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In 3 sorsi Negli ultimi quindici anni la distinzione tra i concetti di Unione europea e Europa è diventata sempre più sfumata. Tuttavia, c’è ancora un’area del continente che rimane per ora fuori dall’UE, costituendo un’enclave: i Balcani occidentali.

1. L’UNIONE DEI 33

“Se vogliamo che nel nostro vicinato regni maggiore stabilità, dobbiamo anche mantenere credibili prospettive di allargamento per i Balcani occidentali”. Così, il 13 settembre 2017, il Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker si è pronunciato nel suo discorso sullo Stato dell’Unione su una delle numerose sfide che attendono Bruxelles da qui in avanti: aprire via via le porte della membership a Serbia, Montenegro, Ex Repubblica jugoslava di Macedonia, Albania, Bosnia-Erzegovina e Kosovo. C’è quindi chi si appresta ad uscire dall’UE, come il Regno Unito, e c’è chi si prepara ad entrare, in primis Serbia e Montenegro. È una situazione quanto mai paradossale dal punto di vista storico, se si pensa che appena duecento anni fa non c’era traccia di alcuna entità statuale indipendente a sud dell’Impero asburgico (Principato di Montenegro escluso), mentre il Paese d’Oltremanica aveva compiuto uno sforzo enorme e senza eguali per salvare il sistema europeo degli Stati dal dominio napoleonico.
Tuttavia, oggi il futuro dell’UE si allontana da Londra e passa invece anche dal rilancio delle prospettive di ingresso dei Balcani occidentali, uno scenario già delineatosi all’inizio del nuovo millennio (Consiglio europeo di Salonicco del 2003), frenato dalla crisi economico-finanziaria e in parte realizzato, a onor del vero, con l’ingresso della Croazia nel 2013. Anche se non realizzabile nel breve termine, lo scenario nei prossimi decenni è quello di un’Unione a 33, tanto che lo scorso 6 febbraio la Commissione ha adottato la strategia “Una prospettiva di allargamento credibile e un maggior impegno dell’UE per i Balcani occidentali“, con l’obiettivo di disegnare un sentiero di riforme indispensabili e di risultati concreti da parte dei Paesi di questa enclave. Il progetto, già complesso, appare ancora più ambizioso se si tiene conto degli strascichi lasciati dagli anni Novanta, che hanno visto proprio la regione dell’ex Jugoslavia teatro di sanguinosi conflitti etnici.


Fig.1 – Il 26 gennaio 2017 il Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha ricevuto il Primo ministro montenegrino Duško Marković.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2. LA SITUAZIONE ODIERNA

Lo stato attuale delle relazioni dei sei Stati balcanici con l’UE non è omogeneo. Diventare membro dell’Unione prevede diverse tappe: 1) il Paese europeo aspirante fa richiesta di ammissione e, se accolta, ottiene lo status di candidato; 2) si aprono i negoziati, a cui seguono riforme, sulle condizioni e sulla tempistica di recepimento della legislazione europea, divisa per capitoli, da parte del Paese interessato; 3) si stende e si ratifica il Trattato di adesione. Occorre fare due precisazioni: la prima è che il processo non va avanti se non c’è un consenso unanime dei Paesi che sono già membri dell’Unione; la seconda è che il candidato deve attenersi ai cosiddetti criteri di Copenaghen, stabiliti dal Consiglio europeo. I criteri sono di natura politica (istituzioni stabili che garantiscano la democrazia, lo Stato di diritto, i diritti umani, il rispetto e la protezione delle minoranze), economica (economia di mercato funzionante e consolidata) e giuridica (capacità di rispettare e di implementare il corpus di norme comunitarie, detto acquis).
Oggi Bosnia-Erzegovina e Kosovo sono solo potenziali candidati, poiché non ottemperano ancora ai requisiti necessari. Nel 2016 la prima ha inviato la propria domanda, mentre per il secondo è entrato in vigore l’Accordo di stabilizzazione e di associazione, strumento UE di cooperazione politica ed integrazione economica. Macedonia e Albania detengono lo status di candidato rispettivamente dal 2005 e dal 2014, ma non hanno avviato per ora i negoziati. Il Montenegro nel 2012 e la Serbia nel 2014 sono entrati nella fase negoziale, che si preannuncia molto lunga: al dicembre dello scorso anno Podgorica ha aperto le trattative riguardanti trenta dei trentacinque capitoli dell’acquis comunitario, concludendone tre (Scienza e Ricerca, Educazione e Cultura, Relazioni esterne), mentre Belgrado ha attivato dodici capitoli, chiudendo la contrattazione su Scienza e Ricerca e Educazione e Cultura. La strategia, lanciata due mesi fa, ha fissato, come possibile orizzonte temporale per l’ingresso dei due Stati balcanici nell’Unione, il 2025, ma tutto dipenderà dai meriti e dai successi che i candidati otterranno in questi anni.


