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Siria: gli affari sporchi tra il colosso del cemento Lafarge e ISIS

Per il colosso industriale franco-svizzero dell’edilizia Lafarge, da tempo al centro di pesanti accuse per le sue attività sospette in Siria, il cerchio delle indagini condotte dalla magistratura francese si sta chiudendo. Secondo i giudici che collaborano a questa indagine con la magistratura belga, Lafarge avrebbe pagato circa 13 milioni di euro a varie milizie jihadiste, compresi militanti dello Stato islamico, per non interrompere la produzione nel cementificio di Jalabiya, in Siria, tra il 2011 e il 2014

Lo stabilimento è stato chiuso nel 2014, ma tangenti sarebbero state versate ai jihadisti dal gruppo franco-svizzero anche dopo l’interruzione della produzione. È stato questo l’allarme che ha fatto scattare le perquisizioni nelle sedi di Parigi e Bruxelles di Lafarge.

Prima che se ne interessasse la magistratura, a far emergere il caso erano state una serie di inchieste dei giornali Le Monde e Le Canard Enchainée, testate che non avevano esistato a puntare il dito anche contro il governo francese, colpevole a loro dire di «aver lasciato fare» pur sapendo del patto scellerato tra Lafarge e le milizie jihadiste.

Ma c’è di più. I reporter che avevano condotto le prime inchieste erano certi che vi fossero stati degli incontri tra rappresentatanti del governo di Parigi e i vertici di Lafarge, che nel frattempo nel 2015 si è fusa con il gruppo svizzero Holcim divenendo il più grande produttore di cemento del mondo. Uno di questi incontri risalirebbe all’estate del 2012.

A queste accuse il governo transalpino per mesi ha opposto un indignato silenzio ripetendo sempre la stessa versione: «Il ministero degli Esteri non ha mai incontrato i leader di Lafarge tra settembre 2011 e settembre 2014 per discutere la situazione del gruppo in Siria» e, ancora, «Il ministero ha svolto un lavoro di ricerca nei suoi archivi e non ha mai trovato alcuna traccia di questi incontri». Qualcosa però nel dicembre del 2017 si è iniziato a smuovere.

Al centro di questa vicenda ci sono l’ex CEO di Lafarge Bruno Lafont, l’ex vicedirettore della multinazionale Christian Herrault – il quale ha ammesso di aver partecipato a degli incontri con rappresentanti del governo francese – Bruno Pescheux, ex direttore del sito industriale situato in Siria, il suo successore Frédéric Jolibois, l’ex vicedirettore generale di Lafarge Christian Herrault e l’ex ambasciatore francese in Siria Eric Chevallier. Proprio il diplomatico, dopo molti «no, non ricordo», «non ho memoria di incontri di questo tipo», ha alla fine ammesso che nell’estate del 2015 «partecipò a un incontro dove si discusse del sito industriale siriano, cosa che avvenne anche nel 2012 dove […] sconsigliai di mantere in essere lo stabilimento». Dichiarazioni che l’ex vicedirettore di Lafarge Herrault ha però smentito: «Mi disse (riferito all’ex ambasciatore Chevallier, ndr) che “il Quai d’Orsay dice che dovete tenere la posizione e che tutto sarà sistemato”. Dovreste restare, i problemi non dureranno».

Le prime verità, come detto, sono risalite in superficie nel dicembre scorso quando i giudici francesi hanno incriminato per «finanziamento del terrorismo» Pescheux, Jolibois, Lafont, Herrault, Eric Olsen, ex direttore delle risorse umane, e Jean-Claude Veillard, ex direttore della sicurezza del gruppo. Ad oggi, nonostante gli sviluppi delle indagini, le domande che rimangono senza alcuna risposta sono molte. Come è potuto accadere, ad esempio, che non vi siano tracce di documenti e di telefonate intercorse tra i vertici del gruppo Lafarge e le istituzioni francesi in Siria e a Parigi tra il 2011 e il 2016? Per questo Laurent Fabius, ministro degli Esteri del governo dell’ex presidente francese Francois Hollande, del quale è nota la “sensibilità” per gli interessi dei gruppi industriali transalpini, sarà presto ascoltato dai magistrati.

Stefano Piazza – Oltrefrontiera

Foto di copertina di FreedomHouse Licenza: Attribution License