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In 3 sorsi – La presidenza Trump è in continua metamorfosi. In questo breve articolo ci soffermeremo sulle vicende che hanno condotto all’allontanamento di H. R. McMaster dal National Security Council, solo per lasciare il posto ad uno dei più determinati e ostinati “falchi” degli Stati Uniti: John Bolton.

1. MCMASTER OUT, BOLTON IN

Il Generale Herbert R. McMaster era subentrato al Generale Mike Flynn come Consigliere per la sicurezza nazionale dopo che quest’ultimo era stato costretto alle dimissioni sull’onda del presunto scandalo del Russiagate, nel febbraio 2017. Già da allora, tuttavia, la sua “poltrona” mostrava i primi segni di cedimento. Non è improbabile presumere, del resto, che l’approccio moderato del Generale non fosse troppo gradito al Presidente: i due si erano scontrati più di una volta, e pare che solo dopo qualche mese Trump avesse già valutato se allontanarlo o meno, d’accordo con il suo Capo dello Staff, il generale Kelly – non essendo McMaster gradito neppure a quest’ultimo. Alla fine, tuttavia, i due non avevano concluso nulla, visto che l’alternativa di Trump, che già pensava a John Bolton, incontrava la ferma opposizione di Kelly. Il Chief of staff si era definitivamente convinto a cacciare McMaster dando luce verde alla nomina di Bolton solo dopo parecchi mesi, ovvero quando gli scontri con il suo collega – e tra quest’ultimo ed il Presidente – si erano fatti decisamente insostenibili: a titolo di esempio, agli inizi del 2018, dopo che il Dipartimento di Giustizia (DOJ) aveva accusato tredici russi di aver interferito nelle elezioni, McMaster aveva dichiarato che le prove dell’influenza russa erano «inoppugnabili», indisponendo ulteriormente il tycoon (che in quell’occasione non aveva tardato a ricordare che in ogni caso l’esito delle elezioni non sarebbe cambiato); nello stesso periodo si era incontrato con il suo predecessore Susan Rice – Consigliere per la Sicurezza Nazionale durante la passata Amministrazione ed costante oggetto di critica da parte di Trump stesso: inutile dire che una tale azione non era risultata molto gradita da parte del suo datore di lavoro.

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Fig. 1 – Il Generale H.R. McMaster, National Security Advisor di Donald J. Trump, con l’Ambasciatore degli Stati Uniti d’America alle Nazioni Unite Nikki Haley

2. ATTI E FATTI MEMORABILI DI JOHN BOLTON

John Bolton non è un homo novus di Washington: formatosi come avvocato a Yale, ha infatti servito sotto diversi presidenti repubblicani fin dagli anni di Nixon, ascendendo fino alla posizione di Ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite sotto George W. Bush. La sua esperienza all’ONU in verità fu abbastanza breve (meno di un anno e mezzo, dal 2005 al 2006), visto che non venne mai confermato dal Senato, ma semplicemente nominato da Bush durante una sessione di sospensione dei lavori del Congresso (sfruttando la prerogativa presidenziale del recess appointment). Sicuramente causa prima della “non-conferma” erano state le sue posizioni in politica estera giudicate da molti controverse. Nel corso della sua carriera – come Ambasciatore e non solo – non aveva infatti lesinato critiche alle Nazioni Unite, arrivando ad affermare, una volta, che un’organizzazione di quel tipo e con quegli intenti in realtà «non esiste», e sottolineando che la «comunità internazionale può essere guidata di tanto in tanto dalla sola vera superpotenza rimasta, gli Stati Uniti, quando ciò combacia con i nostri interessi e quando possiamo fare in modo che gli altri si uniscano a noi». Campione dell’unilateralismo in politica estera, la celebre definizione sull’ONU non è la sola ad essere stata motivo di scandalo (in questo articolo è possibile prendere rapidamente visione delle principali posizioni di Bolton sui temi più importanti in politica estera).

