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Lo scorso febbraio il Presidente Aliyev ha annunciato una notevole anticipazione delle elezioni presidenziali, già in programma per il prossimo ottobre.  Nel denunciare gravi violazioni delle libertà democratiche, l’opposizione esorta al boicottaggio del voto dell’11 aprile. Nel frattempo, autorevoli analisti regionali dipingono diversi scenari geopolitici che potrebbero realizzarsi in seguito alla probabile riconferma di Aliyev.

URNE ANTICIPATE DI SEI MESI

Il 1° febbraio scorso, il Vice-Premier dell’Azerbaijan Ali Ahmadov comunicava che il New Azerbaijan Party  (YAP) – principale forza politica del Paese guidata  dall’attuale Presidente Ilham Aliyev – avrebbe ancora supportato la candidatura di quest’ultimo  alle prossime elezioni. La notizia, battuta dalla Azerbaijan State News Agency (AzerTac) all’esito del Sesto Congresso del YAP, seguiva di pochi giorni la pubblicazione del decreto presidenziale che riprogrammava l’appuntamentamento elettorale per mercoledì 11 aprile 2018, anticipando di ben sei mesi la naturale scadenza del mandato di Aliyev.
Una scelta “conforme al Codice Elettorale ed alla Costituzione”, specifica il decreto, che sorvola però sulle precise motivazioni dietro a tale anticipazione. Lacuna solo in parte colmata dal generico richiamo ad ulteriori impegni politici, non solo a livello domestico ma anche sul fronte internazionale.
Nel frattempo, a seguito dell’invito formale giunto dai vertici dell’esecutivo di Baku, l’Ufficio per le Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani (ODIHR) dell’OSCE si prepara a comporre le squadre dei propri osservatori: 280 sono infatti  gli osservatori elettorali di breve periodo che si preparano in questi giorni a raggiungere la repubblica caucasica e che andranno a sostenere il lavoro svolto da 30 colleghi di lungo periodo già presenti sul campo per fornire assistenza tecnica e supporto ai gruppi di osservazione dei cittadini.
Sebbene l’esito del voto non sembri riservare particolari colpi di scena – nonostante l’appello al boicottaggio lanciato dai partiti d’opposizione, oggi come già nel 2013 e nel 2008 – il singolare anticipo della stagione elettorale ha alimentato numerosi interrogativi tra l’opinione pubblica in generale e tra gli addetti ai lavori del panorama internazionale.
Ciò che sembra certo è che grazie a un bagaglio di contingenze favorevoli,  il Presidente si prepara a dare il via al suo quarto mandato. Che il prossimo settennio coincida con un nuovo corso della politica nazionale in direzione di un rinnovato equilibrio regionale? O che si risolva invece nel tentativo di stringere ulteriormente la morsa di un regime semi-autoritario?

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Fig. 1 – Un giovane azero vota durante il referendum costituzionale del 26 settembre 2016. Tale referendum ha approvato la discussa riforma della Costituzione che conferisce nuovi poteri al Presidente

DISTRIBUZIONE DEL POTERE IN CASA ALIYEV

Formalmente una repubblica semi-presidenziale, l’Azerbaijan è espressione di un regime forte e di un assetto fondato su una debole separazione dei poteri. Il padre della patria Heydar Aliyev, già Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Azerbaijan prima della promozione a Vice-Premier dell’Unione Sovietica,  è stato colui che con mano autoritaria ha guidato per dieci anni le sorti del Paese, adottando una politica spiccatamente conservatrice.
Alla sua morte, nel 2003, Ilham è succeduto al padre nella leadership dello YAP e soprattutto nella massima carica dello Stato, incurante del disappunto popolare che accompagnò la campagna elettorale e lo svolgimento delle elezioni, condizionate da pesanti restrizioni alla libertà dei media, repressione delle opposizioni e altre pratiche antidemocratiche emerse dal monitoraggio internazionale.
Al 2009 è datata l’approvazione mediante referendum di un pacchetto di riforme costituzionali che – pur fortemente osteggiato dalla Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa – ha permesso ad Ilham Aliyev di correre, nel 2013, per il terzo mandato presidenziale. E solo tre anni più tardi, la discussa approvazione di un’ulteriore riforma, suggellata dell’esito positivo del referendum del 2016, è giunta ad estendere il mandato presidenziale da cinque a sette anni, ha allargato le maglie dei poteri del Capo di Stato e ha creato ex novo l’ufficio del Vice-Presidente – carica per giunta rivestita da Lady Mehriban Aliyeva, consorte del Presidente dal 1984.
Ad un passo dalle prossime presidenziali, vibrate proteste continuano a levarsi dalle file dell’opposizione e più di un grido di allarme è stato lanciato  dalle ONG internazionali impegnate nella tutela dei diritti civili e politici, le quali denunciano persistenti limitazioni della libertà di espressione e di altre libertà fondamentali, oltre alla sistematica violazione delle garanzie del giusto processo.

