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Mantenere l’integrità territoriale e la sovranità della Siria, neutralizzare la minaccia jihadista, soffocare le spinte separatiste foraggiate dall’estero. Sono questi gli obiettivi fissati da Recep Tayyip Erdogan, Vladimir Putin e Hassan Rouhani il 4 aprile ad Ankara al termine dell’atteso vertice sulla Siria.

Un summit che ha cementato l’alleanza – comunque non priva di attriti – tra Turchia, Russia e Iran sancita ad Astana a inizio 2017, relegando ancor di più in un cono d’ombra Stati Uniti ed Europa.

Nonostante l’influenza sempre più dominante in Siria, per Erdogan, Putin e Rouhani tradurre in azioni concrete la road map tracciata ad Ankara non sarà però affatto semplice. Ognuno dei tre attori persegue infatti degli interessi specifici che sono inevitabilmente destinati a scontrarsi.

GLI OBIETTIVI DI RUSSIA, TURCHIA E IRAN

Nell’immediato chi esce ancor più rafforzato dal vertice turco è Putin, che con pragmatismo ha approfittato della trasferta ad Ankara per annunciare l’anticipo al luglio 2019 della consegna dei sistemi missilistici S-400 alla Turchia e per assistere alla posa della prima pietra della prima centrale nucleare turca ad Akkuyu, nella provincia meridionale di Mersin, dove a prendere la commessa (pari a 20 miliardi di dollari) è stata la russa Rosatom.

Da padrone di casa, Erdogan non ha perso l’occasione per gonfiare il petto di fronte al suo popolo avvertendo che la Turchia si scaglierà contro chiunque proverà a ostacolare il suo piano di bonificare il nord della Siria dalla presenza delle milizie curde. Il suo è stato un chiaro messaggio rivolto agli Stati Uniti che nell’area di Manbij, prossimo obiettivo dell’operazione turca “Ramoscello d’Ulivo” schierano circa 2.000 effettivi al fianco delle SDF (Forze Democratiche Siriane), al cui interno è in prima fila la formazione YPG (Unità di Protezione del Popolo) che Ankara considera organizzazione terroristica al pari del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan). Ma le orecchie saranno fischiate anche al presidente francese Emmanuel Macron, il quale a fine marzo aveva avuto l’“ardire” di sostenere pubblicamente i curdi siriani.

Anche l’Iran ha fatto sentire la sua voce. Rouhani ha accusato Stati Uniti e Israele, colpevoli a suo dire di aver «cercato di rovesciare il governo (siriano, ndr)» per «diffondere il caos» e portare alla «frammentazione della Siria». «Alcune potenze mondiali come l’America – ha dichiarato Rouhani – preferirebbero sostenere gruppi terroristici come Daesh e Nusra pur di sopravvivere nella regione più a lungo e servire i loro interessi».

Dichiarazioni incendiarie che, sommate a quelle di Erdogan nei confronti di chiunque provi ad andargli contro (ne sa qualcosa l’Italia in riferimento alla nave dell’ENI costretta ad abbandonare le acque cipriote dalla marina turca), assegnano a Putin il difficile compito di mediatore rispetto a controparti – gli USA, Israele e l’Arabia Saudita – con cui i protagonisti del vertice di Ankara presto dovranno fare i conti.

I PUNTI DI FRIZIONE

Ancor prima che concordare una linea comune da adottare per confrontarsi con le controparti che operano in Siria, Turchia, Russia e Iran dovranno necessariamente trovare una quadra tra loro. Alla distanza, infatti, non tutti e tre gli attori potranno mantenere la stessa posizione che difendono allo stato attuale.

Ankara, come detto, punta a mettere in sicurezza i territori settentrionali della Siria che confinano con il sud della Turchia (900 chilometri di confine) e per farlo si sta continuando a servire tanto dei ribelli anti-Assad quanto, seppur non ufficialmente, di formazioni estremiste islamiste a cui sta garantendo un salvacondotto verso il governatorato di Idlib.

L’Iran sostiene a spada tratta Assad e, d’intesa con gli Hezbollah libanesi, punta a tenere sotto pressione da vicino Israele.

La Russia coopera con Teheran per mantenere Assad al potere e, soprattutto, per blindare quanto ha già ottenuto finora (vale a dire le basi aeree e navali sulle sponde del Mediterraneo) e avere l’ultima parola sulla futura assegnazione dei contratti energetici da parte di Damasco (non a caso non indietreggia di un passo nel governatorato di Deir Ezzor, al confine con l’Iraq, dove schiera soprattutto mercenari per equilibrare la presenza di milizie curde sostenute dagli USA).

Il compito di fare sintesi – e far sì che regga il fragile patto di non belligeranza tra Ankara e Teheran – spetta alla Russia che in Siria sta giocando un’altra importante partita, vale a dire attrarre sempre di più nella sua sfera di influenza la Turchia allontanandola da quella degli Stati Uniti e della NATO.

OCCHI PUNTATI SU MANBIJ

Da Ankara i riflettori si spostano adesso sulla città centro-settentrionale siriana di Manbij, dove pesa non soltanto l’ultimatum lanciato dai turchi nei confronti dei curdi ma anche le ultime dichiarazioni contrastanti di Donald Trump. Il presidente americano ha detto che è ora che «siano altri a occuparsi della Siria». Ciò però creerebbe un vuoto di potere che verrebbe immediatamente colmato dalla Russia, dall’Iran e dalla Turchia, e gli USA almeno nel breve periodo non possono accettare uno scenario del genere anche per via degli accordi in chiave anti-sciita stretti con Israele e Arabia Saudita.

«Nonostante le indicazioni di un disimpegno americano – scrive su Il Manifesto il giornalistaAlberto Negri, esperto di questioni mediorientali – in realtà il Medio Oriente allargato resterà nel mirino Usa: la partita è strategica ma anche economica, dalle rotte del gas nel Mediterraneo orientale alle nuove “vie della Seta”, ferroviarie, autostradali, marittime e portuali, in mano agli investimenti cinesi. Da queste parti forse non sarà più America First, ma Israel First, come del resto è sempre apparsa la politica americana pesantemente condizionata dalla lobby filo-ebraica e dall’inimicizia con l’Iran».

Se gli USA proveranno dunque quantomeno a temporeggiare e a trattare con la Russia una loro eventuale uscita dal conflitto siriano, chi invece sembra destinato a subire un’altra cocente sconfitta sono i curdi. Dopo il tradimento subito dai russi ad Afrin, a Manbij presto le milizie dell’YPG potrebbero infatti vedere voltarsi le spalle anche dagli alleati americani. Il che significherebbe per loro vedere definitivamente tramontato il progetto del Rojava, vale a dire fare uno Stato autonomo dell’area controllata nel nord della Siria.

Rocco Bellantone – Oltrefrontiera

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