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Storie Dopo aver preso parte ai lavori nella sartoria della Prigione Centrale di Douala, in Camerun, Salif ha scelto di continuare il suo percorso di reinserimento socio-professionale e di farlo seguendo le sue passioni e i suoi sogni nati e cresciuti proprio in prigione.

VOGLIA DI RISCATTO

Passione. Determinazione. Volontà. Tre semplici parole che nel caso di Salif sono diventati veri e propri riferimenti valoriali da seguire. Salif è entrato in carcere quando aveva 20 anni, lì ha trascorso due anni della sua vita. È uscito il 25 gennaio 2018 alle ore 19.00 dalla Prigione Centrale di Douala. Il giorno seguente alle ore 12.00 era già presso l’incubatore costruito e gestito in sinergia da una Ong e un ente non profit italiani: “C.O.E. Centro Orientamento Educativo” e “I.S.F. Ingegneria Senza Frontiere-MI”. All’interno di questo spazio (preceduto dall’apertura di un atelier di cucito all’interno della prigione), negli spazi della Maison des Jeunes et des Cultures nel quartiere di New Bell di Douala, ex detenute e detenuti hanno a disposizione delle macchine da cucire, vengono seguiti nella formazione iniziale, si cimentano nel cucito, apprendono un mestiere e alla fine di questo percorso provano ad avviare attività proprie. Si tratta di una concreta possibilità di fronte all’incertezza percepita nel momento della scarcerazione. Quello dell’uscita dal carcere rappresenta infatti un momento delicato nel corso del quale aumentano esponenzialmente le possibilità di recidività, a causa della mancanza di una rete di supporto sociale e di prospettive lavorative che possano accompagnare e supportare il detenuto nella fase post detentiva. Salif passava le sue giornate in prigione svegliandosi, partecipando al rito della preghiera, mangiando, scambiando qualche chiacchera con qualche amico e andando a dormire. Era la sua routine questa. Monotona, sempre la stessa, giorno dopo giorno.

Fig. 1 – Nel 2015 MAECI e Unione Europea hanno avviato due progetti per promuovere il miglioramento delle condizioni di vita nelle carceri camerunensi, come quella di Douala (foto dell’autrice)

LA VOLONTÀ DI CAMBIARE VITA

Il primo approccio con le stoffe e le macchine da cucire è arrivato quando è stata aperta la sartoria presso il quartiere maschile della Prigione Centrale di Douala: era curioso della novità, voleva solo conoscere l’ambiente ed è stato tra i primi a chiedere di prendervi parte. Il più giovane del gruppo. La sua avventura è iniziata affiancando due detenuti più grandi e più esperti, i maîtres. Ha frequentato la sartoria giornalmente da apprendista, sino a quando è arrivato il giorno in cui gli è stato detto “ecco la tua macchina da cucire”. Una macchina semplice, ma sufficientemente bella da farlo appassionare a quel mondo di fili di cotone, aghi, stoffe, forme e colori. Quando ha detto alla sua famiglia di aver iniziato questo percorso di formazione professionale, quest’ultima si è dimostrata felicissima e orgogliosa di lui. Ragione in più per smuoverlo e dargli la carica giusta per trasformare una semplice curiosità in una vera passione e in un progetto di vita. Quando ha saputo della possibilità per detenuti in uscita di continuare il lavoro anche fuori, nell’incubatore di ISF e del COE, si è subito recato dai responsabili della sartoria dicendo: “tra due mesi esco, voglio andare a lavorare lì”. Quando ha varcato la porta d’uscita della prigione ha pensato all’indomani, all’incubatore che lo aspettava, alla sua famiglia, alla sofferenza che gli ha procurato non vederla per due anni e ha deciso che da quel momento in poi avrebbe davvero cambiato vita.

Fig. 2 – Le mani di Salif che cuce all’interno del reparto sartoria della Prigione Centrale di Douala (foto dell’autrice)

QUEL SALTO TRA PASSATO E FUTURO

Salif frequenta giornalmente l’incubatore di New Bell, con il sorriso sulle labbra si premura ogni giorno di prendere acqua e spugna e pulire tutte le macchine da cucire dalla polvere, che non manca mai a Douala. Attende l’arrivo del suo maître che lo segue passo dopo passo e gli spiega come inserire il filo nell’ago, come utilizzare le varie macchine da cucire, le varie tecniche di taglio e cucito. Ascolta il suo maestro, fa domande, prova, sbaglia, ci riprova. Ha già cucito diverse camicie. “Le coupe là” (il taglio) lo preoccupa. Ha fretta di imparare, lavorare e aprire un’attività propria, vuole recuperare tutto il tempo che ha perso in carcere. Ha le idee chiare: vuole aprire un atelier tutto suo. Non potrà mai dimenticare i due anni passati in prigione, ma potrà certamente ripartire dalla sua forza, dalla sua determinazione, dalla sua gioia e dalla sua volontà di farcela. Sono questi i migliori strumenti per costruire una vita pulita, bella e realizzare tutti i suoi sogni.

Sara Moscogiuri

[box type=”shadow” align=”” class=”” width=””]Un chicco in più

La Prigione Centrale di Douala è stata costruita negli anni ‘30 per accogliere 800 detenuti. Presenta tassi impressionanti di sovraffollamento: ad oggi, il numero effettivo dei reclusi supera i 3.000. La prigione conta 24 unità che ospitano: uomini, donne, minori, malati, anziani, personalità importanti, condannati a morte. Non esiste una separazione tra “condannati” e “in attesa di giudizio”, tutti vivono negli stessi spazi, condividendo la stesse condizioni. Nel 2015 sono stati avviati due progetti: uno finanziato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, l’altro dall’Unione Europea. Entrambi hanno avuto come principali obiettivi la promozione dei diritti e il miglioramento delle condizioni di vita dei detenuti in varie prigioni camerunesi, tra le quali quella di Douala.[/box]

Foto di copertina: christing-O-

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