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Fig. 2 – Il Presidente Ilham Aliyev insieme a sua moglie Mehriban Aliyeva, Vice-Presidente della Repubblica dell’Azerbaijan dal 21 febbraio 2017

AUTOCELEBRAZIONE E DISSENSO

Manifestazioni di protesta contro il voto dell’11 aprile sono state organizzate dagli esponenti  del National Council of Democratic Forces (NCDF), che ha invitato le principali forze di opposizione alla resistenza contro ciò che è stato definito un altro attacco alla democrazia” e una “mancanza di rispetto nei confronti degli elettori e del popolo in generale”.
Vero è che la riconferma della data di ottobre, come da calendario, obbligherebbe il Paese a sostenere nel 2025 il fardello di due campagne elettorali: dapprima per il voto presidenziale e, subito appresso,  per il rinnovo del Parlamento. Vale a dire che, prima o poi, una delle due date sarebbe stata in ogni caso modificata. Ma ovviamente, lo scarto di appena un mese tra i due appuntamenti che tra sette anni richiameranno i cittadini alle urne è una spiegazione che giustifica solo in parte la mossa di Aliyev.
All’ombra di una motivazione puramente tecnica si annidano infatti attente valutazioni economiche e politiche. A parlare ai microfoni di una nota emittente di informazione euro-asiatica è Natig Jafarli, economista e segretario esecutivo del Republican Alternative Party (più noto come REAL), partito d’opposizione sorto dall’intento dei suoi fondatori di ostacolare la riforma costituzionale oggetto  del referendum del 2009 e che oggi si dichiara pronto a non riconoscere i risultati delle elezioni.
Si consideri anzitutto come l’anno trascorso sia stato marcato da un incremento del prezzo del petrolio pari al 35% e da un considerevole aumento delle riserve valutarie, sullo sfondo di  un’inequivocabile ripresa economica. Ebbene, va da sé come la minaccia di una prossima fluttuazione del prezzo del greggio offra al Presidente una motivazione più che valida per concentrare gli sforzi della campagna elettorale tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera. Tanto più che, solo pochi mesi fa, grandiosi festeggiamenti si erano svolti a Baku per celebrare i primi venticinque anni dello YAP: il partito fondato da Heydar Aliyev ed ereditato da suo figlio Ilham, vero garante dello sviluppo e della stabilità – aveva enfatizzato il Presidente – che regnano sovrani sul Paese fin dai primi anni dell’indipendenza.
False dichiarazioni propagandistiche per i promotori del boicottaggio, che insistono piuttosto sulle scorrettezze della campagna elettorale, sul pesante giro di vite imposto ai media indipendenti ed ancora sulla preoccupante situazione in cui versano oltre 160 prigionieri politici. Tra questi spicca il nome di Ilgar Mammadov, esponente dell’opposizione ancora detenuto arbitrariamente in carcere, nonostante la pronuncia della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

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Fig. 3 – Copertina della collezione “100 Fotografie per la Libertà di Stampa”.  Nell’ultima classifica stilata dall’associazione Reporters sans Frontieres su un totale di 180 Paesi, l’Azerbaijan occupava il 162° posto sul fronte della libertà di informazione

CONFERMA DEL GIOGO AUTORITARIO O SFUMATURE DI NORMALIZZAZIONE?

