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Come mai il nostro Paese non è stato colpito recentemente da attentati terroristici? E soprattutto, siamo davvero in un’oasi protetta o dovremmo cominciare a preoccuparci? Facciamo il punto della situazione e inquadriamo il terrorismo jihadista da un’ottica tutta italiana. 

In anni più recenti, l’Italia è rimasta una felice eccezione tra i Paesi colpiti dagli attacchi terroristici d’ispirazione jihadista. Nonostante il nostro Paese possa rappresentare un target simbolico per i jihadisti, che spesso hanno menzionato Roma come luogo di possibile attentato in quanto icona di cristianesimo e civilizzazione occidentale, dall’11 settembre 2001 ad oggi l’Italia è rimasta al riparo dagli attacchi che hanno colpito un gran numero di altri Paesi europei, quali Francia, Belgio, Germania, Gran Bretagna, Spagna, Svezia, etc. Le ragioni sono molteplici e tutte ugualmente importanti per capire il fenomeno.

In primo luogo, vi sono una serie di ragioni storiche a livello di politica interna che hanno contribuito a mantenere il pericolo sotto controllo. L’Italia possiede infatti un apparato d’intelligence molto efficiente e ben allenato a combattere il terrorismo. Dagli anni di piombo ad oggi i servizi segreti italiani hanno affrontato diversi tipi di terrorismo domestico, primo tra tutti quello delle Brigate Rosse che, in quanto organizzazione terroristica di estrema sinistra più pericolosa nell’Europa del dopoguerra, ha contribuito in maniera decisiva a modellare il nostro approccio per contrastare il terrorismo. Anche altri gruppi hanno però favorito lo sviluppo di un sofisticato sistema di intelligence: dagli anni ’80 le mafie, i gruppi anarchici e i neofascisti hanno intensificato gli sforzi dell’apparato di sicurezza incoraggiando una robusta coordinazione operativa. Tra gli strumenti nelle mani dell’intelligence vi sono ampi poteri per condurre operazioni di sorveglianza preventiva, attività sotto copertura ed espulsioni di sospetti terroristi in caso di mancanza di prove per la persecuzione legale (Legge anti-terrorismo del 2005 e del 2015), che hanno permesso fino ad oggi di evitare la formazione di cellule jihadiste ben strutturate in suolo italiano. Un esempio di quanto detto è il raro caso dello sventato attentato a Venezia del 2017, evitato grazie alle intercettazioni.

Foto presa dal canale Telegram “Ansar al Khilafa fi Italia”.

Altra causa è poi da ricercare tra i fattori sociali: l’immigrazione proveniente dai Paesi arabi è un fenomeno piuttosto recente per l’Italia rispetto a Paesi come la Francia e il Regno Unito che ne hanno invece ricevuta in dose massiccia a partire da metà del ‘900. Mentre quindi in questi Paesi sono presenti un maggior numero di seconde e terze generazioni di immigrazione, in genere più tendenti alla radicalizzazione per mancanza di integrazione, in Italia l’immigrazione è prevalentemente ancora di prima generazione e conseguentemente il livello di estremismo è inferiore.

Infine, anche il terrorismo “all’italiana” ha un ruolo diverso nel panorama internazionale. I terroristi che operano in suolo italiano si occupano principalmente di logistica, come ad esempio fornire aiuto ad altri nel reperire i documenti necessari per entrare e uscire dal Paese ed organizzare viaggi e trasporti, oppure di proselitismo e radicalizzazione. Ovvero mentre non sono presenti ancora molte cellule jihadiste ben strutturate in territorio italiano, sono invece molto attivi i canali di propaganda che mirano ad espandere il supporto al terrorismo islamico. Il Caffè Geopolitico ha più volte parlato dell’uso dei canali Telegram e le pagine web da parte dei terroristi.

Foto presa dal canale Telegram “Ansar al Khilafa fi Italia”.

Internet è infatti uno strumento molto utilizzato per rafforzare sia il processo di radicalizzazione che la comunicazione interna ed esterna dei terroristi. L’uso della tecnologia a fine terroristico avviene tanto tramite social media e applicazioni di chat per distribuire materiale propagandistico e comunicare, quanto nel deep web tramite forum anonimi utili all’indottrinamento e alla coordinazione interna. Il web svolge insomma una funzione essenziale nel processo che porta all’estremismo come “agente rinforzante ed accelerante” permettendo di superare barriere fisiche e temporali e raggiungere un maggior numero di individui.

L’ampio uso di Internet e l’aumento dell’estremismo grazie ad esso sta allora portando a un panorama nuovo e inesplorato del terrorismo globale, riuscendo ad ispirare sempre più persone senza la necessità di un’organizzazione solida alle spalle come era stato per gli attentati di Parigi, Bruxelles e Berlino. Ecco perché allora anche per l’Italia questo potrebbe segnare un giro di boa. Il fenomeno del lone-wolf (lupo solitario), che si radicalizza tramite Internet e compie attentati di propria spontanea volontà, è in aumento e potrebbe toccare anche il nostro Paese. Se fino a poco tempo fa gli attentati terroristici erano da ricollegare principalmente a cellule ben organizzate, in cui era previsto una fase di addestramento, del tempo per coordinare gli attacchi e un cospicuo dispendio di denaro, i lone-wolves di oggi sono di ispirazione remota e non entrano necessariamente in contatto con delle organizzazioni terroristiche, usando piuttosto Internet per addestrarsi online.

Di fronte all’incognita che si apre sul futuro della guerra al terrorismo, non resta allora altro che interrogarsi su quali siano le forme più efficaci per contrastarlo. Anche aumentando le misure di sicurezza e innalzando il livello di guardia, prevedere attacchi da parte di lupi solitari diventa molto più complicato rispetto alle intercettazioni di cellule organizzate e pone in discussione molti dei fattori che fino ad oggi hanno tenuto l’Italia al riparo. Diventa allora urgente insistere sulle più lente misure di prevenzione dell’estremismo e della radicalizzazione che andrebbero ad affiancare alle misure di sicurezza. Dato che la radicalizzazione è un fenomeno sociale, ricercare le cause che spingono al terrorismo è assolutamente essenziale per dare vita a policies efficaci e di larga veduta. Fomentare il dialogo inter-religioso e multiculturale, favorire l’integrazione sociale e culturale degli immigrati e promuovere un’educazione tollerante sono misure non solo importanti, ma assolutamente essenziali se vogliamo assicurarci di controllare l’incubazione della propaganda jihadista nella mente degli individui a rischio radicalizzazione.

Silvia Semenzin

Un chicco in più

È di pochi giorni fa la notizia dell’arresto di un sedicenne marocchino pronto ad entrare in azione nella scuola che frequentava. Sarebbe stato intercettato su Telegram mentre chiedeva informazioni sull’uso della cintura esplosiva. Ciò confermerebbe la teoria del lupo solitario e della radicalizzazione tramite Internet.  

Foto di copertina di Abode of Chaos Licenza: Attribution License

Redazione

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