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Il 19° Congresso del partito Comunista cinese dello scorso ottobre ha messo esplicitamente in luce una realtà che appariva già chiara alla maggior parte degli osservatori: ogni aspetto riguardante la politica, l’economia, la difesa e persino la cultura della Repubblica Popolare Cinese deve essere in qualche modo ricondotto alla protezione e all’espansione degli interessi nazionali

Tale approccio coinvolge, di conseguenza, anche il piano nazionale di cyber security, il cui sviluppo, secondo quanto formulato nel relativo documento strategico pubblicato nel 2016, è stato concepito con lo scopo di «salvaguardare gli interessi del Paese nell’ambito della sovranità, sicurezza e sviluppo del cyberspazio».

È necessario tenere in considerazione che la terminologia impiegata nei Paesi occidentali per indicare il “cyberspazio” e la “cyber security” non ha un vero e proprio riscontro nel lessico impiegato dai cinesi per riferirsi a questi ambiti. In Cina, infatti, viene inteso come “cyber” tutto ciò che ha a che fare con le reti e con l’informazione in senso ampio; ne consegue che la cyber security viene concepita da Pechino come l’insieme delle operazioni relative alla sicurezza delle informazioni (che siano militari, governative, industriali, ma anche relative ai singoli cittadini), nell’ottica del soddisfacimento di una vasta gamma di obiettivi di carattere nazionale.

SPIONAGGIO E CONTROSPIONAGGIO INDUSTRIALE

In questo quadro si delinea una sovrapposizione tra gli obiettivi connessi a interessi nazionali differenti. L’impegno del governo cinese per diminuire progressivamente la dipendenza nei confronti dei competitor stranieri (soprattutto per quanto riguarda il know-how e le soluzioni tecnologiche nella sfera dell’information technology – IT) è infatti finalizzato ad accrescere la posizione di sovranità del Paese tanto a livello economico che politico.

Tale indirizzo è supportato anche dallo sviluppo di policy e standard specifici (ad esempio in materia di crittografia e sistemi operativi), che permettono alla Cina di muoversi in maniera parallela rispetto agli standard internazionali, che risultano spesso inapplicabili ai regolamenti e alle politiche nazionali cinesi in tema di sicurezza IT.

La cosiddetta Network Security Law cinese, entrata in vigore nel giugno 2017, definisce lo standard per la raccolta e il trattamento delle informazioni personali e per la protezione della privacy individuale. Interessante notare il fatto che, come dichiarato dal governo cinese, la legge non ha esclusivamente lo scopo di tutelare la protezione degli interessi dei singoli cittadini che operano nel cyberspazio, ma anche di salvaguardare la sovranità e la sicurezza nazionale nell’ambito dello stesso. In tal senso, non viene operata una vera e propria distinzione, in termini di ciò che viene definito come «dato sensibile», tra le informazioni relative ai singoli cittadini e quelle relative alla sicurezza nazionale.

La protezione dei dati viene inoltre garantita attraverso l’archiviazione su server domestici, fatto che determina alcune problematiche per le imprese straniere operanti in Cina. Esse, infatti, si troverebbero costrette a dover “cedere” ai data center cinesi i dati da esse trattati, onde evitare di incorrere in accuse penali e nel pagamento di multe salate (fino a un milione di yuan), esponendosi però al tempo stesso al rischio di attività di spionaggio industriale state-sponsored.

Priscilla Inzerilli – Oltrefrontiera

Articolo originariamente pubblicato su Oltrefrontiera 

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