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Il 21 Marzo 44 Stati africani hanno firmato l’accordo del Continental Free Trade Area per la creazione di una vasta area di libero scambio che mira non soltanto all’abbattimento delle barriere tariffarie, ma alla creazione di una regolamentazione sui commerci condivisa che consenta all’Africa di fare un passo avanti verso l’integrazione economica del continente.

LE BASI DELL’ACCORDO

Lo scorso 21 Marzo i leader degli Stati appartenenti all’Unione Africana si sono riuniti a Kigali, Rwanda, per firmare il Continental Free Trade Area, l’accordo che abbatte le barriere tariffarie tra 44 dei 55 Paesi africani e costituisce un primo grande passo verso il rafforzamento e l’integrazione del commercio intra-continentale. Nonostante il forte entusiasmo che ha accompagnato la sigla del trattato, due sono i grandi assenti che potrebbero ridimensionare in modo considerevole i potenziali guadagni futuri derivanti dall’accordo. Nigeria e Sud Africa, rispettivamente le due economie più grandidel continente, si sono per ora chiamati fuori all’ultimo minuto, dichiarando che l’eliminazione delle tariffe sulle importazioni potrebbe costituire “un rischio per la sopravvivenza della produzione nazionale”. Tuttavia, Chiedu Osakwe, il capo negoziatore della Nigeria, confida che il proprio Paese entrerà presto a far parte dell’accordo in quanto si stima che proprio le economie più sviluppate trarranno più benefici visto il  maggiore sviluppo del loro settore manifatturiero rispetto agli altri Paesi. Il commercio africano vive infatti una dualità nella tipologia di prodotti destinati alla propria bilancia commerciale: i prodotti agricoli sono prevalentemente destinati alle esportazioni fuori dal continente mentre quelli manifatturieri, a più alto valore aggiunto, sono prevalenti nel commercio intra-continentale. Lo scopo principale del CFTA è cercare di aumentare i flussi commerciali tra Stati africani dato che finora la percentuale si attesta soltanto al 16% circa, notevolmente più basso rispetto ad altri blocchi commerciali internazionali come ad esempio l’Europa che commercia internamente circa il 68% dei propri prodotti o il Nord America il 50% circa.

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Fig.1: I capi del governo degli Stati africani riuniti a Kigali per firmare il Continental Free Trade Area

I TRATTATI PREESISTENTI

Nonostante il basso livello di commerci tra Stati africani, il CFTA poggia le sue basi su accordi preesistenti che dividono il continente in diversi blocchi commerciali. In particolare, sono 4 i principali Regional Trade Agreement (Accordi Commerciali Regionali) che hanno regolato gli scambi a partire dalla fine degli anni ’90 circa. L’ECOWAS (Economic Community of West African States), unisce 15 Paesi della parte nord-occidentale dell’Africa e, data la sua lunga storia che ha visto l’inizio delle trattative nel 1945, l’accordo è riuscito a raggiungere ulteriori step di integrazione funzionando non solo come area di libero scambio delle merci, ma anche garantendo la mobilità delle persone e dei capitali. Gli altri blocchi commerciali coprono la fascia più orientale del continente, da nord a sud, e sono rispettivamente COMESA (Common Market for Eastern and Southern Africa), l’EAC (East African Community) e il SADC (Southern African Development Community). Ognuno dei blocchi commerciali comprende Paesi molto eterogenei tra loro, non solo a livello politico ma anche economico: alcuni Stati sono specializzati nella coltivazione di materie prime come cereali e frumento, altri basano le loro economie sull’industria estrattiva di minerali e diamanti, mentre altri ancora hanno un settore manifatturiero più avanzato o si sono specializzati nel settore dei trasporti dato il loro posizionamento geografico strategico (si pensi al Gibuti che con il suo aeroporto rappresenta un punto di scalo importante nelle rotte intercontinentali). Sebbene i diversi accordi commerciali esistenti presentino delle diversità in termini di integrazione economica raggiunta, nel 2015 i rappresentanti di COMESA, SADC e EAC si sono riuniti per discutere di una potenziale aggregazione dei blocchi attuali pensata per formare la cosiddetta Tripartite Free Trade Area, volta ad unire sotto un unico trattato 26 Paesi del Continente. L’accordo avrebbe dovuto costituire il primo step di integrazione che sarebbe successivamente sfociato nel CFTA, il grande accordo continentale che avrebbe unito la maggior parte dell’Africa sotto un’unica regolamentazione commerciale. Tuttavia, le trattative non hanno seguito un processo lineare: la mancanza di chiarezza circa le materie da trattare ha lasciato il trattato incompiuto e si è quindi passati alla diretta realizzazione dell’accordo continentale.

