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In 3 sorsi – Da sempre rinchiusa tra i due giganti dell’Est, Russia e Cina, e senza accesso sul mare, la Mongolia post-comunista dell’ultimo decennio ha visto la sua economia espandersi e contrarsi in modo repentino. Grazie alle attività minerarie, agli investimenti bancari e infrastrutturali esteri, il vecchio “lupo asiatico” sembra essersi infine risvegliato

1. IL “LUPO ASIATICO”

Con la fine della Guerra Fredda e la caduta del regime comunista sovietico, la Mongolia si adoperò per eliminare i blocchi dettati dall’economia di Stato, adottando con la nuova costituzione del 1992 un sistema aperto. Questo nuovo approccio economico portò il Paese a un grande balzo in avanti grazie agli investimenti esteri, soprattutto in campo minerario. La sua posizione geografica ha sempre caratterizzato la sua politica economica, rendendo i legami con con i due potenti vicini pressoché fondamentali. Alla Cina, infatti, va oggi il 79% del totale delle esportazioni mongole, mentre alla Russia arriva solo l’1%. Questo fatto è dovuto alle produzioni mongole, le quali sono fondamentalmente basate sull’estrazione mineraria. I prodotti come rame e carbone sono infatti di primaria importanza per le manifatture cinesi. Per quanto riguarda le importazioni, invece, il mercato mongolo è spartito abbastanza equamente tra Mosca e Pechino. Dalla Cina provengono circa il 31% dei materiali importati, mentre dalla Russia il 26%. Vista la grossa dipendenza dal mercato estrattivo, con il recente crollo del prezzo dei minerali la Mongolia si trova a dover affrontare una situazione di bassa crescita economica. Proprio per questo il tasso di crescita del PIL nazionale, nell’ultimo decennio, ha avuto un tracollo passando dal +17% nel 2011 all’attuale +1,8%. I numerosi investimenti programmati dalla Cina nel contesto della Belt and Road Initiative (BRI) potrebbero, però, riportare la Mongolia ad una crescita più sostanziale. In questo contesto è da considerare il cosiddetto corridoio Cina-Mongolia-Russia, cioè l’ambizioso tentativo di creare una vasta rete ferroviaria e stradale che permetterà una più rapida connessione tra Cina e Russia attraverso le steppe mongole. La Mongolia potrà inoltre usufruire di due aree di libero scambio poste sul confine, una presso la città di Gashuun Sukhait sul confine cinese e l’altra presso Atlanbulag, sul confine russo.

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Fig. 1 – Operai al lavoro in un cantiere di Ulaanbaatar, capitale della Mongolia

2. BANCHE E POTERE

Un modo per rinvigorire la carenza di liquidità derivata dal crollo del mercato minerario è stato trovato nel cercare riparo nel settore bancario. Nell’ultimo periodo i rendimenti per i nuovi detentori di un conto corrente in una banca mongola hanno infatti potuto percepire dei tassi di interesse molto più alti che in altre banche, con tassi che arrivano a sfiorare il 16% per depositi in turgik, la moneta locale, oltre ad avere altri sgravi fiscali e facilitazioni per l’apertura degli stessi conti correnti. Il problema per gli investitori resta comunque l’alto grado di corruzione che aleggia sul paese. Infatti numerosi sono stati gli scandali che hanno contraddistinto l’ultimo decennio, dall’arresto del Presidente della più grande banca privata mongola, la Banca di Commercio e Sviluppo, fino a quelli dell’ex Presidente della Repubblica Nambarin Erkhbayar e della sua famiglia.

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Fig. 2 – Il Presidente mongolo Khaltmaa Battulga con Vladimir Putin all’ultimo Eastern Economic Forum di Vladivostok, settembre 2017

3. LA FLOTTA DEL DESERTO

Sebbene limitata geograficamente dalla mancanza di uno sbocco sul mare, la Mongolia ha visto negli ultimi anni un incremento delle navi battenti la sua bandiera. Questo fenomeno, denominato “bandiera di comodo” o di “convenienza”, ha portato la flotta mercantile mongola a contare più di 260 vascelli iscritti al registro marittimo nazionale. Se paragonata ad altri Stati che utilizzano le bandiere di comodo e vantano una “tradizione” in questo senso, come la Liberia, Panama e gli arcipelaghi del Pacifico, la marina mercantile mongola non conta nulla, ma considerando che il registro navale mongolo è quello più recente, si nota un aumento esponenziale delle navi ad esso affiliate. L’utilizzo di questo escamotage permette alla nazione che offre questo servizio di poter contare su grandi rendite derivate dall’iscrizione di navi straniere ai suoi albi, ma allo stesso tempo permette ad altri Stati di aggirare regolamenti in termini di restrizioni per l’utilizzo di navi non considerate sicure e agli armatori un grande risparmio economico per via della tassazione, che in Mongolia è molto più bassa rispetto a quella di altre nazioni. Inoltre i beni trasportati non possono essere controllati dalle unità di sicurezza e per questo le bandiere di comodo possono agevolare i traffici illegali. Un caso esemplare è l’utilizzo della bandiera mongola su navi appartenenti alla Corea del Nord. Dopo l’incremento delle sanzioni economiche e sulle merci sottoposte ad embargo, infatti, la Corea del Nord ha intrapreso una politica per aggirare la carenza dei materiali a cui non poteva accedere. Per questo si affida a navi battenti bandiere di comodo come quella della Cambogia o, appunto, della Mongolia. In risposta, molti Stati applicano una serie di controlli sulle navi battenti bandiere di comodo, in modo da evitare il rifornimento di materiali sottoposti ad embargo in determinati Paesi o il proliferare di traffici illeciti.

Alessio Baccinelli

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

La Mongolia è sempre stata allineata all’Unione Sovietica, tanto da schierarsi apertamente a fianco di Mosca durante la crisi sino-sovietica degli anni ’60, abolendo l’alfabeto tradizionale per adottare quello cirillico e concedendo la permanenza sul suo territorio di truppe russe. Con il crollo dell’URSS e l’accrescimento del potere economico cinese, la Mongolia ha rivisto le sue prerogative, anche se l’eredità sovietica si fa ancora sentire, soprattutto in capo religioso con quasi il 40% della popolazione che si dichiara tutt’ora atea.[/box]

Foto di copertina di Francisco Anzola Licenza: Attribution License

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Alessio Baccinelli

Classe 1990 dalla provincia di Brescia, decido di affrontare un nuovo percorso di vita dopo un’esperienza di volontariato in Mozambico e una parentesi lavorativa post-diploma. Per questo decido di avvicinarmi al mondo accademico iscrivendomi alla facoltà di Scienze Linguistiche per le Relazioni Internazionali, appassionandomi da subito al mondo della politica estera. In facoltà riesco ad agganciarmi all’ormai fu progetto “Geopolitical Atlas” in cui mi specializzo nella produzione di analisi grafiche di scenari geopolitici. Grazie al percorso linguistico mi avvicino al mondo russo, senza dimenticare la passione per l’Africa e per i luoghi meno battuti. Trasferitomi a Copenhagen, decido di iniziare il master in International Development Studies and Global Studies presso la Roskilde University.