Un’altra ragione del diniego ricevuto dal Congresso può essere stato anche il comportamento decisamente brusco ed autoritario tenuto nei confronti dei suoi sottoposti: ad esempio, nel 2002, quando era Sottosegretario per il controllo delle armi e per la sicurezza internazionale, dopo aver fatto redigere un documento sulla produzione da parte del regime cubano di armi biochimiche (che poi venivano esportate a vari stati canaglia) e dopo esserlo visto rifiutato da parte di alcuni analisti, stando al loro racconto, aveva tentato di rimuoverli e di trasferirli. L’ex-ambasciatore si rivela decisamente unilateralista anche a livello di collaborazione “interdipartimentale”: ha una pessima opinione del Dipartimento di Stato, nonché del Pentagono. In ogni caso, le sue posizioni decisamente poco moderate ne hanno fatto il perfetto opinionista per l’audience più conservatrice di Fox News, nella quale è approdato a seguito della sua carriera come Ambasciatore.

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Fig. 2 – John Bolton, National Security Advisor di Donald Trump

3. COSA POTREBBE CAMBIARE ADESSO?

La nomina di Bolton non è giunta ex abrupto, così come le dimissioni di McMaster dal National Security Council non sono state del tutto inaspettate. Tuttavia, è lecito interrogarsi su come la politica estera di Trump cambierà a seguito di questa sostituzione. I democratici hanno manifestato come di consueto delle «riserve», su tutte quelle della rappresentante Tulsi Gabbard (D-Hawaii), che non «potrebbe pensare ad una persona più pericolosa di John Bolton per ricoprire la carica di National Security Advisor». Tra i repubblicani, al contrario, l’ex-Ambasciatore di George Bush è stato accolto con entusiamo: Marco Rubio (R-Florida, senatore), sulla stessa lunghezza d’onda di Bolton in politica estera, lo ha definito «una scelta eccellente». Per conoscere cosa nei fatti cambierà nella politica estera di Trump, bisognerà prima verificare che tipo di rapporti si instaureranno con gli altri consiglieri e “addetti ai lavori” dell’Amministrazione in politica estera: l’Ambasciatrice alle Nazioni Unite Nikki Haley, il Segretario della Difesa Mattis e l’appena promosso (ma non ancora confermato dal Senato) Segretario di Stato Mike Pompeo (in precedenza direttore della CIA), tutti e tre sicuramente non meno dirompenti di Bolton stesso. Il generale Mattis è al momento l’unico superstite del gruppo originario di “moderati” (gruppo che includeva anche McMaster e Rex Tillerson, il predecessore di Pompeo) che aveva tentato, senza successo, di far virare la politica trumpiana verso lidi più convenzionali – e lontani da parte considerevole delle promesse elettorali – e adesso cede il passo ad una coppia di consiglieri dal taglio molto più aggressivo: entrambi dichiaratamente ostili all’Iral Deal, entrambi fautori di un approccio eminentemente intransigente contro il regime coreano.

Vincenzo G. Romeo

 Un chicco in più

All’annuncio della nomina di Bolton si è registrato qualche malcontento anche tra i repubblicani: in particolare quello del senatore Rand Paul (R-Kentucky) ha affermato senza mezzi termini che la nomina di Bolton è «un’idea “catastroficamente” pessima», senza mancare di far notare come il futuro consigliere («perfetto nel governo di Hillary Clinton») si sia pronunciato a favore di tutte le guerre contro le quali si era schierato Trump.

Foto di copertina di Gage Skidmore Licenza: Attribution-ShareAlike License

Nato nel 1997, studio Scienze Politiche (Relazioni Internazionali) a Bologna. Accanito giocatore di RisiKo! e appassionato di videogiochi di strategia, divido il mio tempo tra questi ultimi, i viaggi e, da buon classicista, la lettura. Suono il violino, sono un fan di Star Wars, Stargate e un inguaribile nostalgico dei Pokémon.

La politica statunitense si somma ai miei già numerosi interessi e collaboro per un’altra pagina online, The American Post, in merito. Anche qui al Caffè mi occuperò della stessa, con un occhio di riguardo per le relazioni diplomatiche degli Stati Uniti.