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Sebbene sia fuori dal mega-progetto cinese One Belt One Road (OBOR), il Brasile è privilegiato in quella che Ngaire Woods ha definito la “rivoluzione silenziosa” della Cina in America Latina, e che proprio nel più grande paese sudamericano diventa sempre più rumorosa. 

PERCHE’ LA RIVOLUZIONE SILENZIOSA: LA QUESTIONE ALIMENTARE E ENERGETICA IN CINA 

Un miliardo e trecento settantanove milioni; sono questi i dati demografici cinesi, destinati a crescere ancora per qualche anno. Numeri impressionanti, che richiedono fondamentali piani economici e commerciali che garantiscano un futuro alimentare al gigante asiatico. Questo, dopo aver favorito la crescita di una nuova classe media interna, deve affrontare le sue nuove abitudini alimentari “occidentali”. Se si aggiungono l’utilizzo indiscriminato di territori coltivabili per creare infrastrutture o interi centri urbani e il cattivo sfruttamento del terreno, stremato dall’uso frenetico di fertilizzanti e sostanze chimiche e dall’inevitabile inquinamento scaturito da una crescita industriale imponente, si ottiene il grande problema della questione alimentare cinese. L’emergenza agricola e la consapevolezza del consumatore medio (dopo gli scandali degli ultimi anni, la sicurezza alimentare è diventata una priorità) hanno spinto il governo cinese a trovare nuove strategie economiche e tecnologiche.
A questa necessità alimentare, si affianca il bisogno energetico di uno Stato enormemente trasformato ma ancora in via di sviluppo. Industrie e avanzamento militare richiedono risorse minerarie e petrolio, di cui la Cina non dispone in quantità tali da poter soddisfare le richieste del suo gigantesco mercato interno e del costante avanzamento di cui è protagonista. Di queste risorse alimentari, minerarie ed energetiche, è ricco il Brasile. Così, mentre la domanda di beni (soprattutto di quelli alimentari) aumenta costantemente, la Cina ha bisogno di trovare uno spazio in cui si formi un’offerta che regga i suoi ritmi. Questo spazio deve avere specifici criteri tecnologici e infrastrutturali, per questo la Cina investe massicciamente in Brasile. Il fondamento della “rivoluzione silenziosa” sta qui.

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Fig.1 – Un drone getta pesticidi su un campo agricolo cinese. 

RIVOLUZIONE SILENZIOSA O DO UT DES? 

Se la Cina ha bisogno di risorse, il Brasile deve risollevare l’economia attraendo i capitali e gli investimenti stranieri. La base della fortissima intesa tra Brasile e Cina si trova nell’accordo sulla partnership strategica del 1993, che ha dato il via a un progressivo cammino che ha portato miliardi d’investimenti a Brasilia e milioni di tonnellate di materiali e beni agricoli a Pechino. È anche su questa intesa che si è basata la crescita economica brasiliana dell’era Lula, che ne ha approfittato per “staccare” il Paese dalla dipendenza statunitense e diversificare gli sbocchi della propria economia. Tuttavia, il Brasile ha creato una nuova dipendenza economica che avuto un ruolo rilevante nel crollo dell’economia brasiliana degli ultimi anni. Quando, infatti, Pechino ha rallentato i suoi ritmi di crescita portandoli sotto le due cifre, vi è stata una ripercussione in tutte quelle economie che sull’import cinese avevano costruito una fortuna e che hanno vissuto simultaneamente il crollo del prezzo delle materie prime energetiche. L’errore brasiliano, in tutto questo, è stato quello di scommettere tutto sull’export cinese e non essere capace di sviluppare un mercato alternativo, che fosse di natura esterna o interna. Oltre a, ovviamente, non aver saputo trovare un antidoto efficace al virus della corruzione dilagante.
Dunque, sugli strascichi della terribile crisi politica e istituzionale che ha provocato la caduta del governo di Dilma Roussef e la condanna per corruzione dell’ex-presidente Lula, e sullo slancio di una piccola ripresa economica sotto il governo Temer, l’intesa con la Cina rappresenta la maggiore opportunità di rinascita economica per il Brasile.

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Fig. 2 – Temer, Xi Jinping e Peng Liyuan, moglie del presidente cinese, al Summit BRICS del 2017.

