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L’imposizione di tariffe del 25% e del 10% su acciaio e alluminio da parte dell’amministrazione Trump accende le polemiche da parte dei partner commerciali degli Stati Uniti, in primis dell’Europa che si dichiara pronta a rispondere con delle contromisure e a ricorrere al meccanismo di risoluzione delle controversie del WTO.

L’INIZIO DELLA GUERRA COMMERCIALE?

Trump ha giocato una nuova mossa nella partita del commercio internazionale, imponendo dazi del 25% sulle importazioni di acciaio e del 10% su quelle di alluminio. Se le precedenti decisioni riguardanti l’aumento delle tariffe sui pannelli solari e le lavatrici avevano sollevato dubbi e destato preoccupazioni nei principali partner commerciali dell’America, l’ultimo annuncio proveniente dalla Casa Bianca – appena lasciata da Gary Cohn, il consigliere economico del presidente nonché sostenitore del libero commercio –  fa presagire lo scoppio di una vera e propria guerra commerciale. L’Europa infatti non ha esitato a dichiarare il proprio contrattacco, minacciando  un aumento delle tariffe su prodotti come bourbon, Harley Davidson e blue jeans, mentre il Canada e il Messico sono sotto scacco dato che la loro temporanea esclusione dall’aumento delle tariffe dipende in larga parte dalla decisione di concedere una rinegoziazione del trattato NAFTA secondo quanto chiesto dagli USA. Tuttavia, il terremoto commerciale innescato da Trump sembra non avere ragioni poi così fondate dal momento che i supposti benefici della strategia protezionista sono piuttosto dubbi. Se la decisione nasce dalla volontà di ridare potere al settore manifatturiero e renderlo capace di soddisfare la domanda interna, si dovrebbe tenere conto che un aumento della capacità produttiva degli impianti si può ottenere solo nel medio- lungo periodo e che quindi le case automobilistiche americane si troveranno a dover pagare di più le loro materie prime necessarie, producendo così auto che saranno vendute ad un prezzo maggiorato compreso tra il 0,5 e il 0,8 % che causeranno una perdita sulle vendite globali tra il 1,6 e il 3,6%. D’altra parte, se la strategia mira a mettere in difficoltà un paese come la Cina che offre importanti sussidi ai suoi produttori di acciaio e alluminio, i numeri non aiutano a sostenere questa tesi se si considera che il settore automotive americano importa soltanto rispettivamente il 2% e il 1,4%, una fetta della torta delle esportazioni del Paese asiatico davvero irrisoria. Dunque non risulta chiaro quale sia lo scopo ultimo del Presidente americano che sta mettendo a rischio l’intera economia del proprio Paese aumentando il costo di materie prime che vengono ampiamente utilizzate in numerosi settori e che avranno un ulteriore impatto anche su quelle aziende esportatrici che utilizzano acciaio e alluminio come bene intermedio.

 

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Fig. 1- Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump

LA RISPOSTA DELL’EUROPA

Lo scenario globale che si sta profilando vede quindi un’America non così avvantaggiata dalle nuove tariffe dato che il rapporto tra lavoratori che verrebbero danneggiati e quelli che ne trarrebbero beneficio è di 80:1, mentre gli attori del panorama internazionale che verrebbero più colpiti sono Europa, Corea del Sud e Brasile che esportano negli USA rispettivamente il 15%, 10% e 14% della loro produzione di acciaio. L’Europa, dal canto suo, non è rimasta in silenzio e guidata in primis dalla Commissaria europea al commercio, Cecilia Malmström, ha annunciato che l’Unione è pronta a rispondere con un aumento delle tariffe su una lista di beni importati dagli Stati Uniti, come acciaio, alluminio, jeans, Harley Davidson, bourbon, burro d’arachidi e altri prodotti per un valore totale che ammonta a 2,83 miliardi di euro. In più, oltre ai tentativi diplomatici con cui l’UE sta cercando di ottenere la stessa esenzione dalle misure protezionistiche concesse a Messico e Canada, il blocco dei 28 Paesi è pronto a ricorrere al meccanismo di risoluzione delle controversie regolato dall’Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO). Tuttavia, l’Unione si trova di fronte ad un trade-off che vede da un lato il bisogno di attuare una contromisura tempestiva e decisa, ma dall’altro deve considerare che una strategia rapida potrebbe condurre a una violazione del regolamento del WTO che per risolvere la controversia deve seguire un iter burocratico che richiederebbe certamente tempi lunghi, almeno di un anno.