Spostando l’attenzione verso un superiore livello di analisi, si noterà che alcuni esperti di geopolitica trans-caucasica  hanno proposto un lucido esame di come potrebbe variare l’equilibrio geopolitico regionale a seguito della pressochè certa riconferma di Aliyev alla guida del Paese.
Come recentemente confermato da fonti governative, nella lista delle priorità di Baku vi sarebbe la volontà di sciogliere una volta per tutte il nodo irrisolto del  Nagorno-Karabakh (o Artsakh) , l’exclave armena de facto indipendente e militarmente occupata da Yerevan. Ma è ancora da vedere in che modo l’impegno per la difesa della propria integrità territoriale potrà influenzare la postura del Governo azero.
C’è infatti chi sostiene che Aliyev intenda dedicarsi, nei prossimi anni, alla riesumazione e alla successsiva implementazione dei cosiddetti Principi di Madrid. Si tratta di un documento redatto nel 2007 dal Gruppo di Minsk dell’OSCE, ma sostanzialmente privo di forza vincolante tra le parti e caduto da lunga data nel dimenticatoio. Ipotesi del resto non inverosimile, pur considerando il nocciolo duro della mozione che – oltre ad esortare le truppe armene al ritiro dai distretti circondanti l’ex oblast sovietico – invita Baku a rinunciare al controllo politico e militare sulla regione contesa,  in modo da favorire l’instaurazione di un’amministrazione ad interim fino allo svolgimento di un referendum.
Naturalmente gli spiragli negoziali sbocciati  solo pochi mesi fa sotto l’auspicio dell’autunno ginevrino, possono considerarsi un buon punto di partenza per pervenire finalmente ad una soluzione condivisa circa il futuro di Stapanakert, grazie anche alla preziosa mediazione del Gruppo di Minsk.
Ed è questa un’interessante chiave di lettura che potrebbe alimentare, almeno in teoria, diverse riflessioni positive. A macchiare uno scenario cautamente ottimista intervengono però inquietanti coincidenze storiche.
Sono gli stessi analisti a ricordare che il 2018 marca il cosiddetto Anno della Repubblica, ovvero  il centenario dalla fondazione della Repubblica Democratica di Azerbaijan (nonchè del suo esercito), sorta dalle ceneri dell’Impero Russo ed emblema di democrazia in tutto il mondo islamico. Possibile che proprio adesso Baku corra il rischio di un’involuzione autoritaria? A levare un monito sul continuo declino della democrazia nel Paese è l’Azerbaijan Democracy and Welfare Movement (ADWM), che nelle ultime settimane precedenti il voto incita il resto dell’opposizione ad alzare la guardia nei confronti del pericolo rappresentato da Aliyev e dal suo partito.
Ad ogni buon conto, semplici riflessioni condotte in astratto non sembrano sufficienti ad esprimere una valutazione circa i futuri sviluppi della linea politica del Paese, che invece saranno oggetto di analisi a tempo debito, in relazione alle dinamiche locali e a quelle regionali che germoglieranno dopo le elezioni presidenziali.

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Fig. 4 – Martyrs’ Lane, Baku. Sullo sfondo delle Flame Towers, il memoriale dedicato alle vittime del cd. Massacro di Gennaio del 1990 e ai caduti della guerra del Nagorno-Karabakh del 1988-94

 

Luttine Ilenia Buioni

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

Con riguardo alle elezioni presidenziali svoltesi nel Paese nel 2013, disappunto e forte preoccupazione erano stati espressi sia da organizzazioni non governative e intergovernative attive nella tutela dei diritti dei cittadini, sia da buona parte dei Governi europei. Furono in particolare gli osservatori internazionali dell’OSCE ad aver mosso decise critiche sullo svolgimento della campagna elettorale e sulla conduzione delle operazioni di voto secondo una prassi ritenuta irrispettosa degli standard internazionali. Con specifico riferimento al conteggio dei voti, il giudizio negativo aveva coinvolto circa il 60% delle sedi di seggio esaminate.[/box]

Foto di copertina di Francisco Anzola Licenza: Attribution License

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Luttine Ilenia Buioni

Laureata in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi Roma Tre con una tesi in Diritto Penale Internazionale, ho completato il mio percorso di studi conseguendo un Master in Peace Building Management e successivamente l’abilitazione  per l’esercizio della professione forense. Coltivo il sogno di coniugare la passione per il diritto a quella per l’analisi geopolitica dello spazio post-sovietico. Un percorso che mi ha recentemente condotto a Yerevan, in Armenia, dove ho avuto l’opportunità di partecipare ad un programma del Consiglio d’Europa. Per Il Caffè Geopolitico mi occupo in particolare di Caucaso Meridionale ed Asia Centrale. In passato ho collaborato anche con Termometro Politico, l’Osservatorio di Politica Internazionale (OPI) e Mediterranean Affairs.