CINA E BRASILE, GEOECONOMIA E GEOPOLITICA

È un’occasione imperdibile per la dirigenza cinese, che già nel 2015 aveva annunciato la volontà di duplicare i numeri del commercio tra i due Paesi portandolo ai 500 miliardi di dollari, e di investire altri 250 miliardi entro il 2020. Il 2017 ha fatto registrare investimenti per 20 miliardi di dollari, mentre nel corso del 2018 il Brasile condurrà ben 72 aste pubbliche con la certezza di assistere ad una massiccia partecipazione delle compagnie cinesi. Il gigante asiatico si muove nei più diversi settori brasiliani, dal settore elettrico a quello agricolo, passando per le infrastrutture (ferrovie, strade, autostrade, porti) e la logistica, e senza dimenticare il settore minerario ed energetico (con attenzione alle energie rinnovabili).
È di marzo la notizia che vede protagonisti lo stato del Maranhão e la città di São Luís, situati sulla costa nord del Brasile, e la China Communications Construction Company (CCCC), la più grande impresa di costruzioni cinese. I cinesi investono nella costruzione di un porto privato, che sorgerà non lontano dal porto pubblico di Itaqui. Nelle intenzioni cinesi, il nuovo porto si dedicherà principalmente al trasporto del grano, e duplicherà il movimento di 19 milioni di tonnellate del porto di Itaqui. La CCCC guarda con interesse anche alle linee ferroviarie del Paese, e ha in mente di progettare infrastrutture moderne che permettano ai beni destinati a Pechino di circolare molto più rapidamente sul territorio brasiliano, unendo le zone in cui, strategicamente, si sono insediati gli interessi cinesi. I cinesi stanno poi monitorando attentamente la situazione del super porto di Açu, vicino a Rio de Janeiro e in gran parte in mano alla statunitense EIG Global Energy Partners, soprannominato “l’autostrada per la Cina”. Questa mega-infrastruttura non solo ha fornito negli anni milioni di tonnellate di minerali alla Cina, ma viene anche usato come base logistica per le scoperte petrolifere nell’Atlantico brasiliano. Ovviamente, le compagnie petrolifere cinesi Sinopec e Cnooc guardano con grandissimo interesse alle sorti dell’infrastruttura, che è in fase di ulteriore espansione ed in cerca di nuovi investimenti. Insomma, il Brasile non farà parte dell’OBOR, ma il modus operandi cinese è sempre lo stesso: costruire per creare commerci moderni, rapidi e sicuri per le necessità cinesi.

Le mosse cinesi hanno anche un chiaro sviluppo geopolitico. L’America Latina e la regione caraibica sono dei territori fondamentali nel goban cinese, e il Brasile è il gigante che Pechino deve tenersi stretto per accrescere la sua influenza sulla regione. I tre obiettivi che nel 2008 sono stati indicati nel piano strategico cinese per la regione sono stati portati a compimento in Brasile. La volontà politica di essere all-weather friends (amici per tutte le stagioni, con o senza crisi) è stata rispettata dalla Cina durante la crisi politico-istituzionale del Brasile e tutto fa pensare che questa posizione non sarà modificata dopo le elezioni di ottobre 2018. Ciò non è accaduto con il Venezuela; dopo un prolungato flirt (dovuto più alla necessità di  Maduro di agganciarsi ad una valuta alternativa al dollaro) Pechino se ne è mano a mano allontanata, temendo un’implosione sociale.
La cooperazione economica ha resistito al rallentamento cinese e al crollo dell’economia brasiliana e conosce un rinnovato slancio. Infine, sebbene si tratti di culture diversissime tra loro, e l’impostazione politica fosse molto più simile durante il periodo Lula-Roussef, Brasile e Cina parlano la stessa lingua in molti temi fondamentali, e si muovono nella stessa direzione nelle relazioni Sud-Sud.

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Fig.3 – Un incontro tra i ministri degli esteri brasiliano e cinese, nel 2017.

“LA RIVOLUZIONE SILENZIOSA”: IL SOFT POWER CINESE IN AMERICA LATINA 

Nel 2008, Ngaire Woods scriveva nell’articolo “Whose aid? Whose influence? China, emerging donors and the silent revolution in development assistance”, pubblicato su International Affairs, che quella della Cina in America Latina è una rivoluzione silenziosa, fatta di aiuti “alternativi”, cioè non provenienti dai grandi donatori occidentali (tra tutti, gli Stati Uniti), ai Paesi in via di sviluppo. Questo, soprattutto sul lungo termine, avrebbe scardinato il sistema di soft power degli Stati Uniti nella regione, che si sarebbe progressivamente spostata verso la Cina. Oggi, in Brasile questa rivoluzione ha alzato notevolmente il volume. Gli scambi, la cooperazione e l’interdipendenza dei due grandi Paesi sono diventati talmente importanti che sarebbe impossibile pensare un Brasile senza Cina od una Cina senza Brasile, per il semplice fatto che uno sembra avere la soluzione dei problemi dell’altro.

Elena Poddighe

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più – Il soft power, traducibile come “potere morbido”, descrive un’esercitazione alternativa del potere internazionale. Una forza di attrazione, che si basa su risorse intangibili, insita in quegli Stati le cui norme istituzionali, culturali e politiche sono riconosciute come punti di riferimento a livello internazionale. Chi detiene il soft power possiede l’agenda globale, conduce il dibattito internazionale e guida la politica mondiale. [/box]

Foto di copertina di Michel Temer – Fotos livres, com o crédito. Licenza: Attribution License

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Elena Poddighe

Nata a Sassari nel 1993, ho diviso il mio percorso universitario tra l’Italia, la Francia e il Belgio. Sono laureata in Scienze Politiche, indirizzo Relazioni Internazionali, e specializzata in Relazioni Internazionali, indirizzo Diplomazia e Risoluzione dei Conflitti. Studio con particolare attenzione il continente americano, da Nord a Sud, ma seguo l’ordine di un caro professore: “Tutto ciò che succede nel mondo vi deve interessare!” Dopo l’esperienza Erasmus ho preso sul serio l’idea che tutto il territorio europeo potesse essere casa mia, così mi sposto costantemente da un punto all’altro, scoprendo pregi e difetti di questa nostra bellissima Europa. Non so preparare il caffè e non lo bevo, ma so cucinare e soprattutto mangiare le lasagne!