Stand del Ministero della Difesa (ora delle Forze Armate) francese al salone Euronaval 2016 (foto: Il Caffè Geopolitico)
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Miscela Strategica (Op-ed)  Un nuovo articolo del SIPRI analizza gli ultimi trend del mercato internazionale degli armamenti, rilevando il crescente ruolo degli USA come esportatori di tecnologie militari e la preminenza dei Paesi asiatici e mediorientali come importatori di tali tecnologie. Facciamo qualche considerazione più dettagliata sull’argomento

UN MERCATO INFLUENZATO DALLA GEOPOLITICA

Pur interessante, la nuova analisi di SIPRI non aggiunge nulla di significativo rispetto ai suoi precedenti interventi sul tema e risulta pure un po’ tautologica. Nel mercato degli armamenti solo alcune nicchie si comportano infatti come un mercato concorrenziale, mentre quelle più sostanziose sono guidate dai rapporti di alleanza o da considerazioni prettamente geopolitiche. Di fatto, a parte alcune eccezioni, il mercato legale degli armamenti è un monopsonio.
Come abbiamo avuto modo di spiegare, si vende agli alleati perché si facciano carico della sicurezza di un certo interesse (un passaggio obbligato, una risorsa, un contesto geopolitico, ecc.) e si acquista dagli alleati non solo per necessità, ma anche per offrire contropartite al loro essere alleati e/o partner economici. Dal punto di vista strettamente economico, invece, l’esportazione sgrava lo Stato di parte dei costi che dovrebbe sostenere per mantenere le capacità produttive nazionali.

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Fig. 1 – Un caccia F-35A della US Air Force partecipa alll’International Paris Air Show del giugno 2017

Questi due postulati hanno declinazioni diverse. Per esempio, gli Stati Uniti hanno un mercato interno gigantesco, paradossalmente non avrebbero nemmeno bisogno di vendere all’estero dal punto di vista della sostenibilità economica – poi se si può guadagnare oltre, ne sono ben lieti, beninteso. Quindi il ruolo principale è politico (si veda per esempio come funzionano i Foreign Military Sales, nei quali il Governo acquista per conto terzi e poi fa da sensale), ovvero aiuto agli alleati e/o controllo sulle capacità militari degli stessi. Per la Francia, invece, il ruolo politico è tutto sommato limitato: perché Parigi possa permettersi il livello desiderato di indipendenza strategica nazionale, l’export risulta indispensabile affinché l’apparato industriale possa sostenersi economicamente (altrimenti gli ordini nazionali non sarebbero sufficienti per giustificare la loro esistenza). Secondo la Direction Général de l’Armament (DGA) le aziende francesi del settore esportano circa 1/3 dei loro prodotti, con il desiderata di arrivare al 50%. Dunque, la principale attività politica è finalizzata alla sponsorizzazione dei prodotti dell’industria nazionale. La Russia è infine un caso ibrido, nel senso che cementare le relazioni tramite forniture militari è usanza tradizionale di Mosca da molto tempo, per cui valgono le considerazioni sulla politica estera. Allo tempo stesso, però, le difficoltà economiche e industriali del Paese rendono sempre più indispensabile l’export anche senza “strings attached“, cioè fine a sé stesso, per compensare le difficoltà finanziarie.
Dunque, il pezzo di SIPRI è tautologico perché queste dinamiche sono abbastanza rigide. Se il mercato si espande, chi è politicamente più forte in politica estera e chi è più competitivo dal punto di vista commerciale aumenta grosso modo linearmente il proprio export. A cascata, si creano anche opportunità per attori intermedi con “sistemi-Paese” meno consolidati ma con buon tessuto industriale. L’Italia è tra questi, per esempio.

L’EXPORT MILITARE SECONDO TRUMP

Il SIPRI nota giustamente la preminenza degli USA come esportatori militari a livello globale. In linea teorica, non si tratta di una novità: la vendita di armi a vecchi alleati o partner potenziali è da sempre un aspetto importante della politica estera statunitense, portato avanti con costanza anche da amministrazioni presidenziali meno bellicose come quella di Obama. Tuttavia sembra che con Trump tale dimensione stia assumendo un ruolo nettamente più centrale rispetto al passato. Ciò può essere frutto della visione America First del Presidente, specialmente in chiave economica, e delle difficoltà della sua amministrazione a sviluppare una strategia estera coerente e sfaccettata. Le ingenti commesse militari in Asia e in Medio Oriente servono infatti a coprire in parte i deficit diplomatici di Washington, proiettando un’immagine di forza e sicurezza sia agli occhi dei Paesi alleati che dei rivali russi e cinesi.

