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In 3 sorsi – Il disastro economico e sociale del Venezuela sta rendendo le condizioni di vita della popolazione quasi insopportabili, costringendo molti al saccheggio o alla fuga

1. LA FAME IN VENEZUELA, UN PAESE ALLO SFASCIO

In epoca contemporanea, poche parabole economiche sono più indicative di quella vissuta in questi anni dal Venezuela, che si trova a sopportare una crisi alimentare di dimensioni e gravità raramente riscontrate in Occidente dalla fine della II Guerra Mondiale. Fino a cinque anni fa, infatti, il Venezuela godeva di una solida crescita economica e la popolazione beneficiava di un buon indice di sviluppo umano e di un elevato PIL pro capite. Anche l’Indice di Gini, che misura il livello di disuguaglianza della popolazione, riportava un tasso dello 0,40, un livello decisamente basso per un continente con forti disuguaglianze come il Sud America. Da allora, tuttavia, il crollo dei prezzi delle materie prime ha dato origine a una grave crisi economica e sociale, i cui effetti si manifestano in maniera sempre più grave sulla popolazione. La penuria di generi alimentari, un fenomeno che si era già manifestato negli anni di benessere, si è aggravata sempre di più, mentre l’inflazione galoppante ha eroso completamente i risparmi dei cittadini e distrutto il loro potere d’acquisto. La fame ha colpito tutti gli strati della popolazione, tanto che secondo le stime tre quarti dei Venezuelani hanno perso peso, mentre un abitante su tre è costretto a saltare almeno un pasto al giorno. Il governo di Maduro ha saputo reagire solamente con misure temporanee e controverse, come per esempio l’imposizione di prezzi calmierati sui generi di prima necessità, con il risultato di ridurre ulteriormente la loro disponibilità e incrementare il già fiorente mercato nero degli alimenti. Anche le elargizioni di borse di cibo a prezzi sussidiati, le cosiddette borse CLAP, hanno solamente tamponato gli estremi del problema, venendo peraltro accusate da più parti di essere uno strumento governativo di discriminazione politica. Mentre i casi di malnutrizione aumentano esponenzialmente, la popolazione disperata è costretta a fare code di ore e ore di fronte ai negozi nella speranza, spesso infranta, di riuscire a trovare del cibo. Parallelamente crescono in tutto il Paese le violenzei saccheggi (a titolo di esempio, alcuni animali dello zoo di Maracaibo sono stati rapiti per essere venduti e mangiati, mentre recentemente dei saccheggiatori sono entrati in una clinica veterinaria, hanno rapito due cavalle e le hanno mangiate).
Anche la crisi sanitaria diventa ogni giorno più grave, con medicinali e materiale sanitario sempre più difficili da reperire. La scarsità di medicinali e cure ha un impatto soprattutto sulle categorie più povere e più deboli, soprattutto donne e bambini: la mortalità alla nascita è infatti aumentata del 30%, mentre la mortalità materna è cresciuta del 65,79%. Inoltre, sempre più donne scelgono di ricorrere a cliniche di sterilizzazione per evitare di rimanere incinte di un bambino che non potrebbero nutrire. Persino il legno per le bare scarseggia e gli afflitti sono spesso costretti a ricorrere a bare e urne di cartone.
Il crollo del prezzo del petrolio e del gas, da solo, non è in grado di spiegare le cause di una simile situazione, la quale ha origini ben più lontane che risalgono ai tempi d’oro di Chávez. Il Venezuela, infatti, come molti Paesi esportatori di petrolio e altre materie prime, soffre da tempo di quella che viene definita “male olandese”: in base a questo fenomeno, studiato per la prima volta nei Paesi Bassi, la vendita di materie prime, effettuata generalmente in dollari, causa un grande afflusso di valuta “forte”, con il conseguente apprezzamento della valuta locale. Questo appezzamento provoca a sua volta un aumento del costo del lavoro e scoraggia la produzione nazionale, mentre al contempo rende più conveniente l’importazione di beni e prodotti dall’estero. Gli effetti di questo fenomeno economico sono stati poi ulteriormente aggravati da varie decisioni del governo venezuelano, come l’imposizione di prezzi sussidiati per cibo e carburante e l’introduzione di numerose politiche di intervento pubblico, che se da un lato hanno ridotto la povertà dall’altro hanno disincentivato l’attività privata e aumentato l’assistenzialismo.
Anche la decisione di entrare a far parte del Mercosur (dal quale il Venezuela peraltro è stato sospeso) è in parte responsabile della crisi alimentare, poiché ha aperto il mercato interno ai beni agroalimentari meno costosi provenienti da Brasile e Argentina e scoraggiato la produzione interna. Infine, la dilagante corruzione del governo e gli ambiziosi e costosi piani geopolitici di Caracas (uno su tutti la creazione dell’organizzazione ALBA) hanno sperperato i surplus di bilancio riducendo di molto la capacità d’intervento del governo in caso di crisi.

