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Storie La parola Ekhtelaf significa letteralmente “denuncia per il cambiamento”. Per questo tre rifugiati afghani hanno scelto di chiamare così il loro progetto musicale. Mescolando diversi generi, raccontano preoccupazioni e speranze per il futuro del loro Paese attraverso la musica

«Lo scorso anno non vedemmo che sangue versato. Cosa porterà il nuovo, eccetto altro dolore?»

Il gruppo musicale Ekhtelaf – nato per caso dall’incontro di tre rifugiati afghani, Habib, Hussein e Qader – canta il momento più buio della capitale afghana, mescolando ritmi tradizionali, rap e pop. Avevano riposto buone speranze nel futuro ma le vicende politiche ed economico-sociali del loro Paese li hanno costretti a fuggire in un posto più sicuro: l’Europa. Riesco a rintracciare solo Qader e lo convinco a rilasciarmi un’intervista.  Ci incontriamo, tra mille impegni, in un bar di Trieste.

Come nasce il progetto?

Qader: Per caso. Habib e Hussein erano arrivati dall’ Afghanistan alla Danimarca qualche anno fa, come richiedenti asilo, e, condividendo la passione per la musica, hanno iniziato a suonare insieme. Poi, una volta arrivati a Trieste, mi hanno coinvolto. Loro due avevano già edito “Bazicheh”, una canzone rap sempre di denuncia politica e sociale.

Ecco, l’idea di dar voce agli orrori di Kabul attraverso la musica nasce dal nostro incontro. Hussein ha scritto il testo rap in pashto e dari, io recito in rima alcuni versi, in chiave pop, dell’artista afghano Amir Mohammad, che già parlava di guerra in Afghanistan quasi cinquant’anni fa.

Chi vi ha sostenuti in questa idea?

Il primo singolo “Bazicheh”, è dell’estate del 2016 ed è stato realizzato con il sostegno del Consorzio Italiano di Solidarietà (ICS) – Ufficio Rifugiati Onlus in collaborazione con Little Paris Production, team di produzione di audiovisivi. Per quanto riguarda la promozione del nuovo brano “Kabul”, si è rinnovato il contributo delle due realtà, a cui si è aggiunto il supporto del circolo Arci di Budoia.

Qual è la vostra “Ekhtelaf”?

Vogliamo che il mondo sappia la verità. Il 2018 è il diciottesimo anno di guerra in Afghanistan, lo Stato è sempre più debole e incapace di garantire il controllo del territorio oltre alle periferie urbane. Abbiamo usato la musica per ricordare la violentissima esplosione che ha scosso la capitale nelle strade del quartiere Dehmazang, nel luglio 2016, dove era in corso la manifestazione di migliaia di membri della comunità hazara afghana, etnia di lingua persiana e religione sciita. Abbiamo fatto lo stesso per la tragica esecuzione di trenta medici volontari a Badakhshan nell’agosto del 2010: le vittime erano al servizio della organizzazione umanitaria cristiana International Assistance Mission – per gridare chi sia stato il vero autore delle stragi.

Cosa rispondi a chi dice che sia colpa dell’Islam?

Chi si prostra cinque volte al giorno in preghiera con un Kalashnikov al braccio non è un fedele; quelli che predicano il “Jihad” con terrore e paura nel nome dell’Islam non sono puri; quelli che incitano i fratelli a guadagnarsi il paradiso attraverso la violenza sono criminali. Quando i diritti delle donne sono calpestati e i mullah indottrinano i bambini non c’è né giustizia, né uguaglianza. Questo non è l’Islam.  La nostra religione ci chiede di essere solidali anche con gli infedeli, di difendere le loro vite a costo della nostra. L’Islam è una religione di purezza e gentilezza, non di violenza e bassezza. Nella nostra religione non c’è spazio per criminali e stupratori.

Nel video date fuoco ad alcune foto, tranne al volto di due ragazze.

Si, bruciamo le foto della folla inferocita che nel marzo del 2015 uccise Farkhunda Malikzada nel cuore di Kabul, vicino la Moschea Shah Do Shamshera prima di dare il suo corpo alle fiamme per poi gettarlo al fiume. La donna è stata bastonata a morte e investita da un’auto, perché accusata di blasfemia per aver dato alle fiamme il Corano. Un’ inchiesta ha appurato che l’accusa fosse falsa e che la giovane, prima di essere attaccata, stava rimproverando alcune persone, fra cui un Mullah, di loschi affari nella vendita di amuleti e messaggi portafortuna nella moschea. Oggi i colpevoli sono liberi. L’altra foto che non diamo alle fiamme è quella della piccola Sataesh, rifugiata afghana, uccisa in Iran nel 2016 a seguito di violenze. Il colpevole è stato sottoposto a pena di morte. Volevamo dimostrare quanta violenza c’è in Afghanistan ma anche quanto i rifugiati afghani soffrano anche quando cercano rifugio nel resto del mondo. Gli eventi sulle donne hanno attirato la nostra attenzione, abbiamo pensato alle nostre mamme, sorelle e cugine e a quanto le donne soffrano in queste situazioni di guerra.

Com’è la vostra vita in Italia?

Io sono arrivato nel febbraio 2014 dalla Norvegia, dopo aver girato un paio d’anni in Europa alla ricerca di un posto sicuro in cui stare e poter vivere dignitosamente.  L’Italia per fortuna ha accolto la mia richiesta di protezione internazionale, così come per Hussein e Habib. Oggi lavoriamo regolarmente a Trieste, loro due sono impiegati nel settore della ristorazione, io sono un saldatore. A vent’anni sogniamo di vivere come tutti i nostri coetanei ma lontano dalle famiglie è tutto più complicato. Inshallah, un giorno torneremo a casa. Spero che presto ci sia la pace, perché questo è il peggior periodo di violenze che l’Afghanistan sta attraversando. Abbiamo tutti paura della morte.  Le nostre mamme piangono quando usciamo, non sanno se rientriamo. Nessuno sa se riuscirà a tornare a casa quando esce.

Grazie a Qader per avermi dedicato parte del suo tempo libero e grazie anche a Emran Haidary per la sua mediazione linguistica.

Ornella Ordituro

Un chicco in più

L’Afghanistan combatte una guerra ancora non vinta che ha visto i talebani e altri gruppi jihadisti prendere possesso di molte aree del Paese, in particolare nelle province di Helmand e Kandahar, e ha costretto le forze afghane a indietreggiare da Kunduz, Badakhshan e Farah. I talebani, tra i 35 e i 50.000 combattenti, oggi controllano il 43% dei distretti provinciali. Di fronte alla recente proposta di pace da parte del Presidente Ashraf Ghani, essi hanno lasciato intravedere una possibilità di dialogo, ma la realizzazione di una tregua sembra ancora incerta. 

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