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Fig. 2 – Protesta a Washington contro la vendita di armi all’Arabia Saudita, settembre 2016

A livello economico, invece, il recente incremento dell’export militare si sposa perfettamente con la visione nazionalista di Trump. In pratica, il Presidente applica al mercato degli armamenti la stessa logica degli altri mercati. Per lui è importante che le aziende statunitensi facciano grossi contratti per portare più soldi “in cassa” e rafforzare l’economia nazionale. Il problema è che il mercato export è solo una frazione di quello interno. Per cui sebbene più contratti significhi più ricchezza per alcune aziende, Trump sembra non aver ben compreso il quid dell’export americano, ovvero il controllo politico della forza militare degli alleati (obiettivo spesso ribadito pubblicamente sia dal Pentagono che dagli alti gradi delle forze armate USA). C’è poi anche un aspetto ironico nella politica dell’attuale amministrazione. Con l’export, dal momento che le compensazioni sono ormai un must nel mercato degli armamenti (cioè produzione su licenza, contratti locali di manutenzione, ecc.), è vero che fisicamente Boeing, Lockheed Martin, ecc. guadagnano di più. Ma il profitto andrà ad arricchire la loro dirigenza e avrà poco impatto sull’impiego o sulle tasche dell’americano medio, inclusi i dipendenti delle stesse compagnie del settore difesa.
Oggi il settore terziario produce il 78% del PIL statunitense e impiega l’80% degli occupati. Ma per Trump è importante solo l’industria dell’alluminio o quella automobilistica, che sono in grave crisi e che non hanno più l’influenza politico-economica di una volta. Inoltre il Presidente sottovaluta che un’eventuale guerra commerciale con altri Paesi avrà come effetto secondario di chiudere le porte alle aziende statunitensi del terziario che invece sono in attivo sulla bilancia commerciale e che esportano un sacco all’estero – e che pesano molto di più nell’economia statunitense. È comunque probabile che i suoi elettori continueranno ad appoggiarlo, sedotti dalla retorica populista dell’America First. Resta però il fatto che Trump non sembra capire il mercato degli armamenti. Per lui conta il valore dei contratti, ma la cosa veramente importante sono i rapporti politici tessuti per ottenerli, non “la vendita” in sé.

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Fig. 3 – Il Vice-Presidente USA Mike Pence passa in rassegna una batteria di missili balistici tattici PAC-3 fornita di recente alle Forze di Autodifesa giapponesi, febbraio 2018

UN FUTURO CINESE

La fotografia del mercato fatta da SIPRI è anche da prendersi come un’istantanea del tempo presente. La prima mossa in un periodo di rialzo è infatti l’aumento (più o meno) lineare delle commesse per gli attori consolidati. Ma se nel medio periodo la spesa consistente diventerà un trend duraturo – come probabile – essa alimenterà anche la costruzione di nuovi sistemi-Paese produttori, alcuni dei quali (Corea del Sud e Giappone) diventeranno semplicemente parte del gioco. Altri, come la Cina, potrebbero scalare a breve la classifica e quindi portare nuovi equilibri di mercato, soprattutto se Pechino continuerà la spirale ascendente del suo export, che già si rivolge a molti Paesi asiatici e mediorientali (in primis il Pakistan) e batte qualche contratto anche in Africa. Prima però di una simile crescita la Cina dovrà affrontare una delicata fase di modernizzazione delle proprie forze armate che potrebbe limitare il suo impatto sul mercato internazionale nell’immediato futuro.

Marco Giulio Barone e Simone Pelizza

Un chicco in più

L’Australia ha lanciato di recente un ambizioso programma per diventare uno dei principali esportatori militari dell’Asia-Pacifico. Tuttavia questa manovra potrebbe avere più effetti sul piano interno che internazionale. Ovvero, l’Australia spende tantissimo, e di conseguenza ha diritto a molte compensazioni industriali. Ma ciò che produce è spesso prodotto su licenza. Canberra non ha molto know-how proprietario. Quindi, da una parte la produzione di sistemi d’arma è sempre più importante nella sua economia – compresi gli aspetti di spin-off del contenuto tecnologico. Dall’altra però non si inserisce bene nel discorso export perché non ha tecnologia proprietaria, dunque non può esportare nulla in modo autonomo. Al massimo potrebbe essergli assegnato qualcosa in subappalto da parte degli investitori che oggi si appoggiano a cantieri e complessi industriali, magari come parte delle compensazioni.
D’altronde, dal punto di vista politico-militare,  l’Australia ha scelto l’allineamento pressoché totale agli Stati Uniti. Non solo in termini di “hardware”, ma anche integrando la sua catena di comando e il suo impianto dottrinale per operare come appendice statunitense. Anche questo finisce per limitare le sue potenzialità sul mercato internazionale.

Foto di copertina: Il Caffè Geopolitico