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Fig.1 – Scene di saccheggio in Venezuela.

2. OLTRE LA FAME, LA FUGA ALL’ESTERO

Per sopravvivere, molti Venezuelani sono costretti alla fuga verso l’estero. Chi può fugge in aereo o in gommone verso le isole caraibiche di Curaçao, Bonaire e Aruba, piccoli paradisi naturalistici e fiscali situati a poche miglia dalle coste venezuelane. Le mete principali per l’emigrazione tuttavia sono il Brasile e la Colombia, entrambi raggiungibili via terra. Nel primo Paese, separato dal Venezuela da una fitta foresta e lontano dai centri più abitati, il fenomeno è rimasto contenuto e gli immigrati ammonterebbero a circa 40.000. Anche così però questo afflusso di persone ha mandato in tilt le strutture del confinante Stato di Roraima, uno dei più poveri del Paese, tanto che le autorità di Brasilia hanno deciso di trasferire i primi gruppi di immigrati verso il sud.
Il confine colombiano, invece, è stato investito in maniera molto più massiccia da questo fenomeno migratorio, subendo un ironico cambio di direzione dei flussi. Se fino a qualche anno fa erano infatti i Colombiani a emigrare in Venezuela, soprattutto alla ricerca di benzina e cibo a prezzi sussidiati, adesso sono i Venezuelani a essere protagonisti di questo flusso e in numero molto più alto. Secondo i dati, infatti, solo nel 2017 circa 20 milioni di persone hanno attraversato il confine tra i due Paesi. La maggior parte di queste entra in Colombia solo per vendere i propri prodotti e acquistare cibo e medicinali o per usufruire di cure mediche per poi ritornare in Venezuela. Tuttavia, un numero sempre crescente attraversa il confine intenzionato a rimanere in Colombia oppure a emigrare da lì verso altri Paesi. Le dimensioni di questo fenomeno sono difficilmente quantificabili e i numeri variano da 500.000 a 1 milione (tenendo conto degli immigrati non regolari). L’afflusso di una tale quantità di persone ha causato gravi problemi di carattere pubblico ed economico, soprattutto nelle città di confine più interessate dal fenomeno, e ha anche incendiato la campagna per le elezioni presidenziali previste per marzo. Di fronte al fallimento del governo chavista, infatti, parte dell’elettorato teme che in caso di vittoria di Gustavo Petro, ex sindaco di Bogotá e ideologicamente vicino a Caracas, si possa instaurare in Colombia un governo simile a quello venezuelano. Per il momento il presidente Santos ha condannato l’aumento dei casi di xenofobia nel Paese e ha invocato una maggiore solidarietà verso i rifugiati, ma allo stesso tempo ha aumentato il numero di personale militare alle frontiere e incrementato i controlli.

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Fig. 2 – Venezuelani che attraversano il confine con la Colombia.

