be viewed dimly, of course”, ha aggiunto il portavoce, ricordando al contempo che, proprio nella medesima area dove la Cina intenderebbe palesare la propria presenza strategica, gli Stati Uniti possiedono delle basi militari utilizzate fin dal 1941 per effettuare test scientifici. La Nuova Zelanda intrattiene rapporti di stretta vicinanza e cooperazione con il piccolo Stato della Melanesia, diventato indipendente dalla Gran Bretagna nel 1980. Durante la campagna elettorale del 2017, la Arden avanzò la proposta di restringere la legislazione neozelandese in materia di immigrazione, che andrebbe però a penalizzare soprattutto i cittadini cinesi. Tra il 2007 e il marzo di quest’anno più di 53mila cinesi hanno ottenuto dal Dipartimento per l’Immigrazione l’approvazione del “resident visa“, primi tra le nazionalità che hanno inoltrato una richiesta di autorizzazione a entrare nel Paese. Naisi Chen, candidata non eletta del Partito Laburista, ha preso le difese della Arden, sostenendo che molti studenti cinesi approfittano dei programmi di studio bilaterali come pretesto per ottenere un permesso di lavoro.

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Fig. 3 – La Premier neozelandese Jacinda Arden con Theresa May a Londra, aprile 2018

NUOVO OBIETTIVO NEL PACIFICO

A partire dal 2017, Vanuatu ha siglato una serie di contratti con Pechino che prevedono la costruzione di nuove infrastrutture e ha finalizzato un accordo di cooperazione con l’Hainan Tourism Group nel settore dell’hospitality. Il Paese ha ricevuto investimenti anche dal Giappone, che a Port Vila ha avviato la costruzione di diversi pontili per l’ormeggio delle imbarcazioni. Rory Medcalf, Non Resident Fellow presso il Lowy Institute, si è chiesto quali siano le reali intenzioni della Cina nelle Vanuatu. Costruire una base militare permanente per la propria Marina o ammodernare strutture e infrastrutture esistenti in modo che possano accogliere le periodiche esercitazioni delle navi dell’EPL? Gli arcipelaghi della Melanesia, Micronesia e Polinesia assumono un’importanza strategica per la sicurezza dell’Australia e della Nuova Zelanda. La prospettiva che nel Pacifico meridionale possa presto materializzarsi il prossimo terreno di scontro con la Cina terrorizza Canberra e Wellington, i quali hanno storicamente cercato di definire il proprio cordone di sicurezza attorno alle isole e agli isolotti del Pacifico meridionale. Si stima che entro il 2030 l’Asia sorpasserà Europa e Nordamerica relativamente alla spesa nel settore della difesa. La Cina ha già approvato ingenti investimenti in tecnologia che le permettono ora di applicare l’intelligenza artificiale alla costruzione di equipaggiamento e armi su vasta scala.

Stanti i fatti appena descritti, emergono qui due problemi di diversa natura ma che sono comunque tra di loro collegati. Primo, la debolezza di Australia e Nuova Zelanda a contrastare le attività di agenti stranieri negli affari interni. Il caso di Yang testimonia come abbiano preso piede in Oceania campagne di stampo “maccartista” nei confronti dei cinesi che, se non controllate, potrebbero condurre ad un ulteriore inasprimento delle politiche di immigrazione. Pechino potrebbe per ritorsione bloccare gli investimenti necessari alle economie di Australia e Nuova Zelanda. Secondo, vera o presunta che sia, la notizia della base militare cinese nelle Vanuatu testimonia come la Cina intenda diventare la nuova potenza militare, oltre che economica, del Pacifico, lavorando alla definizione del nuovo ordine del Pacifico senza la cooperazione dei grandi attori regionali. Gli Stati Uniti rimangono, dunque, alla finestra.

Raimondo Neironi

[box type=”shadow” align=”” class=”” width=””]Un chicco in più  

Nel maggio 1980 due catamarani della Marina Reale australiana, HMAS Jervis Bay e HMAS Vampire, avvistarono nell’atmosfera un razzo successivamente inabissatosi a largo dell’arcipelago delle Vanuatu. Si trattava di un test balistico effettuato dalla Marina cinese per testare un nuovo missile intercontinentale, che avrebbe potuto colpire obiettivi strategici situati nella costa occidentale degli Stati Uniti. I cinesi informarono per tempo le autorità australiane che subito dopo il lancio avrebbero provveduto a raggiungere la zona d’impatto per recuperarne i resti. Questo evento, assai marginale nel contesto della Seconda Guerra Fredda, risulta significativo in quanto fu la più lunga spedizione oltre confine della Marina cinese mai autorizzata dalla Repubblica Popolare.[/box]

 

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