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Da quanto la Cina è diventata un importatore netto di energia nel lontano 1993, molte cose sono cambiate per il gigante asiatico. Il carbone, da sempre al centro delle scelte energetiche nazionali, sta iniziando a lasciare il passo, non senza difficoltà, a nuove fonti sempre più pulite e sostenibili

UNO SGUARDO D’INSIEME

Secondo l’ultimo report World Energy Outlook 2017, le strategie di molti Paesi nel settore energia sono cambiate e continuano a farlo. L’analisi effettuata prende in considerazione le principali fonti di energia quali carbone, petrolio, gas, e fonti a ridotte emissioni di carbonio. Partendo dal 1990, si nota come a livello mondiale il consumo della fonte tradizionale per eccellenza, il carbone, si sia drasticamente ridotto, mentre l’uso del gas e delle fonti meno inquinanti sta progressivamente aumentando, e si stima che nel 2040 occuperanno l’85% della domanda di energia mondiale. Il report evidenza inoltre, come la richiesta di energia si sia spostata dalle industrie ai servizi, privilegiando l’uso dell’energia elettrica e prestando sempre più attenzione all’efficienza energetica, soprattutto degli immobili. Le previsioni si estendono fino al 2040, anno in cui la fonte principalmente utilizzata sarà l’elettricità, e il settore maggiormente coinvolto sarà quello dei trasporti. Approfondendo invece il rapporto tra produzione e consumo in Cina, in base ad un’analisi del CeSIF (Centro Studi per l’Impresa Fondazione Italia-Cina) i cui dati si riferiscono al 2016, il paniere della produzione cinese era cosi suddiviso: il carbone occupava il 69,6% del totale (dato storico: prima volta dal 1980 sotto al 70%, in forte calo rispetto al 72,2% del 2015), il petrolio l’8,2% (nel 2015, 8,5%), il gas naturale il 5,3% (nel 2015 il 4,8%) e le altre fonti (idroelettrico, nucleare ecc) il 16,9% (prima volta sopra il 15%, nell’anno prima la produzione si attestava al 14,5%). Il consumo di energia, invece, nel 2016 era formato per il 62% dal carbone (consumo in calo rispetto al 63,7% del 2015), dal 18,3% dal petrolio (nel 2015 stessa percentuale), dal 6,4% da gas naturale (nel 2015 i consumi si attestavano al 5,9%), e per il 13,3% dall’uso delle altre fonti (consumo aumentato rispetto al 12,1% dell’anno precedente).

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Fig. 1 – Colonnine per ricaricare i veicoli elettrici a Taiyuan, nella provincia dello Shanxi. Taiyuan è stata tra le prime città cinesi a sostituire con veicoli elettrici l’intero parco auto dei taxi

ENERGIE RINNOVABILI: DALLA TEORIA…

Le ultime dichiarazioni del Governo di Pechino, insieme ai numerosi progetti energetici presentati, non lasciano dubbi sulla direzione che la Cina vuole intraprendere nei prossimi anni. Inoltre la prossima uscita degli USA dagli Accordi di Parigi sul clima ha fornito un’ottima occasione al Presidente Xi Jinping di presentarsi nella veste di player nel campo della sostenibilità, dimostrando, almeno formalmente e al contrario di Trump, di avere a cuore gli interessi del pianeta e non solo quelli nazionali. Secondo il report già citato, la Cina entro il 2040 avrà ridotto di otre 40GW la capacità energetica derivante dal carbone, aumentando invece fino a oltre 50GW la produzione di energia da rinnovabili, se si sommano le fonti solari, quelle eoliche e le altre energie verdi. Le voci gas e nucleare rimarranno pressoché invariate. Passando a osservare  invece il settore della mobilità, la Cina ha stimato che entro il 2025 un quinto delle vendite totali di auto interesserà quelle elettriche e i veicoli ibridi. Obiettivo ancora più ambizioso sono i 100 milioni di macchine elettriche che la Cina vedrà transitare lungo le sue arterie entro il 2040. In contrasto con queste prospettive, la componente petrolio, secondo le stime IEA, sarà però ancora predominante nel mix energetico cinese, e intorno al 2020 Pechino diventerà il più grande importatore di petrolio al mondo. La percentuale maggiore di queste esportazioni saranno destinate al comparto auto e al settore petrolchimico, andando un po’ a contraddire le aspirazioni green sponsorizzate dal Governo cinese. La nuova Cina “verde” deve inoltre confrontarsi con i nuovi Sustainable Development Goals (SDGs), e in particolare con 3 di essi: un accesso all’energia, grazie anche a prezzi più bassi, l’attenzione alla salute della popolazione e le scelte politiche utili a tutelare il clima e i cambiamenti climatici. La necessità di rispettare questi obiettivi, secondo il report di IEA, consentirà alla Cina, nel 2040, di ridurre le emissioni di CO2 dai circa 8Gt (1Gt equivale a 1miliardi di tonnellate) a circa 3Gt, grazie anche ad una stringente strategia di efficientamento energetico.