3. RIMEDI ALLA FAME, L’OPZIONE MILITARE

Di fronte a una simile catastrofe, il governo venezuelano rifiuta di accettare aiuti umanitari internazionali e attribuisce la responsabilità della scarsità di beni primari alternativamente agli Stati Uniti, a non meglio specificate “mafie del contrabbando” o agli stessi negozianti, colpevoli di nascondere il cibo per far aumentare la rabbia sociale. Tuttavia, oltre ad accusare nemici esterni e non meglio specificati complotti internazionali, il governo venezuelano non ha strategie a lungo termine per risolvere la crisi, ma si mostra anzi più preoccupato di trovare rimedi a breve o brevissimo termine, utili solo a mantenere il proprio potere, almeno per qualche mese o settimana in più. Anche l’emissione della criptovaluta Petro è stata accolta a livello internazionale come la mossa disperata di un governo in caduta libera per cercare di prolungare di qualche mese la propria agonia.
Nonostante la tragica situazione, tuttavia, il controllo del presidente Maduro sul Venezuela è sempre più forte e, grazie alla divisione dell’opposizione a una serie di cavilli pseudo-legali, la sua vittoria alle prossime elezioni presidenziali sembra ormai quasi certa, così come la fame. Inoltre, il governo gode ancora di un notevole sostegno popolare tra alcune fasce della popolazione, specie quelle più povere che sono ancora grate al chavismo per il miglioramento delle loro condizioni di vita, il che rende ancora più difficile una sua rimozione. Per questo motivo in alcuni ambienti, soprattutto statunitensi, si è iniziato a parlare liberamente della necessità di rimuovere Maduro con la forza delle armi.  Già nell’agosto del 2017 il presidente Trump aveva annunciato di non escludere un’opzione militare in Venezuela, ma la proposta aveva avuto come unico risultato quello di  far infuriare i Paesi dell’America latina ed era stata dunque rapidamente smentita. Più recentemente, il Segretario di Stato Rex Tillerson ha pubblicamente sostenuto che in passato le forze armate dell’America latina sono state agenti del cambiamento politico, affermazione da alcuni interpretata come un velato via libera a un possibile intervento dell’esercito venezuelano.

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Fig. 3 – Reparti dell’esercito durante un’operazione di pattuglia.

Ma un intervento militare da parte di uno Stato estero è un’ipotesi deleteria, che si scontra con una lunga serie di gravi impedimenti. Prima di tutto contrasterebbe con il diritto internazionale delle Nazioni Unite e incontrerebbe l’opposizione dei membri del Consiglio di Sicurezza vicini (anche se non sappiamo per quanto tempo ancora) a Caracas (Russia e Cina) che molto difficilmente lascerebbero fare. Una tale operazione troverebbe contrari anche tutti i Paesi dell’America latina, compresi i governi del Gruppo di Lima apertamente schierati contro Maduro, divisi su tutto tranne che sulla difesa della propria sovranità, soprattutto dalle mire dell’ingombrante vicino USA. Infine, la popolazione potrebbe non accettare l’ingerenza armata di un Paese straniero, meno che mai gli Stati Uniti, e anzi ogni annuncio della Casa Bianca di questo tipo non fa che rafforzare il governo di Maduro e le sue accuse delle mire imperialistiche a stelle e strisce. La possibilità di una sollevazione delle Forze Armate contro Maduro infine tiene poco conto della collusione con il governo delle alte sfere militari, invischiate nella gestione economica e nel redditizio mercato nero. Infine, data la spaccatura del Paese, una sollevazione avrebbe probabilmente l’effetto di scatenare una guerra civile, che difficilmente potrebbe giovare al benessere dei Venezuelani.
In definitiva, dunque, è molto improbabile che la situazione venezuelana possa migliorare finché il governo persevererà nel suo criminale attaccamento al potere. Solo un governo di opposizione avrebbe il coraggio di varare le riforme politiche ed economiche necessarie per rompere l’isolamento internazionale in cui versa il Paese e accedere agli aiuti e ai fondi necessari per far fronte alla crisi e stabilizzare la situazione economica. Al momento, purtroppo, un tale scenario non sembra realizzabile in tempi brevi, motivo per cui la fine della tragedia del popolo venezuelano rimane ancora lontana.

Umberto Guzzardi

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

Solo pochi giorni fa è arrivata la decisione del governo venezuelano di rinviare di un mese la data delle elezioni per dar loro una parvenza di legittimità in più. Per maggiori informazioni si rimanda a questo articolo. [/box]

Foto di copertina di ruurmo Licenza: Attribution-ShareAlike License

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