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Fig.2: African Union Summit

I POTENZIALI BENEFICI DELL’ACCORDO

Ma quali saranno i potenziali effetti del nuovo trattato? Secondo uno studio condotto dall’UNCTAD (United Nations Conference on Trade and Development), l’eliminazione dei dazi sulle importazioni porterà a una mancata entrata di 4.1 miliardi di dollari per i Paesi africani. E’ certamente questo uno dei motivi che preoccupa e rende scettici circa la firma dell’accordo gli Stati manifatturieri come Nigeria e Sud Africa, che esportano i loro prodotti negli altri Paesi più deboli sotto il profilo industriale e che avranno bisogno di più tempo per far avanzare le proprie economie in tale traiettoria. Tuttavia, è necessario considerare che le perdite di breve termine saranno più che compensate nel lungo periodo se si guarda al welfare. Infatti, le analisi parlano di un aumento dei commerci regionali di circa 1/3, con un conseguente incremento del PIL aggregato africano dell’1% nel tempo, pari a circa 16.1 miliardi di dollari. Perciò i Paesi già specializzati nel settore manifatturiero potrebbero beneficiare in misura maggiore dall’accordo perché avrebbero un vantaggio sugli altri Stati che ancora invece hanno economie più deboli, basate soltanto su agricoltura ed estrazione di materie prime. Inoltre, si verrebbero così a creare nuovi scambi commerciali tra Paesi che prima non commerciavano vista la loro appartenenza a diversi Accordi Regionali (ad esempio l’Egitto, appartenente all’area COMESA, potrà incrementare i suoi scambi con Paesi dell’Africa Meridionale Africa come Namibia e Botswana, appartenenti al SADC). Se da un lato quindi sono numerosi i potenziali benefici di cui potrebbero godere gli Stati Africani nel lungo termine, dall’altro però il CFTA deve mirare a creare una regolamentazione trasparente che vada oltre all’abbattimento delle barriere tariffarie. Infatti, una delle cause di mancato commercio intra-continentale è la forte frammentazione riguardo alle leggi vigenti negli Stati in materia di vendita e commercio dei prodotti e dei loro standard qualitativi. Un’altra questione spinosa da trattare riguarda invece lo stato delle infrastrutture del Paese. La rete dei trasporti è ad oggi ad un livello fortemente arretrato, dati i pochi investimenti e gli ostacoli di natura geologica che caratterizzano il continente. Perciò è essenziale che i leader riescano a creare consenso intorno a questo argomento, perché un piano di miglioramento e di creazione delle infrastrutture sarebbe di certo un punto di svolta cruciale per lo sviluppo dell’Africa. Sono ancora tanti i passi da fare, ma di certo il Continental Free Trade Area è il segno che l’Africa vuole conquistare il suo posto negli scenari globali futuri.

Chiara Bellucci

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

L’abbattimento delle barriere tariffarie può portare al cosiddetto fenomeno della diversione degli scambi commerciali. Infatti, un Paese che importa prodotti da un altro Paese con cui ha un accordo commerciale paga zero dazi; tuttavia potrebbe importare le merci da uno Stato che è più efficiente nella produzione e che riuscirebbe ad esportare le proprie merci a prezzi minori. La presenza delle barriere tariffarie impedisce al Paese più efficiente di esportare i prodotti perché i prezzi sono maggiorati dalla presenza del dazio. Perciò l’abbattimento delle tariffe sulle importazioni consentirà di creare una condizione di parità tra gli Stati facenti parte dell’accordo, creando così una diversione dei flussi commerciali rispetto alla situazione precedente.

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Foto di copertina: Wonderlane

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Chiara Bellucci

Nata nel 1993 in un tranquillo paese tra i colli marchigiani, dopo essermi dedicata agli studi classici, ho cambiato nettamente rotta virando sulle scienze economiche. Ho ottenuto una laurea triennale presso l’Università Luigi Bocconi in Economia e Scienze Sociali e ho poi proseguito la mia avventura alla Barcelona Graduate School of Economics conseguendo un MSc in International Trade, Finance and Development. Mi sono sempre più appassionata ai temi dell’economia internazionale, della macroeconomia e della politica monetaria, che mi hanno spinto a collaborare con il Caffè Geopolitico. Mentre inseguo il mio sogno di diventare una ricercatrice economica, non mi dimentico mai di ritagliare ogni giorno un po’ di tempo da dedicare alle persone che amo e alla lettura dei grandi classici, una mia grande passione, magari gustando un buon caffè!