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In 3 sorsi  Mentre la guerra messicana alla droga prosegue, le sue implicazioni sul piano del traffico clandestino d’armi e sull’immigrazione rendono il confine con gli USA il teatro per un’escalation imminente

1. ARMI, IL CARTELLO DELLA DROGA COME MODELLO MILITARE

La tristemente celebre nomea dei cartelli messicani e della loro inaudita efferatezza è un fatto che non suscita più sorpresa all’interno dell’opinione pubblica. Tuttavia, non tutti i gruppi legati alla vendita di droga adottano le medesime strategie per conseguire il proprio obiettivo. All’interno della galassia di organizzazioni criminali messicane, infatti, il CJNGCártel de Jalisco Nueva Generación – rappresenta un caso estremamente sui generis di integrazione fra vecchi e nuovi strumenti di controllo del territorio ed organizzazione interna.
Conosciuto per essere il rivale principale de Los Zetas – altro celebre cartello messicano nato nel 1999 -, il CJNG opera all’interno delle città di Gudalajara, Jalisco e Veracruz, oltre che negli stati di Michoacàn, Nayarit, Guanajuato e Colima. A contraddistinguere il gruppo criminale, secondo gli esperti, sono la propria flessibilità nel combinare un approccio militare con i suoi storici legami criminali; la volontà di inserirsi strategicamente all’interno di conflitti preesistenti; la promozione di una retorica dei vigilantes.
Quest’ultimo punto svolge un ruolo cruciale all’interno della creazione di uno scenario strategico caotico. Lo Stato di Michoacan ne è un chiaro esempio: la proliferazione di gruppi armati si verifica di pari passo con l’aumento delle aggressioni ai rappresentanti dell’autorità statale, come i membri delle forze armate – il 29 luglio 2013, sempre in Michoan venne ucciso un ufficiale di Marina messicano -. La principale preoccupazione è che tali gruppi autorganizzati possano divenire in futuro strumenti di penetrazione di quelle stesse organizzazioni criminali che dovrebbero combattere, un pattern già visibile attualmente.

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Fig. 1- Poliziotto messicano impegnato in un’operazione a Guadalajara, 2018.

2. IL TRAFFICO DI ARMI 

La capacita offensiva dei cartelli messicani è determinata in primis dall’approvvigionamento clandestino di armi che ne rifornisce costantemente le fila. Sebbene la campagna elettorale statunitense abbia dipinto il Messico come punto di partenza del traffico di armi, i dati rappresentano una realtà ben diversa: la maggior parte delle armi adoperate dai cartelli messicani, infatti, proviene proprio dagli USA, con all’incirca 253 000 armi da fuoco che attraversano il confine – principalmente partendo dal Texas, dalla California e dall’Arizona – ogni anno. Una tendenza analoga sarebbe confermata dai sequestri condotti dagli agenti messicani fra il 2009 ed il 2014, che hanno visto il 70% delle armi da fuoco – circa 74 000 unità – provenire dagli Stati Uniti. Le tipologie di armi più adoperate sono l’AK-47 e l’AR-15, irreperibili legalmente in Messico ma che vengono spesso reperiti negli USA attraverso straw purchase – acquisto di un bene/servizio per qualcuno che non può comprare lo stesso e successivo trasferimento del bene alla persona richiedente -, complice anche la legislazione americana che non prevede un limite di transazioni di armi in numerosi Stati.
Esiste inoltre un mercato legale che coinvolge Stati Uniti e Messico. Quest’ultimo, infatti, acquista armamenti per le proprie forze di sicurezza arricchendo considerevolmente le industrie statunitensi: in particolare, fra il 2015 ed il 2016 circa 276 milioni di dollari sarebbero stati ricavati da fornitori con sede negli USA tramite il commercio di armi con il Messico. Inoltre, il Messico ha acquistato aerei, elicotteri e altri mezzi militari per un valore di 560 milioni di dollari durante lo stesso periodo.
La questione della vendita di armi fu anche oggetto della discussione fra il Segretario del Dipartimento di Pubblica Sicurezza John F. Kelly e il ministro degli Interni messicano Miguel Angel Osorio Chong, all’interno di cui si escluse l’impiego della forza militare per porre fine alla questione migratoria – contrariamente a quanto detto da Donald Trump, il quale definì l’azione di contrasto come “un’operazione militare -.

