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AstroCaffè In questi giorni proliferano articoli e servizi televisivi dai toni allarmistici sul rientro atmosferico del laboratorio spaziale cinese Tiangong-1 e sulla possibilità che colpisca l’Italia centrale. Facciamo un po’ di chiarezza

COS’È IL TIANGONG-1?

Il “Palazzo Celeste” 1 (questa è la traduzione del nome) è stato il primo laboratorio spaziale cinese che permettesse la permanenza di un equipaggio seppur non per lunghi periodi. In sostanza somiglia allo Skylab statunitense e alle Salyut sovietiche degli anni Settanta più che a vere e proprie stazioni spaziali abitate permanentemente come la Mir russo/sovietica o la Stazione spaziale internazionale (International Space Station – ISS). Le dimensioni del Tiangong-1 sono infatti 10,4 metri di lunghezza e 3,35 metri di diametro con un peso di poco più che 8,5 tonnellate. Le dimensioni dello Skylab erano circa il doppio mentre quelle dell’ultima versione della Salyut (la 7) erano di poco superiori al laboratorio cinese. Lanciato nel 2011, il Tiangong-1 è stato visitato da due equipaggi: quello della Shenzou-9 per 6 giorni nel giugno 2012 e della Shenzou-10 per 15 giorni nel 2013. La missione del “Palazzo Celeste” è stata dichiarata conclusa nel 2016.

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Fig. 1 – La Shenzou-9 poco prima dell’aggancio del Tiangong-1

COS’È IL RIENTRO INCONTROLLATO?

Quando un oggetto spaziale si trova in un’orbita terrestre bassa (Low Earth Orbit -LEO) ha ancora a che fare con l’atmosfera terrestre. Seppure in quantità molto limitata è infatti presente ancora del gas che causa attrito riducendo gradualmente la velocità orbitale e di conseguenza la quota. Se non corretto, il processo porta al decadimento orbitale poiché più basso si vola, più gas è presente e maggiore è il rallentamento. A un certo punto l’oggetto impatta con gli strati densi dell’atmosfera e vi rientra. I veicoli operativi ogni tanto devono accendere i propulsori per acquistare quel po’ di velocità sufficiente a bilanciare il decadimento e mantenersi alla quota prestabilita. Ovviamente questo è possibile finché si ha del carburante a disposizione. Solitamente, quando l’oggetto è di grandi dimensioni e non è previsto un atterraggio o ammaraggio, si tiene una certa quantità di propellente per accendere i motori e fare una manovra di de-orbiting in modo da sapere immediatamente l’area d’impatto al suolo (di solito si sceglie il Pacifico, è esteso e pochissimo abitato). Il Tiangong-1 invece è stato lasciato cadere, probabilmente perché ha i serbatoi vuoti o il sistema di guida guasto. Quando rientrerà nell’atmosfera quasi sicuramente si spezzetterà in componenti più o meno grandi i quali potrebbero arrivare al suolo. A causa del rientro incontrollato non sarà possibile sapere l’area d’impatto dei frammenti fino a poche ore prima dell’evento.

COLPIRÀ L’ITALIA?

Come si può notare dalla mappa dell’Agenzia spaziale europea (European Space Agency – ESA) qui in basso, c’è una vasta area in cui è meno probabile che cada il Tiangong-1 e due fasce dove è più probabile che accada. In quella settentrionale è presente anche l’area centrale del nostro Paese. Come si può notare però, l’Italia è solo un piccolo tassello (da Livorno ad Ancona ci sono circa 260 chilometri di distanza in linea d’aria). Inoltre c’è anche la fascia di alta probabilità meridionale da tenere in considerazione e si può facilmente notare come sia largamente disabitata. In sostanza: può colpire l’Italia centrale? Sì. Lo farà? Altamente improbabile.

 

Emiliano Battisti

Un chicco in più

Secondo l’articolo 7 dell’Outer Space Treaty, gli Stati parte che lanciano, fanno lanciare oggetti spaziali o che mettono a disposizione di altri infrastrutture apposite nel proprio territorio a tal scopo sono responsabili a livello internazionale per i danni da essi causati ad altri Stati, a persone giuridiche e/o fisiche a terra, nello spazio aereo e nello spazio extra-atmosferico.

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Emiliano Battisti

Sono nato a Roma nel 1986 e ho conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche e quella specialistica in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli. Dopo due esperienze in Ambasciate come stagista (presso quella italiana a Washington e presso quella statunitense a Roma) ho collaborato con l’Istituto Affari Internazionali a Roma e con il Centro Militare di Studi Strategici. Ho un Master in Istituzioni e Politiche Spaziali e uno in Giornalismo e Giornalismo Radiotelevisivo. Scrivo per Il Caffè Geopolitico dal settembre 2013 iniziando con Miscela Strategica dove mi sono occupato (e mi occupo) di spazio, difesa antimissile e velivoli militari. Inoltre, analizzo i teatri di crisi internazionale. Attualmente sono responsabile dell’Ufficio Stampa, del coordinamento dei Social Media e del desk Nord America oltre ad aver creato il desk spaziale AstroCaffè.