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Fig. 2 – La Cina, a seguito degli Accordi di Parigi sul clima, ha partecipato attivamente anche alla COP23 di Bonn dello scorso novembre per discutere di clima e cambiamenti climatici

…ALLA PRATICA

Considerando l’anno appena trascorso, la Cina ha stanziato il 24% in più di investimenti rispetto all’anno precedente, per un capitale pari a 130 miliardi di dollari. Tra le operazioni di M&A più recenti e importanti che seguono questa direzione, c’è la fusione della China Guodian Group, produttore di energia elettrica, e il colosso del carbone Shenhua Group, con l’obiettivo di creare un nuovo super player dell’energia il cui motore sarà alimentato per il 23% da energie rinnovabili. Il gas è l’altro protagonista del panorama energetico cinese. Oltre ai diversi contratti in essere con la vicina Russia per l’importazione di gas, e alla produzione nazionale di shale gas, la Cina, seguendo un po’ la traiettoria della Belt and Road Initiative (BRI), è giunta fino in Africa per attingere alle riserve minerarie e energetiche della regione subsahariana. Infatti il Ministero delle miniere del petrolio e del gas etiope e l’azienda cinese Poly-Gcl hanno firmato un accordo per realizzare un gasdotto che colleghi la regione di Ogaden, nella parte orientale del Paese ai confini con la Somalia, a Gibuti, importante porto nel Golfo di Aden e terminal delle linee di comunicazione marittime cinesi nell’Oceano Indiano. I giacimenti dell’Ogaden, secondo alcune stime, potrebbero produrre fino a 5-10 milioni di tonnellate all’anno una volta a regime, ma i progetti sono considerati in ritardo e la produzione potrebbe slittare al 2020. Inoltre le due parti hanno anche parlato della possibilità di creare un gasdotto per far arrivare il gas etiope in Cina, ma per ora il progetto – con una cifra di investimento intorno ai 4 miliardi di dollari – è ancora alla fase embrionale. Intanto il sole è tra le risorse su cui punta maggiormente Pechino: grazie ai numerosi investimenti, al basso costo delle materie prime (il prezzo finale dei pannelli è diminuito di circa l’80% dal 2009) e a una produzione non sempre all’altezza degli standard internazionali, la Cina è riuscita ad occupare una posizione di leadership nella vendita dei moduli solari, divenendo uno dei principali esportatori del settore. Se da una parte la produzione dei pannelli è in crescita, nonostante la discutibile qualità, non possiamo dire che crescano anche gli effetti positivi di questa corsa alle rinnovabili. Infatti, nonostante la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili sia molto alta, la Cina deve gestire le infrastrutture nazionali, le quali molto spesso non supportano la capacità dei flussi e collegano malamente le zone industriali ai terminal energetici del Paese. Altri aspetti negativi da considerare sono le numerose fabbriche alimentate ancora a carbone e il persistente utilizzo di combustili fossili per il riscaldamento delle abitazioni private, soprattutto in piccole città e aree rurali. Tirare le somme della complessa gestione delle risorse energetiche in Cina non è compito semplice. Innegabile è lo sforzo che Pechino sta perpetrando per rispettare gli standard internazionali di riduzione dell’inquinamento, di utilizzo delle fonti rinnovabili e di lotta ai cambiamenti climatici. Ma, allo stesso tempo, non si non possono non considerare le grandi difficoltà che si incontrano in una transizione energetica di questa portata. La buona riuscita degli ambiziosi progetti dipenderà, quasi certamente, da quanto la Cina sarà capace di anteporre i principi dello sviluppo sostenibile alla mera crescita della ricchezza economica.

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Fig. 3 – Un lavoratore del Burkina Faso e un lavoratore cinese pranzano insieme durante una pausa dal lavoro. Entrambi sono dipendenti della Sinohydro, azienda cinese di ingegneria nel settore idroelettrico, che ha costruito in Zimbabwe un impianto che attualmente produce circa 750MW di energia

Isabel Pepe

Un chicco in più

La Cina, nell’area della città di Jinan, ha messo a punto un progetto per la realizzazione di 2km di autostrada fotovoltaica, che consentirà di produrre circa 1 milione di kWh l’anno. La cosiddetta solar road, di cui sono stati realizzati i primi 1000 metri, è costituita da tre differenti strati: da uno strato isolante in grado di assorbire le sollecitazioni meccaniche alla base, al centro i moduli fotovoltaici e da uno strato superficiale costituito dal cemento trasparente che consente la trasmissione della luce. 

Foto di copertina di Hugo-90 Licenza: Attribution License

Isabel Pepe

Sono nata in un piccolo paesino della Basilicata. Dopo la maturità scientifica mi sono trasferita a Venezia per studiare lingua cinese alla Ca’ Foscari e specializzarmi in Relazioni Internazionali Comparate. Quest’ultimo percorso di studi e il lavoro di tesi magistrale, “La geostrategia marittima della Repubblica Popolare Cinese: dalla Via della Seta al Filo di Perle”, mi hanno spinta a trasferirmi a Roma per coltivare questi due interessi. Ho frequentato un Master in Geopolitica e Sicurezza Globale, e dopo aver frequentato dei corsi sull’Energia, sono approdata alla Business School del Sole 24 ore per un Master in Management dell’Energia e dell’Ambiente. Quando non mi occupo di questi temi, cerco di coltivare le mie passioni tra cui ci sono libri e vini.