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Fig. 2 –  Membro delle Forze Speciali messicane.

3. GLI EFFETTI DELLA GUERRA 

Il mantenimento dell’attuale situazione rischia di generare gravi ripercussioni non esclusivamente all’interno del Messico. Il ruolo dei cartelli messicani negli USA è ben più di un semplice tema da campagna elettorale: sebbene gli arresti siano frequenti, risulta complesso attribuire lo status di membro di un cartello con conseguente ruolo attivo all’interno dell’organizzazione. Oltretutto, i rifornimenti dei cartelli arrivano “dalle Ande agli USA”, come affermato dal professore dell’Università di San Diego David Shirk.
La guerra alla droga sarà certamente un tema su cui dovrà concentrarsi il successore del Presidente Pena Nieto, anche alla luce dei dati sugli omicidi, rapimenti ed estorsioni che toccano soglie record – secondo le statistiche, il tasso di omicidi di Città del Messico avrebbe raggiunto un nuovo record rispetto ai dati del 1997 -. All’interno della capitale, circa l’85% della popolazione si sente in pericolo.
Nel breve termine, questo comporterà un’ulteriore escalation di tensione e le conseguenze potrebbero estendersi anche all’interno dei processi migratori. Attualmente le statistiche sul fenomeno non arrivano oltre il 2015, ma l’aumento della violenza è rilevato anche a livello empirico ed una connessione fra l’incremento delle due variabili è tutt’altro che improbabile. Secondo il security analyst ed ex ufficiale dell’intelligence messicana Alejandro Hope, la strategia per evitare che Città del Messico diventi scenario di una guerra fra cartelli – scenario definito dallo stesso come “improbabile” a causa delle dimensioni delle sue forze di sicurezza (95 000 ufficiali).
Ad un livello più ampio, la persistenza della circolazione di armi fra il confine Messico-USA è un ulteriore elemento di insicurezza che dovrà vedere una maggiore cooperazione bilaterale fra i due Stati. In particolare, gli USA dovrebbero rinforzare tanto i controlli interni ai propri Stati federati quanto il programma legato alla frontiera meridionale, al fine di ridurre drasticamente l’approvvigionamento di armi da parte dei cartelli.

Riccardo Antonucci

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””] Un chicco in più  La questione della vendita clandestina di armi è resa ancor più interessante dal fatto che il Messico non è un produttore di armi leggere o munizioni, oltre al fatto di possedere una delle legislazioni più restrittive del mondo in tema. Le difficoltà nel reperire statistiche  rimane l’ostacolo principale per la creazione di un quadro completo, tuttavia numerosi studi sono stati condotti per raggiungere una rappresentazione approssimativa del fenomeno. L’Igarapé Institute e il Trans-Border Institute dell’Università di San Diego hanno realizzato una stima del traffico di armi da fuoco attraverso il confine nel 2013. Più recentemente, Latin American Policy ha pubblicato un paper di Marianne H. Marchand in data 22 maggio 2017 anch’esso focalizzato sulla questione della sicurezza migratoria nel territorio messicano. [/box]

Foto di copertina di Christian Frausto Bernal Licenza: Attribution-ShareAlike License

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Sono nato a Roma il  29 gennaio 1996.Ho studiato presso la LUISS Guido Carli Scienze Politiche indirizzo Politics, Philosophy and Economics. Attualmente studio Energy Security Studies presso la Masaryk University. Ho diretto il giornale universitario Globe Trotter presso la LUISS e svolto l’attività di speaker per The International Newsroom (programma di approfondimento di geopolitica su RadioLuiss). Alla passione per la geopolitica unisco la mia personale mania per la scrittura (nel 2016 è stato pubblicato il mio primo saggio E – Politics. Riflessioni per una nuova dialettica politica), nonché il desiderio di intraprendere la carriera accademica o comunque legata alla ricerca.

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