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Le Nazioni Unite hanno approvato il primo trattato che regolamenta il commercio mondiale delle armi. L’importante strumento internazionale è stato adottato lo scorso 2 aprile dall’Assemblea Generale con il voto favorevole dei 2/3 degli Stati partecipanti e, nonostante la lunga gestazione, non ha messo d’accordo tutti i paesi partecipanti al consesso, a partire da quelli latinoamericani. Con questo accordo, l’ONU ha l’obiettivo di creare una base legale per il commercio internazionale di armi convenzionali e stabilire una serie di standard ai quali gli Stati devono adeguarsi per combattere fenomeni legati al traffico illegale delle armi, come la nascita di gruppi terroristici e l’incremento del narcotraffico.

 

IL FATTO: NEGOZIATI IN PORTO – Le negoziazioni in sede ONU su un sistema di norme che regolassero il commercio mondiale delle armi erano iniziate lo scorso luglio, con il coinvolgimento dei 193 Stati membri delle Nazioni Unite, dopo una campagna promossa da un gruppo di ong, tra cui Amnesty International e Oxfam, durata sei anni. I Paesi che hanno partecipato alle negoziazioni sul trattato non sono obbligati a firmarlo e, nel caso lo facciano, la sua entrata in vigore è sottoposta alla ratifica dei rispettivi parlamenti nazionali. L’obbligo per gli Stati ratificanti sarà quello di informare le Nazioni Unite sulle azioni adottate per controllare l’esportazione delle armi, anche se i report possono escludere dati sensibili relativi alla sicurezza nazionale.

 

CHI SI OPPONE E CHI NO – I paesi latinoamericani si sono divisi sulla valutazione del documento, che impone ai Paesi ratificanti di tenere un registro delle armi convenzionali esportate (dai carri armati agli aerei militari, fino alle armi di piccolo calibro) e ne vieta la vendita nel caso in cui le stesse possono essere utilizzate per violare i diritti umani. Da una parte paesi come Cuba, Bolivia, Ecuador, Venezuela e Nicaragua si sono astenuti durante la votazione, dall’altra Messico e Costa Rica hanno votato a favore difendendo la validità dello strumento internazionale. L’Ecuador ha sottolineato che il trattato avrebbe dovuto prevedere la responsabilità condivisa tra Paesi esportatori, importatori e di transito delle armi in caso di violazioni di diritti umani. Cuba ha criticato l’eventualità che il documento possa diventare strumento di controllo della politica di difesa interna degli Stati. Il Venezuela era invece contrario ad includere nell’accordo il controllo sulla vendita delle munizioni e le eventuali limitazioni imposte ai paesi importatori di armi.

Cuba, Bolivia, Ecuador, Venezuela e Nicaragua fanno il paio col voto contrario di Corea del Nord, Iran e Siria e soprattutto con l’astensione dei due maggiori esportatori di armi del mondo: la Russia e la Cina. La mancanza di ratifica da parte di queste due grandi potenze potrebbe mettere in discussione l’entrata in vigore del documento prevista una volta trascorsi 90 giorni dalla ratifica formale di 50 Stati. Gli Stati Uniti, principale esportatore di armi del 2012, hanno invece approvato il trattato e fatto sapere che lo considerano “forte, efficace e applicabile”. Uno dei maggiori sostenitori del trattato è stato l’ex presidente del Costa Rica e premio Nobel per la pace, Óscar Arias, che ritiene questo strumento fondamentale per l’America Latina, dato che la regione è al centro di numerosi problemi derivanti dal commercio delle armi.

 

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Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon

LA NUOVA MILITARIZZAZIONE DELL’AMERICA LATINA – L’America Latina sta vivendo un ritorno alla militarizzazione. La fine della guerra fredda e gli accordi di pace che da un paio di decenni hanno messo fine alle guerre civili in paesi come Guatemala, Honduras, Nicaragua, avevano portato ad una progressiva riduzione di armamenti ed eserciti nazionali. Il trend è stato invertito negli ultimi anni, da quando cioè la recrudescenza della lotta contro il narcotraffico ha riportato la spesa militare tra le priorità nelle agende politiche dei governi regionali. La tendenza sta cambiando soprattutto nei Paesi centroamericani: secondo l’Atlas Comparativo della Difesa in America Latina e Caraibi, El Salvador ha aumentato le sue spese militari dai 106 milioni di dollari nel 2006 ai 133 nel 2010, l’Honduras è passato dai 63 ai 172 milioni e il Guatemala dai 134 ai 160.

Si stima che il commercio mondiale di armi oscilla tra i 60 e i 70 miliardi di dollari di fatturato annuo e che circa 750.000 persone muoiano ogni anno a causa di ferite provocate da armi illegali. Il volume delle esportazioni di armi verso paesi sudamericani è cresciuta del 77% tra il 2007 e il 2011 rispetto al periodo 2002-2006.

Un altro fattore che incrementa il commercio di armi in America Latina è l’alto indice di criminalità che ha spinto gli Stati latinoamericani ad investire di più nella sicurezza. Secondo le Nazioni Unite, mentre la media mondiale di omicidi è di 8,8 ogni 100.000 abitanti, questa cifra sale vertiginosamente a 71 in paesi come El Salvador e a 52 in Guatemala. Secondo Melanie Regimbal, direttrice del centro delle Nazioni Unite per la pace, il disarmo e lo sviluppo di America Latina e Caraibi, la regione ha il più alto tasso di circolazione di armi del mondo e il più alto numero di morti causate da armi da fuoco, anche se i Paesi latinoamericani non sono ai primi posti in quanto a flusso di importazioni ed esportazioni di armi.

Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha spiegato che il trattato sul commercio mondiale delle armi “ostacolerà la vendita di armi illegali e ridurrà il pericolo che signori della guerra,  pirati, terroristi e criminali entrino in contatto con questo mercato”. Il documento, a detta di Ban Ki-moon, non interferirà con le leggi sul commercio nazionale delle armi e di autodifesa statale, né limiterà il diritto di poter esportare e trasportare armi all’interno del territorio degli Stati ratificanti.

 

Alfredo D’Alessandro

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