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La crisi tra Somalia e Somaliland è fortemente influenzata da ciò che succede nel Golfo Persico e il Presidente Farmaajo deve fare i conti con le pressioni provenienti dall’estero.

LA NUOVA CRISI TRA SOMALIA E SOMALILAND

Nuove forti tensioni si stanno manifestando tra il Governo Federale della Somalia, rappresentato dal Presidente Mohamed Abdullahi Mohamed detto Farmaajo e il suo omologo, Musi Bihi Abdi, Presidente del Somaliland, lo Stato che si è auto dichiarato indipendente dal controllo di Mogadiscio nel 1991. Il nuovo pomo della discordia concerne l’accordo raggiunto tra l’azienda degli Emirati Arabi Uniti (EAU), la DP World, e il governo del Somaliland circa la gestione e lo sviluppo del porto di Berbera, sito sulla costa nord del Corno d’Africa. La situazione è precipitata quando il 1 marzo 2018, la DP World, leader mondiale nel settore portuale, ha ufficializzato l’ingresso di un terzo stakeholder nell’affare Berbera, cioè l’Etiopia, con una partecipazione del 19% delle quote contro il 51% dell’azienda emiratina e il restante 30% del pacchetto azionario in mano al Governo di Hargeisa. La reazione da Mogadiscio non si è fatta attendere: in primis, attraverso le dichiarazioni rilasciate dal Presidente Farmaajo che ha etichettato l’accordo a tre nullo, vista l’esclusione del Governo federale dal tavolo delle trattative. A metà marzo entrambe le due Camere del Parlamento somalo hanno approvato a larga maggioranza una proposta di legge che vieterebbe alla DP World di continuare ad operare sul territorio nazionale. Se la norma fosse promulgata, previa firma del Presidente Mohamed, la DP World avrebbe non poche difficoltà da risolvere dato che sta già gestendo il porto di Bosaso nel Puntland – attraverso la P&O Ports che è una sussidiaria della DP World – ed è in trattative per ottenere il controllo del porto di Brava nella Stato federale del South West.

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Fig.1 – Il Presidente della Repubblica Federale della Somalia Mohamed Abdullahi Mohamed 

UNO SCONTRO PIÙ AMPIO

Se le animosità non rappresentano una novità nella storia recente dei due Paesi, è innegabile come ultimamente esse siano legate e influenzate da un altro contenzioso sorto all’interno della regione del MENA tra il cosiddetto quartetto arabo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrein) e il Qatar sostenuto dall’alleato Erdogan. La vicinanza geografica e le allettanti opportunità economiche fanno del Corno d’Africa uno dei principali terreni di scontro dove i due schieramenti si affrontano in una lotta che, mediante imponenti aiuti di natura economica e militare, mira ad incrementare la propria influenza in quell’area.

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Fig.2 – Il Presidente del Somaliland Musi Bihi Abdi con il Ministro degli Affari Esteri dell’Etiopia, Workneh Gebeyehu, durante un incontro tenutosi ad Addis Abeba nel gennaio 2018

GLI SCHIERAMENTI IN SOMALIA

Inizialmente il Governo Federale somalo ha manifestato la propria neutralità di fronte a quella crisi diplomatica nel Golfo Persico, con l’intento di non pregiudicare la possibilità di ricevere gli aiuti economici di cui la Somalia ad oggi non può fare a meno, da parte di entrambi. Con il passare del tempo però tale strategia è stata sottoposta a diverse pressioni: su tutte l’offerta pervenuta nel giugno 2017 da Riad di un pacchetto di aiuti quantificabili in 80 milioni di dollari destinati al Governo Federale qualora questo avesse interrotto le relazioni con Doha. Proprio il rifiuto a tale proposta, avrebbe spinto uno dei principali attori in campo, gli Emirati Arabi Uniti, a rafforzare i rapporti con quei soggetti e istituzioni somali già beneficiari dell’ingente sostegno emiratino, così da aumentare il numero dei sostenitori alla causa del quartetto arabo e allo stesso tempo incalzare il Governo Federale restio a prendere posizione nella contesa. Così, a partire da settembre 2017 al fianco del quartetto arabo contro il Qatar, si sono schierati il Somaliland, che ha ottenuto lo sviluppo del porto di Berbera e il sostegno militare emiratino alla proprie truppe in termini di addestramento e equipaggiamento, ma anche il Puntland, la cui Guardia Costiera e il proprio comparto intelligence sono finanziati da Dubai, il Galmudug, i cui 10.000 soldati sono retribuiti grazie ai fondi degli Emirati, e il South West State, attratto dai fondi destinati alla riqualificazione del porto di Brava.

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Fig.3 – Il Presidente Mohamed Abdullahi Mohamed insieme al Vice Primo Ministro turco Hakan Cavusoglu durante un incontro istituzionale a Mogadiscio nel febbraio 2018 

Questa scelta politica ed economica ha raffreddato i rapporti tra Somalia e EAU ma al contempo ha favorito l’avvicinamento dello Stato Federale somalo al blocco turco-qatariota. Entrambi i Paesi hanno ormai stabilito solidi rapporti con la Somalia da anni. La Turchia, sin dal 2010, ha fatto della Somalia un pilastro della propria politica in Africa e riesce così a bilanciare il duplice ruolo di peacemaker, svolto attraverso i numerosi progetti di cooperazione posti in essere dalla Turkish Cooperation and Coordination Agency, con quello di garante alla sicurezza in Somalia grazie alla discreta presenza militare in loco rafforzata dalla realizzazione a Mogadiscio della prima base turca all’estero. Il Qatar, invece, oltre ad aver finanziato la campagna elettorale dell’attuale Presidente Farmaajo, ha da un lato accordato al governo somalo una cifra pari a 200 milioni di dollari da utilizzare per progetti di sviluppo, come la realizzazione di reti stradali ed edifici, e dall’altro ha recentemente messo a disposizione ulteriori fondi per la realizzazione di una base militare del Somali National Army all’interno del territorio nazionale somalo. A riprova degli ottimi rapporti tra Doha e il governo federale, basti pensare che la compagnia aerea di bandiera qatariota, la Qatar Airways, ha il permesso di poter usufruire dello spazio aereo somalo, utile contro l’embargo a cui è sottoposta Doha. In conclusione dato che le diatribe “interne”, come la rinnovata ostilità con il Somaliland, sono intrinsecamente legate a doppio filo con le questioni diplomatiche afferenti i principali partner della Somalia, l’amministrazione federale e il Presidente Farmaajo corrono un enorme rischio nel volersi legare in via esclusiva a Turchia e Qatar. Ciò perché gli ingenti fondi derivanti da Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti – in totale circa due miliardi di dollari l’anno – difficilmente potrebbero essere coperti da altri donatori internazionali e la Somalia ad oggi non può permettersi di rinunciare a tali introiti.

Giulio Giomi

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

Gli ultimi colloqui ufficiali tra il Somaliland e la Somalia risalgono al 2015 quando la Turchia svolse il ruolo di mediatore tra le parti. Da allora, anche a causa dei contrasti sorti in prossimità delle elezioni in entrambi i paesi del Corno d’Africa, le relazioni si sono arenate e anzi peggiorate come le vicende degli ultimi mesi appena descritti lo confermano.  [/box]

Foto di copertina di Clay Gilliland Licenza: Attribution-ShareAlike License

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