Fig.2 – Il Presidente del Kosovo Hashim Thaçi e l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione europea Federica Mogherini. 
3. I PRINCIPALI OSTACOLI

Come evidenziato dal contributo The Western Balkans on the road to the European Union, pubblicato dal think tank Bruegel lo scorso febbraio, la strada che dai Balcani occidentali porta a Bruxelles ha dinnanzi a sé numerosi ostacoli, lasciati sia dal quarantennio comunista sia dal decennio di conflitti civili. Innanzitutto, è necessario arrivare a una soluzione diplomatica delle due spinosissime questioni giuridiche di carattere internazionale che dividono non solo gli aspiranti Stati tra di loro, ma anche la comunità europea. Il primo nodo riguarda la sovranità esterna del Kosovo: questo Stato non è riconosciuto attualmente come Stato indipendente dalla Serbia, ma neanche da cinque membri UE, tra cui Spagna e Grecia. Il secondo problema concerne l’annosa disputa tra Grecia e Macedonia sulla denominazione ufficiale dello Stato sorto nel 1991 e costituisce da dieci anni la causa dell’impasse del processo di adesione dell’ex Repubblica jugoslava.
Per quanto riguarda i criteri di natura politica, al di là del rafforzamento delle istituzioni democratiche, il lavoro più duro deve essere fatto per corroborare lo Stato di diritto. Corruzione e crimine organizzato sono uno dei principali problemi della regione fin dalla crisi economica e politica degli anni Ottanta. I traffici illegali di armi e droga, grazie anche alla connivenza del mondo politico, hanno trovato un terreno particolarmente fertile durante la guerra e tutt’oggi serpeggiano, sfruttando le debolezze degli apparati amministrativi e minando la sovranità interna degli Stati, soprattutto in Kosovo e Bosnia-Erzegovina.
Come se non bastasse, la recente crisi globale ed europea ha ulteriormente complicato il quadro. Si è rallentato il sentiero positivo di crescita, di riduzione del debito pubblico e di convergenza dei livelli di reddito pro capite agli standard europei da parte di tutti e sei i Paesi (ovviamente con ritmi diversi). Negli ultimi tre anni il trend positivo sembra essere ripreso. Tuttavia, il sistema economico rimane poco competitivo e altamente informale, caratterizzato da un mercato del lavoro assai inefficiente. I tassi di disoccupazione, già molto elevati, sono rimasti pressoché invariati negli ultimi vent’anni in una forchetta che va dal 30% al 15% della forza lavoro, a eccezione dei progressi avvenuti in Kosovo, dove si partiva da un pesantissimo 60% nel 2001. Ancora più drammatica è la situazione della disoccupazione giovanile, che nel migliore dei casi, quello montenegrino, si attesta poco al di sotto del 40% e provoca flussi migratori verso l’Europa occidentale e settentrionale.
L’Unione europea tiene aperte, almeno per ora, le porte e tende una mano ai Balcani occidentali, ma è arduo prevedere gli sviluppi futuri del processo di allargamento: gli aspiranti commensali declineranno l’invito, come ha fatto l’Islanda, o cercheranno di soddisfare il loro appetito altrove, come invece ha fatto la Turchia? Oppure continueranno a procedere convinti verso la soglia di Bruxelles? Gli scenari sono ancora tutti aperti.

Roberto Italia

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

Pur non facendo parte dell’Unione europea, e quindi nemmeno dell’Eurozona, al fine di abbattere l’inflazione e di risollevare le loro economie, nel 2002 Montenegro e Kosovo hanno deciso di adottare unilateralmente l’euro come valuta nazionale senza sottoscrivere alcun accordo con l’Eurosistema: questo fenomeno è chiamato euroizzazione.[/box]

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