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Fig. 2- La commissaria europea al commercio Cecilia Malmström 

IL DESTINO DEL WTO

Il WTO da parte sua si trova sicuramente in una posizione alquanto scomoda, poiché ogni azione intrapresa formalmente dall’organo, potrebbe innescare una serie di avvenimenti che metterebbero seriamente a rischio l’esistenza stessa dell’istituzione o creerebbero forti squilibri a livello globale sui flussi commerciali. L’organizzazione infatti, dopo una serie di insuccessi come il Doha Round, che è stato ormai congelato nel 2015 dopo anni e anni di negoziazioni fallite, ha perso smalto e risulta inefficace nella gestione delle trattative tra le controparti globali data anche l’articolata normativa da rispettare. La situazione che si trova ad affrontare oggi è piuttosto delicata se si considera anche che gli Stati Uniti hanno giustificato la loro decisione sulle tariffe facendo appello alla clausola della Sicurezza Nazionale, una norma prevista dal GATT, il General Agreement on Tariffs and Trade, che in 70 anni non è mai stata usata da nessun Paese aderente all’organizzazione. L’articolo prevede che uno Stato può adottare delle misure protezionistiche per garantire la sicurezza nazionale del Paese senza dover ottenere il riconoscimento da parte del WTO della reale esistenza di uno stato di emergenza. Se dunque il WTO pronuncerà una sentenza in favore degli Stati Uniti, si potrebbe creare un precedente che avrebbe una reazione a catena globale in cui gli Stati più colpiti dalle tariffe potrebbero a loro volta invocare tale principio per giustificare l’imposizione di barriere tariffarie volte a proteggere i produttori nazionali. D’altro canto, se il WTO stabilirà che le azioni intraprese dalla Casa Bianca sono illecite, gli Stati Uniti potrebbero decidere di non fare più parte dell’organizzazione e lasciare l’accordo. Chiaramente, nel caso in cui si realizzasse tale scenario, il Sistema di Commercio Globale perderebbe un partner importante e l’esistenza stessa dell’organizzazione, già provata dai passati insuccessi, verrebbe messa seriamente a repentaglio. Quali nuovi equilibri dovremmo quindi aspettarci per il commercio internazionale?

 

Chiara Bellucci

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

Secondo il segretario americano al commercio Wilbur Ross, la strategia di Trump mira al lungo periodo ed è determinata anche da scelte prettamente politiche. L’innalzamento delle tariffe infatti potrebbe spingere ad un rialzo delle barriere commerciali da parte delle economie occidentali che andrebbe in ultima istanza a danneggiare proprio la Cina, l’economia che più delle altre riesce a spingere a ribasso i prezzi dei propri prodotti grazie ai numerosi incentivi e sussidi governativi.[/box]

 

Foto di copertina di www.carloscherer.eu Licenza: Attribution-NoDerivs License

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Chiara Bellucci

Nata nel 1993 in un tranquillo paese tra i colli marchigiani, dopo essermi dedicata agli studi classici, ho cambiato nettamente rotta virando sulle scienze economiche. Ho ottenuto una laurea triennale presso l’Università Luigi Bocconi in Economia e Scienze Sociali e ho poi proseguito la mia avventura alla Barcelona Graduate School of Economics conseguendo un MSc in International Trade, Finance and Development. Mi sono sempre più appassionata ai temi dell’economia internazionale, della macroeconomia e della politica monetaria, che mi hanno spinto a collaborare con il Caffè Geopolitico. Mentre inseguo il mio sogno di diventare una ricercatrice economica, non mi dimentico mai di ritagliare ogni giorno un po’ di tempo da dedicare alle persone che amo e alla lettura dei grandi classici, una mia grande passione, magari gustando un buon caffè!